Negli strati della cultura

Domani sarò a Reggio Emilia per la seconda edizione di Strati della Cultura (programma qui) nella sezione “Oltre lo spazio”.

Si tratta, per me, di un’occasione per riflettere sulle forme metaterritoriali delle culture partecipative, di come social network e mondi online consentono di sperimentare forme collettive di espressività attraverso la mediazione ambientale del digitale.

E’ evidente come nel frame del farsi media la realtà degli UGC abbia un peso essenziale. E come nel contesto di convergenza culturale lo scenario di relazione fra produzione e consumo mediale cambi. Non mi convincono però fino in fondo termini come prosumer e consum-attori che per quanto suggestivi sono espressione di una cultura mediologica di massa in odore di revisionismo. E, a guardar bene, dietro all’esaltazione da parte di major ed istituzioni per gli UGC si ripropone la dinamica di sfruttamento del lavoro creativo a fronte di visibilità e partecipazione coatta, di dispendio emotivo a favore del capitale.

L’economia delle emozioni, da questo punto di vista, ha a che fare con la capacità che il capitale ha di sfruttare le risorse cognitivo-emotive attraverso l’inclusione nella comunicazione – vedi tutte le forme di comunicazione non convenzionale che vanno a corroborare i modi d’essere del marketing d’impresa, depotenziando le tattiche individuali e diluendole nelle strategie del mercato.

Questo non significa che oggi il panorama non sia mutato, d’altra parte è la prospettiva di questo blog.
La convergenza culturale con la quale ci confrontiamo descrive le nuove modalità intraprese da quelle che sono state pensate nelle cultura dei media di massa come audience più o meno passive e che oggi troviamo protagoniste nel produrre e dare senso entrando in conversazione con gli ambiti istituzionali e mainnstream attraverso forme inedite.
Ma la mutazione può avere effetti di sistema solo se cominciamo ad osservare tutte quelle forme di auto-organizzazione dal basso, capaci di integrare istanze anche diverse e proporre modelli culturali nuovi e che però non si esauriscono nelle dinamiche espressive o relazionali interne, ma che hanno capacità di proporre i propri linguaggi alla società civile. Capaci quindi di entrare nelle conversazioni con gli ambiti istituzionali e mainnstream ma soprattutto capaci di produrre conversazioni nelle quali fare entrare istituzioni e mainstream.

Così che la cittadinanza digitale non sia una semplice uscita dal mondo ma un laboratorio di sperimentazione capace di produrre mutazioni concrete nei territori dei corpi materiali.

Un pensiero su “Negli strati della cultura”

  1. Riguardo ai termini di prosumer et similia, è come stupirsi nel vedere che i clienti di un ristorante, quando non vanno a cena fuori, si fanno da mangiare da soli.

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