Questioni di costume: il racconto della Rete da parte dei media

fashion exposition

Una storia semplice, di giornalismo che sottolinea le forme di costume della Rete come indice dei tempi o qualcosa di più? La storia è quella legata alla notizia della partecipazione alla Settimana milanese della moda di Chiara, che ha un blog BlondeSalad che “ha ricevuto moltissimi inviti da parte degli stilisti per assistere alle sfilate” come si legge su la Repubblica nell’articolo: “Chiara, la blogger bocconiana che ha stregato il mondo della moda”.

La ripresa su media diversi – un servizio del TG5 ad esempio – ha attirato l’interesse diffuso in Rete generando alcuni thread su FriendFeed di commento, come Quanti conoscevano l’importante e autorevole fashion blog The Blonde Salad prima che fosse incoronato dal tg5 come alternativa alla Wintour? e “I blogger sono le persone più vicine, comunque, ai consumatori finali” [Chiara Ferragni, 22 anni – Repubblica.it Milano].

Una questione centrale ha a che fare con il racconto giornalistico della Rete, cioè con i modi in cui un narratore di mondi di innovazione come il giornalista mette in forma l’immaginario sulla Rete. Da questo punto di vista prendere la vicenda di Chiara come “caso”  emblematico e rappresentativo della relazione fra interno della Rete (i blog) e Realtà (il mondo della moda) si scontra con l’effettiva reputazione di Chiara in Rete come fashion blogger e sull’effettiva influenza del suo pensiero sulla moda. L’uso nell’articolo di vaghe affermazioni come “il suo blog è già uno dei più seguiti dagli appassionati di moda” invece di dare risposte pone interrogativi: “ è uno dei più seguiti”: chi lo dice? che vuol dire? da dove trai l’informazione?; “dagli appassionati di moda”: chi te lo dice?

Dal tono sembrerebbe che si abbia a che fare una fashion blogger star che ha un’alta reputazione in rete e che conta per il sistema della moda. La Rete – leggere i thread al riguardo – si chiede: ma è veramente così?

Aggiunge Vincenzo – in un altro thread – “non penso che tutti i giornalisti che ne hanno parlato si siano posti tali domande. A me interessa anche capire se ha agito un classico effetto emulativo tra giornalisti o se c’è un’operazione da ufficio stampa”.

Quanto il racconto sull’innovazione viene distorto da effetti di emulazione tra produttori dell’informazione o “guidato” da buoni uffici stampa che generano sapientemente un racconto che viene semplicemente ri-raccontato?

Ma possiamo spingerci più a fondo.

zetaraffix pone una domanda interessante:

a furia di mostrare questi alle “masse” come esempi di blogger, le “masse” si faranno un’idea molto distorta di cosa è un blogger… (ma forse questo non è casuale.. no…)

Posta da “dentro” la Rete mette in luce un quesito che oggi mi sembra essere centrale: le forme di rappresentazione mediale e gli immaginari che si producono sulla Rete sono solo frutto di diverse competenze tematiche e di ambito (non c’è ad esempio un interesse “scientifico” a trattare la Rete sui media) oppure c’è la volontà di costruirne un immaginario preciso che mostri la Rete in quanto “alterità”, riducendola a fatto di costume e non a motore dell’innovazione?

5 pensieri su “Questioni di costume: il racconto della Rete da parte dei media”

    1. verissimo. nessuno è italiano però, quello che in genere fa la differenza (a parte che i blog dedicati alla moda sono migliaia e il 99% probabilmente inutili cone solo esempio di “me-former” e non di “informer”) è l’approccio più “simpaticamente disimpegnato” (abominevole, secondo me), la battutina invece dell’argomento…insomma tipo un normale tg ^-^

  1. Sì, è vero. Ci sono fashion blogger con altissima credibilità perché capaci non solo di generare traffico verso i loro blog ma di intuire tendenze, mostrare connessioni e gusti, prefigurare la moda… E lo diventano spesso non attraverso un progetto editoriale e di marketing ma naturalmente, spesso inconsapevolmente, partendo dalle loro passioni e dalla capacità di osservare il mondo che li circonda.

  2. un altro fattore di enorme differenza è dato dalla qualità delle immagini utilizzate: immagini in risoluzione troppo bassa , o cmq poco interessanti esteticamente squalificano subito tutto l’insiene.
    A parte l’ovvio showstudio.com (ormai più un network che un blog) , http://coutequecoute.blogspot.com/ può dare l’idea di cosa è un blog autorevole.

  3. Non so, mi viene da dire che può esserci una manovra a tenaglia (non necessariamente consapevole, forse): da un lato la Rete come alterità appezzabile in quanto omologabile in un’ottica trendy, dall’altro la Rete come ricettacolo di ogni abominio, quindi fortemente deprecabile e condannabile, senza nemmeno sforzarsi di comprenderne le dinamiche complesse. Il che richiederebbe una certa competenza o almeno frequentazione che non sempre sono alla portata. Beccare la bogger che si palesa, che non sta solo dietro la sua tastiera e il suo monitor è una via facile per un medium tradizionale al fingersi interessati all’innovazione.
    L’operazione sembrerebbe quella di glissare sulla Rete come motore di innovazione, di conoscenza, di opinione, ma soprattutto di “opinione alternativa”. Ora in TV timidamente si parla del Popolo Viola, per esempio, e si è parlato negli anni parecchio di Grillo, ma forse solo perché Grillo si portava dietro il patrimonio di “visibilità” proveniente da un altro medium. E se ne è parlato in particolare quando, tra vari tira e molla, pareva intenzionato ad “uscire” dalla Rete e immettersi nel calderone politico “reale”.
    Non conosco questa blogger, ma sicuramente la Rete è ricchissima di blog autorevoli sui temi dell’innovazione, della comunicazione e su molti altri temi. Però in definitiva sono d’accordo con zetaraffix.
    Un altro problema che dovremo porci un domani non troppo lontano è quanti di questi blog su tecnologia, moda e quant’altro (in pratica su cose che si comprano e vendono) siano indipendenti e quanti facciano parte del grande (quanto?) gioco del buzz marketing. Questo è un problema che mi ha sempre intrigato.

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