Gli adulti e Facebook: un déjà vue

Leggo su Repubblica.it l’articolo Ai genitori piace Facebook. Anche per controllare i figli e ho un déjà vue. Crescita delle iscrizioni a un social network da parte di adulti che “disturbano” il regime comunicativo della generazione Y.

Ma come, non sono cose che sapevamo? Dov’è la novità? Articoli giornalistici analoghi li ho letti in giro per la rete da almeno un paio d’anni. Anche saggi scientifici analizzano il fenomeno – si vedano i lavori di Danah Boyd.

Ma certo! Si trattava della lettura degli andamenti di MySpace fra genitori e figli negli USA.

Un meccanismo noto, quindi, per i territori digitali social che nascono con l’abitare degli indigeni gen Y per diventare poi noti grazie ai media di massa e soggetti a logiche colonizzatrici sia del mercato che della gen X. Non in modo deterministico o con catene causali necessarie, ma gli attori sono questi.

Il tentativo di colonizzazione da parte del mercato di questi territori frequentati in modo prevalente da giovani, l’attenzione crescente dei media tradizionali e, quindi, del mondo degli adulti per le forme nuove che abitano questo particolare mondo, hanno portato ad un tendenziale decremento della partecipazione da parte dei giovani che spostano i propri vissuti e le proprie capacità espressive in altri luoghi della rete più dispersivi e meno concentrati.

A fronte dell’investimento in termini di ore e capacità relazionale nel far crescere il proprio profilo in un social network, corrisponde la capacità di desertificazione degli spazi occupati verso nuovi territori. Cioè un modo di pensare lo spazio di rete e di percepirsi nello spazio di rete più come presenze narrative che come residenti stanziali di luoghi. Le ego-narrazioni sono molteplici, disperse,abbandonabili, riscrivibili… in un intreccio emotivo e di produzione di contenuti continuo.

Mentre noi (i media, il mercato, i genitori) tendiamo a dare valore a queste presenze solo localizzandole. Parliamo dei social network come di luoghi “fisici” di ritrovo, come di enclosures in cui i giovani vengono (sono auto) segregati a fronte di libertà controllate.

Il linguaggio è diverso. Non esiste campo gravitazionale, solo velocità di fuga.

11 pensieri su “Gli adulti e Facebook: un déjà vue”

  1. Quindi mentre gli adulti “concentrano” i ragazzi “decentrano”.
    Mi ricorda quando da ragazzini si giocava a “palla avvelenata”, e magari contro gli adulti, che non ci si metteva mai in gruppo, che uno lo beccavano per forza, ma sempre sparsi in giro …

  2. Mi interessa capire se Internet sta avendo un ruolo nel riconoscimento generazionale dei giovani. La mia sensazione é che la disponibilità di uno spazio propriamente generazionale e globale stia svolgendo un ruolo cruciale. I media tradizionali osservano questi fenomeni come altri da loro. Il divario fra nativi ed immigranti é scavato da entrambi i versanti. Sono curioso di vedere i comportamenti di voto negli usa. Se ci sarà una distinzione generazionale più che destra/sinistra vorrà dire che siamo entrati in una nuova era di cui sentiremo forti le conseguenze anche in Italia.

  3. @FG: la dimensione generazionale credo sia una chiave di lettura. Non so se possiamo però traslare le considerazione USA sulla realtà Italiana, o meglio: non so “come” possiamo farlo.
    La mia sensazione è che al momento parliamo di una Internet italiana adultizzata. Non che giovani e giovanissimi non siano presenti, ma essendo numericamente meno massa critica” per l’economia del paese (e con la politica che se ne sta ben tranquilla arroccata su vecchi linguaggi televisivi) c’è meno visibilità.

    Non mi va nemmeno di pensare che in Italia avremo fra qualche anno quello che in America si “usma” adesso! Non funziona così nell’epoca della globalizzazione.
    Occcorre allora trovare le comunanze e dissonanze intragenerazionali della gen y in chiave comparativa.

