Avatar: l’esperienza video ludica di un mondo bello “da morire” (parte 2)

La narrazione transmediale ufficiale del film si è, per ora, concentrata sulla forma video ludica (vedremo le forme “dal basso” in un altro post) con il gioco James Cameron’s Avatar: The Game, che consente l’esplorazione di Pandora al di là delle necessità di gioco, quasi a ribadire, ancora una volta che è il mondo e la sua esperienza, quella che fai tu, più che il racconto innestato nel mondo, a contare.

Infatti il gioco in sé e per sé non è sempre così soddisfacente per gli appassionati videogamers:

Un tie-in che si guadagna una sufficienza per la discreta storia (quasi totalmente slegata da quella del film) e per la facilità con cui si porta a termine senza eccessivi patemi. Ci si diverticchia, ma si sarebbe potuto fare di meglio

Ma lo è, potenzialmente, per chi è “pubblico” e, poi, videogiocatore. Chi, in qualità di pubblico generalista, fa esperienza tridimensionale al cinema di queste immagini/immaginario e poi, pensando che ha l’Xbox per giocare a Fifa 10 o la Wii – impazzisce per il bowling – decide di proseguire l’esperienza (anche in 3D se ha la televisione giusta) portando quelle immagini nello schermo “domestico”: addomesticandole.

Come si racconta qui:

L’effetto di profondità c’è ed è di grande impatto, e si rimane basiti di fronte al muoversi degli oggetti prospetticamente verso il fondo dello schermo. E’ impossibile descrivere a parole la tangibilità degli oggetti mediante questa tecnologia, l’effetto generale è “simile” a quello del parallasse nei titoli bidimensionali. Ciò è solo un apparente paradosso visto che gli oggetti sembrano quasi disporsi sullo schermo su livelli prospettici molto definiti, con un effetto di stacco tra di loro molto forte e netto. Una cosa che invece non ci ha convinto molto è la qualità delle immagini che rispetto alla controparte liscia risultano un pò meno definite e un pò “seghettate” probabile segno questo dell’affaticamento della macchina, in questo caso una Xbox 360, nel gestire la mole di calcoli supplementari necessari al 3D. Piccole magagne a parte si entra comunque in un mondo del tutto nuovo, e si capisce realmente cosa significhi la parola tridimensionale.

L’esperienza domestica è allora forse “più soddisfacente” per la qualità immersiva in Pandora, nel proseguire la promessa estetica e di immaginario che il sottotesto del film, in maniera neanche troppo implicita, promuove. Con possibilità esplorative del mondo, della sua flora e fauna. Come dire: possiamo quasi abbandonare la logica di gioco per dare sfogo al nostro desiderio di esplorazione, aiutati da una Pandorapedia interna che il gioco fornisce:

informazioni riguardo ogni elemento dell’universo partorito da James Cameron, dalle informazioni sulla fauna e al flora di Pandora a quelle sui Na’vi fino alle schede tecniche riguardo le strutture degli umani e ai tutorial sui mezzi da comandare e sulle creature da cavalcare. Il numero di voci della Pandorapedia può anche essere ampliato grazie alla possibilità del giocatore di analizzare l’ambiente con uno scanner che ricorda da vicino quello utilizzato in Metroid Prime.

Uno scanner per analizzare l’ambiente. Qualcosa di più, che va al di là del linguaggio di gioco, che esplicita la forma-mondo dell’immaginario di Avatar, che produce conoscenza attraverso esplorazione, collaborazione, classificazione, crescita tassonomica. Non devi essere un videogiocatore, ma qualcuno che vuole proseguire l’esperienza del mondo, basta questo. La promessa della “forma”, anche qui, come nel film, al di là di ogni contenuto.

È però la versione videogioco della Gameloft per iPhone e iPod touch a costruire un prequel al film raccontando la storia del primo Avatar, sviluppando la narrazione trans mediale in modo più compiuto:

Immergiti nello spettacolare mondo di Avatar™ di James Cameron e avventurati in un viaggio di redenzione e scoperta che ha luogo vent’anni prima degli eventi nel film. Gioca nei panni del capitano Ryan Lorenz, trasferisci la tua coscienza nel corpo di un ibrido Na’vi-umano sperimentale e diventa il primo Avatar. Come reagirai agli sconvolgenti cambiamenti in atto? Userai i tuoi nuovi poteri per salvare i Na’vi o ti schiererai con gli umani per distruggere il loro mondo?

Spostamento narrativo ma medesima prospettiva: entrare con il proprio punto di vista su Pandora, mettere la sua narrazione in movimento. Da se, diventando registi di se stessi.

Ma se pensiamo più a fondo alla portata che l’immaginario video ludico realizza, troviamo che non si tratta altro che di traduzione di immagini/immaginario che abbiamo già visto ed esplorato grazie a quella realtà che i le immagini riprese dai prodotti dei videogiochi, con le loro forme di rendering e le palette di colori, diventano familiari, anche fuori contesto, su settimanali patinati, pubblicità e prodotti televisivi di animazione (sigle, ecc.). Avatar, in questo senso, presenta un ambiente “già visto”, presentificato in quei mondi online che si diluiscono nell’immaginario (non così) di massa dei MMORPG, come World of Warcraft (Luca, ad esempio, racconta come l’ispirazione ad Outland sia evidente).

Certo è che il rapporto emotivo con questo immaginario è complesso e il mondo di Avatar rischia di essere bello “da morire” (anche se direi che non istiga esattamente al suicidio come titola La Stampa), e le implicazioni sono profonde come scrive mike sul forum ufficiale naviblue:

Ever since i went to see Avatar i have been depressed. Watching the wonderful world of Pandora and all the Na’vi made me want to be one of them. I cant stop thinking about all the things that happened in the film and all of the tears and shivers i got from it. I even contemplate suicide thinking that if i do it i will be re birthed in a world similar to Pandora and the everything is the same as in Avatar.. I cant find joy in this world since Ive seen it, and the only thing that makes me happy is thinking about it or when im seeing it next, which is Saturday at the imax.. I doubt anyone will understand the feelings I’m having..but if you are..tell me..

E da qui nasce una conversazione fra utenti. Che forse La Stampa avrebbe dovuto leggere nel complesso, e di cui, poi, parleremo in un prossimo post.

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