Google Alerts : il difficile equilibrio fra libertà di parola (connessa) e diritto alla privacy

Come si poteva temere una giurisprudenza che ha le sue radici nel moderno (qui calcherei la mano sulla differenza fra norme e sentenze) non è riuscita ad interpretare la struttura di pratiche sociali che ruota attorno ai contenuti generati dagli utenti e alle piattaforme che le ospitano. O meglio: lo ha fatto a suo modo. È così che il tribunale di Milano responsabile del processo a Google condanna tre dirigenti per “diffamazione e violazione della privacy per non avere impedito nel 2006 la pubblicazione sul motore di ricerca” di un video con maltrattamenti ad un ragazzo down – video tolto immediatamente dalla visibilità dopo la segnalazione.

La posizione a caldo di Google che ho letto mi sembra chiara:

Faremo appello contro questa decisione che riteniamo a dir poco sorprendente, dal momento che i nostri colleghi non hanno avuto nulla a che fare con il video in questione, poiché non lo hanno girato, non lo hanno caricato, non lo hanno visionato se questo principio viene meno, cade la possibilità di offrire servizi su internet.

Lo spiega bene anche Luca.

Quella meditata – forse un po’ enfatica, ma decisamente puntuale – anche di più:

But we are deeply troubled by this conviction for another equally important reason. It attacks the very principles of freedom on which the Internet is built. Common sense dictates that only the person who films and uploads a video to a hosting platform could take the steps necessary to protect the privacy and obtain the consent of the people they are filming. European Union law was drafted specifically to give hosting providers a safe harbor from liability so long as they remove illegal content once they are notified of its existence. The belief, rightly in our opinion, was that a notice and take down regime of this kind would help creativity flourish and support free speech while protecting personal privacy. If that principle is swept aside and sites like Blogger, YouTube and indeed every social network and any community bulletin board, are held responsible for vetting every single piece of content that is uploaded to them — every piece of text, every photo, every file, every video — then the Web as we know it will cease to exist, and many of the economic, social, political and technological benefits it brings could disappear.

Il punto è proprio questo: tutelare il difficile equilibrio tra libertà di parola in pubblico (e creatività diffusa) e diritto alla privacy chiede di ripensare, nell’epoca dei pubblici connessi, forme e modi di garanzia ricomprendendo la novità assoluta di media personali di massa (blog, social network, ecc.), per evitare di comprimere la rivoluzione comunicativa in atto all’interno di paradigmi di controllo pensati per un’epoca delle comunicazioni di massa.

In particolare nel nostro Paese, che non brilla per capacità di supporto normativo all’innovazione.

La sentenza non è definitiva. Le questioni che pone però sì.

Dietro l’esplosione degli UGC abbiamo trovato in questi anni il vero sviluppo di innovazione possibile della Rete, il moltiplicarsi delle sue funzioni raccordando conversazioni (immagini, video, parole) tra apertura di percorsi di senso e strade irrimediabilmente chiuse. È un territorio che stiamo imparando ad abitare, con molti errori, con contrasti e nuovi modi di negoziare la democrazia dell’informazione. Creare dei filtri forti alle forme di spontaneismo della produzione, all’entusiasmo anche ingenuo, significa mettere il coperchio ad un vapore sociale che ha bisogno di queste forme di effervescenza, come i fatti sembrano dimostrare. Questo non significa tollerare l’illegalità o tacere della stupidità. Ma vi siete chiesti quali effetti produrrà il vapore sociale tenuto compresso nella pentola dell’informazione inespressa?

2 pensieri su “Google Alerts : il difficile equilibrio fra libertà di parola (connessa) e diritto alla privacy”

  1. > Ma vi siete chiesti quali effetti produrrà il vapore sociale tenuto compresso nella pentola dell’informazione inespressa?

    soprattutto c’e’ da chiedersi se milioni di persone possono accettare silenziosamente di fare un passo indietro sulla strada della liberta’ (di espressione)

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...