Non contiamo niente

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Non contiamo niente.
Noi, gli abitanti italiani della Rete, le -sparute – moltitudini digitali dei blog, le emergenti masse cyberborghesi di Facebook, le adolescenti intelligenze che presidiano i mille rivoli chiusi di live space, non contiamo niente.

L’emendamento al pacchetto sicurezza presentato in questi giorni da D’Alia, senatore UDC, se approvato alla camera darebbe il potere di oscuramento di ogni sito che contenga “attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo Internet”, il che significa che i siti di social network e disintermediazione di contenuti (Facebook, YouTube, ecc.) sono ad altissimo rischio.

Intendiamoci non è che qualcuno da queste parti ci tenga particolarmente all’incitamento all’odio razziale o a promuovere la camorra online. Eppure capita. Così come capita che gli stessi abitanti di questa parte del mondo si indignino, si arrabbino, segnalino l’istigazione a delinquere.

Senza di loro molte delle cose che capitano qui lì fuori non le sapreste neanche. Infatti come si scrive qui:

Il senatore centrista aveva presentato l’emendamento dopo che alcuni media avevano dato notizia di gruppi in solidarietà di  Toto Riina presenti su Internet attraverso Facebook.

Perché gli emendamenti, lì fuori, si fanno su ciò che si è sentito dire di qui dentro, sembrerebbe.

Il punto è che non esiste un “qui” e un “lì”. Che non esiste un “fuori nel mondo” e un “dentro la Rete”.  L’ascesa della cyberborghesia su Facebook lo dimostra: abitiamo un mondo fatto di connessioni online e offiline e non possiamo oscurare pezzi di società senza oscurare pezzi di diritti. La Rete è parte del nostro abitare il mondo ed è nostra responsabilità renderlo abitale e presidiare questo territorio. La soluzione di rendere invisibile una parte del mondo ed impedire il suo abitare non è praticabile. Se dovessimo cancellare ogni luogo che presenta violenza, ogni quartiere dove si è perpetrato un crimine, ogni stanza nella quale ci siano stati atti impuri, beh non ci resterebbe posto dove stare.

Esiste invece un “senso dell’abitare” che fa sì che si attivino meccanismi di autoregolazione  – come spiegato bene qui - per cui sono per primi gli abitanti stessi ad intervenire, a portare nel dibattito pubblico, a tematizzare e discutere: il conflitto e la negoziazione sono dispositivi che si imparano a gestire (magari con fatica) nell’abitare quotidiano della Rete, nell’argomentare, nell’interagire apertamente. E forse la Rete, nell’essere un ambiente sempre pubblico, di sovraesposizione, è proprio il luogo nel quale meglio familiarizziamo con questi dispositivi che nel vissuto quotidiano tendono a rattrappire nell’implosione della politica.

La Rete è un ambiente più che uno strumento di comunicazione. Lasciateci quindi un luogo in cui evolvere. Anche se non contiamo niente.

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9 pensieri su “Non contiamo niente”

  1. Non so se si possa liquidare la questione affermando che semplicemente la gerontocrazia italica nè conosca nè sappia gestire questi nuovi mezzi di relazione e di comunicazione. Questo è già grave, ma è ancora più grave il prurito, il fastidio che questa gerontocrazia sperimenta per quella parola magica che hai citato: DISINTERMEDIAZIONE.
    Non mi viene da dire altro, sono troppo amareggiato.

  2. @gluca @federico: sì, so che la sensazione di impotenza di molti che passano da queste parti è questa. Scriviamo post. Parliamo fra di noi…e poi? Come impattiamo concretamente?

    @cirdan: la disintermediazione ha a che fare con una diversa idea di “controllo”. Per tale motivo le forme istituzionali non sono – molto spesso – sincronizzate con la mutazione in atto, mi pare.

    @dario: il “non contiamo niente” ha a che fare con un senso di impotenza istituzionale. Cioè: so che molto spesso l’agire connesso e coordinato dai social network o dalla rete di blog ecc. funzione sugli epifenomenti. Denunce localizzate e mirate. Azioni “chirurgiche” spesso scuotono e portano anche ad una visibilità di temi e fatti nell’opinione pubblica che si rappresenta nei media tradizionali.

    Ma una voce che riesca a rappresentare le posizioni ad un livello meno da epifenomeno – come in questo caso – secondo me mostra una scarsa capacità di riuscire ad imporre temi di discussione a livello più generale. E non credo che sia solo un problema di istituzioni che non ascoltano ma anche di non aver trovato la formula giusta per essere influenti come collettività della Rete.

  3. “Perché gli emendamenti, lì fuori, si fanno su ciò che si è sentito dire di qui dentro, sembrerebbe.”
    Sarò ripetitiva, ma a me pare che chi prende decisioni è per buona parte ignorante (nel senso che ignora, non conosce).
    Come se io iniziassi a fare decreti, a metter bocca nel mondo della medicina..
    Chi decide non sa, e chi ci abita non viene preso in considerazione quando è ora di far cose.

  4. Se certa gente si prendesse la briga di leggere la cara vecchia Dichiarazione di Indipendenza del Ciberspazio di J.P. Barlow (e magari anche un manuale tecnico, ogni tanto) non ci troveremmo a dover discutere di leggi così demenziali.

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