La “normalizzazione” mediale del male

Papa Benedetto XVI tematizza la “normalizzazione” mediale del male e lo fa con durezza:

Ogni giorno […] attraverso i giornali, la televisione, la radio, il male viene raccontato, ripetuto, amplificato, abituandoci alle cose più orribili, facendoci diventare insensibili e, in qualche maniera, intossicandoci […] tendono a farci sentire sempre spettatori, come se il male riguardasse solamente gli altri, e certe cose a noi non potessero mai accadere. Invece siamo tutti attori e, nel male come nel bene, il nostro comportamento ha un influsso sugli altri

I giornali, la televisione, la radio. La responsabilità è dei media di massa, quindi, di quelli che rappresentano (costruiscono?) l’opinione pubblica. O forse, piuttosto, di coloro che producono l’informazione professionalmente.

Se penso ai recenti problemi tra Chiesa e media mi vengono in mente le vicende della Padania e Tettamanzi o di Boffo e Il Giornale (o dovrei dire Feltri). Ma non penso che il discorso del Pontefice come “atto di venerazione a Maria” abbia questa natura politica.

Culturalmente sottolinea in maniera forte un rapporto tra Media e Male che mette in relazione la natura novecentesca della comunicazione e la natura banale del male, che si è quotidianizzato più dietro all’incapacità di pensare che alla stupidità (e qui la lezione di Hannah Arendt credo resti un punto fermo) e attraverso il suo modo di essere trattato e rappresentato negli strumenti del comunicare. E il trattarci dei media come pubblico “passivizza” e quindi “immunizza” al male, creando estraneità.

Ma c’è un secondo punto, sottolineato in un altro passaggio:

Nella città vivono o sopravvivono persone invisibili, che ogni tanto balzano in prima pagina o sui teleschermi, e vengono sfruttate fino all’ultimo, finché la notizia e l’immagine attirano l’attenzione. È un meccanismo perverso, al quale purtroppo si stenta a resistere. La città prima nasconde e poi espone al pubblico. Senza pietà, o con una falsa pietà

Gli invisibili. Oggetto della comunicazione, spesso in negativo. Protagonisti perché marginali. Le luci si accendono su di loro quando sono trasformabili in immagini-notizia, quando vale la pena rappresentarli. Fino a dimenticarli.

Non è che da questa parte dei media, nella Rete cioè, si faccia molto di meglio. Sarà per la natura molle del nostro abitare. Eppure è forse solo da qui, dentro territori mediali dove possiamo esporre ed esporci “senza falsa pietà”, dove possiamo rappresentare senza consenso di share, che troviamo oggi le gemme di un modo diverso di raccontare e di fare informazione. Se solo contassimo qualcosa

9 pensieri su “La “normalizzazione” mediale del male”

  1. Siamo bombardati da informazioni di ogni tipo
    soggetti quindi ed effetti e fenomeni di overload

    una notizia quindi per poter emergere e
    richiamare l’attenzione deve essere diversa,
    esagerata,aggressiva, Violenta, spettacolorizzata,
    che susciti emozioni forti

    Anche l’informazione mediale si
    evolve e trasforma sempre più in infotainment*,
    infotaiment-journalism,
    web-infotaiment,
    infotaiment-comunication,
    tv-infotaiment regina indiscussa sul campo.

    L’informazione originale pura,vera sembra in via d’estinzione ma forse non ce ne siamo neanche accorti.

    * infotainment, un mash-up tra informazione e spettacolo ,
    fino a perdere ogni distinzione tra realtà/verità e
    interpretazione/finzione, tra notizia e spettacolo

    e il web ?

    ne subisce l’inquinamento ?

    Prof Daniele Pauletto

  2. @Lorenzo: quando si tratta di “fatti”, penso al giornalismo, non ci deve essere necessità di consenso: semplicemente professionalità nel raccontarli. Anche in modo scomodo.

  3. Molto interessante. Il “non contare nulla” è purtroppo un vecchio problema. Politico, certo, ma ancor prima è l’incapacità di influire sull’agenda dei media broadcast, da cui in realtà gli stessi abitanti della rete vengono influenzati (non ricordo i numeri, ma le percentuali di post ripresi direttamente dai siti di informazione tradizionali sono piuttosto alte). Però personalmente credo che non sia un problema del mezzo, che in vari contesti internazionali ha dimostrato di saper influire non solo sull’agenda ma direttamente sul dibattito pubblico e politico (e non mi riferisco essenzialmente agli Usa, ma a Indonesia – Onggoboyo nè parlò a modernity 2.0 a Luglio – Egitto, Iran, Kenya). Quindi il problema è dell’audience italiana molle come giustamente ci ricordi? Forse è un problema di maturità d’uso, forse di vero e proprio capitale sociale e di strumenti per stimolarlo. Di certo sono d’accordo sul fatto che sia questo il luogo per cambiare le cose, lavorando su strumenti di aggregazione e selezione che possano raccogliere grossi numeri di partecipanti (i grossi numeri, l’unica cosa che attira i media tradizionali oltre a morti e violenza, culi e tette e a qualche blogger con un pettorina che corre per Urbino😉. Facile? no, per niente.

  4. @Regolo: è così, come tu dici. Non è un problema di mezzi ma di cultura dei mezzi, di pratiche associate ai media. E’ vero che l’unica uscita, per chi ne scrive almeno, è di non generalizzare ma di usare un’ottica comparata. In Egitto FB non è quel luogo di “cazzeggio” (traduzione sociologica di hanging out, ricordate?) che è qui da noi perché il bisogno di informazione passa da lì.

    Per incidere sull’agenda occorre sviluppare massa critica. I social network sono qui per restare: so what?😉

  5. Già, ma questa ottica comparata va stimolata e rilanciata con tutti i casi in cui in è già stato trasceso quel limite di “cazzeggio” (giovedì prossimo discuto la tesi, giuro che se capita uso il termine e ti cito!).
    È che sia in ambito accademico che professionistico vedo ben poca attenzione per i casi più rilevanti (a meno che non si parli di b-day e politica…).
    La domanda è: perchè questa reticenza tra gli stessi “esperti” del settore?

  6. non penso che le polemicuccie Boffo_Feltri o Lega-Tettamanzi c’entrino; Ratzinger ha detto una cosa molto condivisibile: la cronaca nera ha uno spazio esagerato sui media. E, per quanto riguarda la seconda rilfessione, difficile dargli torto. Esempio: per cosa è diventata famosa Cogne? e Garlasco? e Novi Ligure? e Arce?

  7. @Regolo: concordo sul fatto che esista un’agenda di rilevanza dei casi per la quale si tratta solo e sempre quelli più cool (medialmente generalisti) mentre l’innovazione di pensiero e cultura si può fare con analisi critica diversificata. Sul lato del mercato in Italia si investe pochissimo in ricerca (che “è una roba inutile”) e molto in tentativi sul “fare”… anche con ridicoli risultati (penso a molti consulenti improvvisati in chiave web 2.0, tanto per fare un esempio qui). Sul lato dell’informazione è la politica, nella sua deriva narrativizzata ed emotiva a venire privilegiata.

    @Hamlet: infatti ho scritto “non penso che il discorso del Pontefice come “atto di venerazione a Maria” abbia questa natura politica”, visto che il dubbio a qualche testata era venuto. Concordo con la sovraesposizione di “nera” nei media ed in particolare nei TG di prime time, attraverso i quali la maggior parte degli italiani si informa con ricadute significative – se guardiamo le curve di presenza di queste notizie nel tempo – sul senso di sicurezza.

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