  4. Per i social network, come tu stesso fai notare, stiamo assistendo esattamente a quella translazione di cui parli. Secondo me sarà lo stesso per la politica. Potrebbe essere un movimento gloabale e non solo ialiano.

  5. Ho la sensazione che il concetto di generazione, con il conseguente inquadramento teorico, sia sconsigliabile.
    Questo non è un fenomeno generazionale, non nel senso che può essere letto all’interno (o utilizzando) quel concetto.
    La distinzione nativi/immigrati mi trova meglio disposto, a patto che si riesca a sciogliere i nodi attorno al rapporto tra i “nativi ingenuti” e gli “immigrati abili”. Ma essendo questa distinzione più un fatto di linguaggi spontanei che di competenze non credo che sciogliere quei nodi sia poi così difficile.

    La logica del “negli usa succede quello che qui succederà tra 5 anni” è accattivante ma troppo facile per convincere fino in fondo. Su alcuni punti però, indubbiamente, funziona.

    Una cosa che potrebbe essere interessante da fare è osservare il tutto in chiave evolutiva. FG dice che la disponibilità di uno “spazio propriamente proprio” è in grado di svolgere un ruolo centrale nei processi di riconoscimento generazionale.
    Bene.
    Al che la domanda è: dato per certo che le logiche di distribuzione/emissione sono profondamente diverse (mass media for the masses), non avrebbe forse senso provare a ricostruire i momenti di costruzione identitaria basata sulla logica mediale indigeno/immigrato partendo dai momenti storico-tecnici nei quali questa distinzione si è proposta in precedenza?

    Archeologia del farsi media e del farsi “generazione”.

  6. @LR: distinguerei la dimensione generazionale da quella nativi/migranti. La prima ha solo valore indicativo per dire: possibile frattura sociale in cui la variabile età/esperienza di vita ha influenza.

    Sulla seconda si sta lavorando😉 Ma la chiave di lettura non può tenere al di fuori la dimensione di economia politica, in maniera da comprendere in modo non ingenuo l’apparato di produzione.

  7. @gboccia forse no, ma per un primo livello da analisi (da complessificare poi) è forse necessario vedere se ha senso una dimensione di frattura nella percezione generazionale (se volete continuare a chiamarlo così) in concomitanza con la disponibilità di spazi/forme/linguaggi comunicativi propri.
    Ovvio che la disponibilità non è aproblematica e non nasce nel vuoto pneumatico. In ogni caso, mi sembra un possibile, primo livello di una ricerca più ampia.

  8. @LR

    >Al che la domanda è: dato per certo che le logiche di >distribuzione/emissione sono profondamente diverse (mass media for >the masses), non avrebbe forse senso provare a ricostruire i momenti >di costruzione identitaria basata sulla logica mediale >indigeno/immigrato partendo dai momenti storico-tecnici nei quali >questa distinzione si è proposta in precedenza?

    Credo ci sia una differenza fondamentale con il passato. Internet è un nuovo mezzo che crea la cesura indigeno/immigrato come avvenuto in passato con altre innovazioni. Al tempo stesso è tuttavia il luogo che gli indigeni usano per ritrovarsi, parlare fra loro ed in qualche modo distinguersi da quelli che indigeni non sono. Questa è una novità essenziale.

    Però il parallelo storico può essere fruttuoso. Pensa ad esempio alla stampa. Che rapporto c’era fra i primi autori che avevano la possibilità di leggersi l’un l’altro. Si sono creati gruppi? Hanno parlato nei loro libri di loro stessi come qualcosa di diverso da altri (pensa al gruppo di fb sugli anni ’90).

  9. @FG e @LR: credo che l’analisi in chiave tecnostorica debba tenere comunque conto del rapporto tra dimensione della (auto)rappresentazione collettiva (un “noi” vs un “loro”) e la mutazione (evoluzione) della comunicazione. Certo è che più la comunicazione si fa “luogo” più è possibile distinguere “nella” comunicazione la differenza nativi/migranti. Con forzature di linguaggio penso alle “radio libere” e ai movimenti dei giovani… insomma, sul versante del sociale mi sembra che nello sfondo ci vada la consapevolezza di essere un collettivo.

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