L’ultimo degli infinite jest di Wallace

E’ morto David Foster Wallace. Uno dei più lucidi narratori e saggisti della postmodernità, quando questa ha superato la soglia di se stessa.

Si è impiccato a 46 anni. Lo ha trovato la moglie nella sua casa di Clermont, sud California.

I suoi lavori sono uno straordinario e suggestivo modo per riflettere sulla natura dell’osservare e dell’osservatore.

Per DFW la consapevolezza dell’essere osservatori non è calata unicamente nella prospettiva del lettore/spettatore ma coinvolge lo stesso autore:

Gli scrittori tendono a essere una razza di guardoni. Tendono ad appostarsi e a spiare. Sono osservatori nati. Sono spettatori.

La sua tesi presuppone, mediologicamente, che tale condizione derivi dall’influenza pervasiva del medium televisivo:

La televisione, compresi i suoi minimi dettagli del processo produttivo, è diventata parte della mia – la nostra – interiorità […] l’abitudine a “guardare” tende a crescere spontaneamente. In modo esponenziale. Basta che passiamo un po’ di tempo a guardare, ed ecco che poco dopo iniziamo a guardare noi stessi che guardiamo. E altrettanto in fretta cominciamo a “percepire” noi stessi che “percepiamo”, e a desiderare di “sentire” le “sensazioni”.

È questa la condizione di esistenza che la frequentazione dei media – qui la televisione si fa centrale – ha partecipato a costruire. Ed è tale condizione che viene praticata nel romanzo postmoderno, anche nella versione critica della letteratura americana di metafiction:

se il realismo diceva le cose come le vedeva, la metafiction non faceva che dirle come si vedeva mentre si vedeva vederle.

Wallace è un osservatore interno al sistema, non si pone in modo distaccato e ironico secondo le forme mainstream della pura letteratura postmoderna. Persegue una scrittura che vuole riaffermare una distanza fra semplice osservazione distaccata – che rende l’oggetto osservato freddamente distante – e centralità del vissuto individuale, che l’oggetto osservato intende riattivare. Per farlo reintroduce una dimensione emotiva che i linguaggi dell’intrattenimento hanno spesso lenito attraverso forme caustiche che descrivono ironicamente la realtà, strizzando l’occhio al lettore/spettatore che si autocompiace nel riconoscimento delle forme della rappresentazione.

È in tal senso che nel suo racconto Lyndon (1989) introduce una differenza fra realtà reale e fiction interna alla narrazione stessa, attraverso la creazione del protagonista Boyd, giovane omosessuale che entra a far parte dello staff del futuro Presidente degli Stati Uniti Lyndon Johnson. È attraverso un’oscillazione continua fra sguardo esterno, garantito dalle vicende reali raccontate dai media (Cambogia, Vietnam, l’omicidio Kennedy), e sguardo interno, esercitato attraverso il punto di vista di Boyd sulla malattia di Lyndon, sul rapporto con la moglie ecc., che viene a generarsi una iperrealtà che costringe il lettore a non limitarsi al ruolo di osservatore distaccato e a districarsi tra la propria memoria (mediale) dei fatti reali e l’emotività dei vissuti dolorosamente raccontata.
La narrazione da una parte tratta la realtà reale, dall’altra si struttura come un mondo autonomo, grazie ad elementi distopici, particolari che una volta lasciati cadere nel testo come indizi, disorientano le capacità osservative del lettore chiedendogli di non limitarsi a riconoscere (autocompiacendosi) ma di oscillare tra realtà “reale” e fiction attraverso un’emotività che implica il coinvolgimento del suo vissuto (anche in quanto memoria).
Questa scrittura che è capace di mettere in movimento le cellule e il sangue, spingendo e riscaldando il lettore, scatenando la metamorfosi dell’oggetto semplicemente osservato in oggetto vissuto.

2 pensieri su “L’ultimo degli infinite jest di Wallace”

  1. Lyndon, l’ho finito stamattina, nello stordimento di un precoce risveglio e sgomento è la sensazione che avverto ancora. Strarodinaria è l’umana figura del senatore…mors tua vita mea ed è vita che lascia nello spirito, B52 carichi di perplessità nel sentirmi come un fedele bisognoso della parola del Signore, Edgar Foster fanculo a lasciarci cosi. Ne avevi ancora da dire. L’uomo antropologico che con gli stivali sulla scrivania striscia il legno di ciliegio con i suoi speroni è archetipo indissolubile . Un ritratto stupendo, un pretesto che narra il sotto la scorza e non puoi non aver voglia di andar a farti una birra con Lyndon una sera. E’ la magia delle parole, della narrazione ed edgar foster era della combriccola degli alchimisti, di quelle parole che danno resurrezione che vorresti fosse la vita. Qui la annusi è rivelazione che ti conduce oltre le apparenze, ti fa intravedere una possibilità, straordinaria apocalisse. Mica è il solo, Wallace, è uno, come una canzone, l’ultima sentita, che sembra la piu bella, ma prima di lui altri l’hanno suonata. Cover che poteve essere di Dostoiewski, gente che ha il rock nel sangue. Quelle parole che risorgono in modo diverso in ognuno di noi e questa è magia che scaturisce dallo loro solitudine. Le parole sono come un’amante incessante, piu o meno diceva Kafka, e spesso anche la mantide che ti uccide dopo l’amplesso. L’ultimo impostore di fiction, anche se di autore mi ha regalato Lyndon ed è per me speciale emozione poiche lo stavo leggendo nel momento in cui lui si impiccava e lo commentavo con un’amica del cuore con degli sms. Ora scriverà altre storie dall’inferno e, un giorno andrò a trovarlo per leggerne altre.

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