L’IA come dispositivo culturale e la mimesi dell’artificiale

Domani parteciperò al seminario “Dall’Intelligenza Artificiale alle tecnologie sociali: l’attualità del pensiero di Achille Ardigò” dove coordino la tavola rotonda su “Il micro-macro link fra asimmetrie e mediazione tecno-sociale”. Si tratta di riprendere le fila ed attualizzare il pensiero di uno dei padri fondatori della sociologia italiana – la cui voce su wikipedia non rappresenta al momento al meglio il suo lavoro e la sua influenza intellettuale sul pensiero di stampo post-modernista in Italia all’intreccio fra socio-cibernetica e teoria della complessità.

Trattare il pensiero di Achille Ardigò in quel passaggio d’epoca per la sociologia italiana rappresentato dalla svolta della cibernetica di secondo ordine e della complessità – che ha trovato un proficuo terreno epistemologico nelle convergenze tra scienze sociali e riflessione teorica sull’Intelligenza Artificiale – è un’operazione non banale. Non lo è per chi, come me, ha avuto la fortuna di seguire il suo corso di sociologia avanzata a Scienze Politiche all’Università di Bologna e di impattare con le molte iniziative – presentazione di volumi, seminari, convegni, visiting professor – che hanno costituito l’attività continuativa del Cerdsi, Centro di Ricerca e Documentazione «Sociologia e Informatica» del Dipartimento di Sociologia dell’Università di Bologna, che Ardigò ha diretto assieme a Lella Mazzoli. Il Centro ha rappresentato un ambiente capace di generare l’humus culturale di una sociologia aperta alle forme transdisciplinari, capace di risposte “forti” in termini epistemologici e pronta a fare dell’innovazione tecnologica un ambito di riflessione interno alla disciplina. D’altra parte come Ardigò dice di sé:

non amo fermarmi a valutare il passato, il cammino percorso da me e dagli altri, a fare storiografia della sociologia. Sono di preferenza sollecitato – c’è forse in tale mia inclinazione una qualche forma di nevrosi – a gettarmi su aspetti e problemi sempre nuovi del presente/futuro, possibilmente aspetti e problemi da cui sperare qualche ricaduta di bene comune.

Sono tre le motivazioni che hanno spinto Achille Ardigò ad occuparsi di IA.

1. La prima è relativa al mutamento socio-culturale nel quale la società di allora è immersa. L’IA rappresenta in tal senso un dispositivo culturale capace di forgiare l’immaginario della mutazione introdotta dalle scienze computazionali attraverso i prodotti dell’informatica, anche in chiave sociale, alimentando speranze e preoccupazioni delle persone circa una relazione con la “macchina” cibernetica, pensata come analogon dell’uomo e capace di operazioni percepite come autonome.

2. La seconda, più connessa all’ambito disciplinare della sociologia, vede la cibernetica alla base degli avanzamenti dell’IA come ambito di riflessione analogico per la teoria e l’epistemologia sociologica.

Esiste un’analogia di fondo tra il pensiero che è alla base della progettazione di macchine intelligenti e quello sociologico che si rifà ad un sistema sociale pensato come autoreferenziale (il riferimento al neo-illuminismo di Niklas Luhmann è qui centrale) che porta la società a pensarsi in una direzione artificiale ed astratta con conseguenze rilevanti sia sul piano epistemico che del governo delle società (e su questo si può vedere la connessione con le riflessioni di Simon).

3. La terza via è relativa all’impatto sociale relativo alla diffusione dei prodotti IA nella vita relazionale e produttiva. L’interesse è, da una parte, per i sistemi esperti, applicazione della tecnologia IA, che consentono di supportare processi analitici e decisionali – pur nel rischio di una crescita di “mentalizzazione” rispetto alla prassi; dall’altra è relativo alle forme di interazione uomo-macchina e uomo-macchina-uomo.

Rispetto a questi percorsi mi piacerebbe lasciare due rapide – ne scrivo più diffusamente qui – linee di sviluppo.

La prima ha a che fare con le questioni poste da Ardigò relative all’irriducibilità della persona e ai confini antropologici tra natura e cultura, ma anche all’aprirsi alle forme di intelligenza diversa, à côté de l’humain. Temi che la riflessione sul post-umano tratterà vent’anni dopo ma che già Ardigò aveva intuito ipotizzando il processo mimetico con le macchine.

La seconda, di vaglio critico rispetto alla mutazione in atto, è quella dell’inclusione sistemica per via tecno-comunicativa. Gli individui operano una forma di “inclusione” volontaria rendendo le loro comunicazioni interpersonali, comprese quelle affettive e di solidarietà, funzionali alla riproduzione sistemica di comunicazione. Pensiamo alla natura odierna dei Social Network (ad esempio Facebook, MySpace, Orkut, ecc.) e al loro rendere disponibili, ricercabili ed aggregabili le comunicazioni connesse di milioni di persone che possono così meglio essere trattate a fini di mercato o di “manipolazione” politica. Le opinioni personali su prodotti, tendenze, personaggi vengono rese pubbliche dagli utenti stessi e visibili agli altri ma anche a chi quei prodotti li promuove, a chi progetta tendenza e a chi “costruisce” personaggi. Le conversazioni connesse diventano cioè fungibili alle strategie di sistema. Le logiche sistemiche possono alimentarsi dei vissuti individuali, delle storie dei singoli, dei processi amicali, ecc. appropriandosene in chiave trasformativa, mutandoli in linguaggi pubblicitari o politici, ad esempio.

3 pensieri su “L’IA come dispositivo culturale e la mimesi dell’artificiale”

  1. davvero interessante il seminario di lunedì. In particolare l’intervento del Professore Francesco Bianchini ha ben evidenziato secondo me i tre problemi principali che stanno emergendo dalle nostre esperienze all’interno dei media-mondo: 1) la creazione del sè e dell’identità (che viene continuamente ridefinita, ridiscussa e ricostruita in rete – con le conseguenti problematiche relative alla sempre più difficile gestione della privacy), 2) la validazione della conoscenza che troviamo in rete (qual’è la fonte di informazione più attendibile?) e 3) l’ostacolo della sovrainformazione (personalmente mi sento bombardata di informazioni – o forse è solo noise?- di ogni genere: quali filtri è necessario attivare?). Avrò detto delle ovvietà, ma questi sono secondo me dei temi su cui occorrerebbe iniziare a riflettere (e su cui già molti esperti immagino si staranno interrogando da tempo), in quanto abbiamo contribuito a creare un mondo fatto anche di identità virtuali.

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