In difesa dei troll

Il gruppo “Giochiamo al bersaglio con i bambini down” presente su Facebook che ha creato tanta giusta indignazione sia nei media che all’interno della stessa Rete – con creazione di alcuni gruppi che ne hanno proposto la chiusura – ha un responsabile che è stato individuato, anche con celerità. Si tratta di un ragazzo cingalese di 19 anni, affetto da disturbi comportamentali, uno che i media (telegiornali e stampa) hanno definito un vero troll.

La prima considerazione che si può fare è che l’allarme per l’anonimato in Rete che rende irrintracciabile chi commette reati può rientrare, con buona pace  delle cassandre (Carlucci e Barbareschi in prima fila) – come ci ha efficacemente raccontato il rilancio del re-tweet di ezekiel e i suoi commenti:

RT @140nn: scoperto dalla Polizia Postale l’autore della pagina FB contro i bambini down http://www.rainews24.rai.it/it… l’anonimato in Rete non esiste.

La seconda ha a che fare con il definire alcune forme di imbecillità in Rete o alcune forme di disagio sociale o disturbo comportamentale che diventa evidente in Rete come “trollismo”.

Vediamo cosa c’è dietro alla figura del Troll – prima di continuare consiglio di leggere la sua definizione e genealogia nel lessico Internet che propone Wikipedia.

La comunicazione in Rete aumenta i gradi di libertà conversazionali delle persone perché da una parte ci consente di articolare la nostra identità in molteplici modi e dall’altra permette l’anonimato (pensiamo all’uso diffuso di pseudonimi). Questo fa sì che si abbia la percezione di uno stato in cui alla propria esposizione si associ un abbassamento dei controlli sociali e un basso rischio di conseguenze legali. Come dire: scarse conseguenze per la propria vita sociale reale. Il che aumenta il livello di disinibizione nella comunicazione e le persone tendono a esprimersi in modi più diritti, emotivi, spesso sopra le righe.

In questo contesto spesso nella comunicazione si creano due eccessi: “netslutting”, un atteggiamento che porta a flirtare con gli altri attraverso modi disinibiti di comunicazione fra sessi e “netshitting”, con provocazioni ed insulti espliciti nei confronti degli altri.

Vicino a quest’ultimo versante (anche se non sempre con forme così eccessive) abbiamo il fenomeno del trolling. Il troll è un provocatore delle conversazioni, che si insinua nei commenti dei blog o infiamma le discussioni nei forum, ecc. esaltando la componente emotiva della comunicazione in Rete. Si tratta comunque di un soggetto che fa parte di una comunità di conversazioni, una sorta di stalker conversazionale dei gruppi, che spesso interpreta i segnali sociali presenti nella comunicazione online in modi diversi dagli altri partecipanti o che attira attenzione come provocatore.

Il troll è una forma culturale che si genera nella conversazione in Rete e dipende dalle caratteristiche di questa. Pur essendo una forma percepita come deviazione, spesso ha la funzione di cementare i gruppi in cui il troll si insinua o far scattare meccanismi di solidarietà o neo-tolleranza. Insomma fa parte delle specie ambientali della comunicazione di Rete. È una delle “forme sociali corrispondenti” che si generano con la Rete (per capirci, anche l’hacker è una forma sociale corrispondente).

Non credo che eliminare o limitare l’anonimato sia una soluzione che modificherebbe radicalmente la comunicazione di Rete: su Facebook dove molte persone si presentano con il loro nome reale i fenomeni di flaming esistono ugualmente, così come molti troll sono presenti negli interstizi dei blog con i loro nomi e cognomi. E spesso molti in qualche momento delle loro conversazioni in Rete sono stati Troll. Dal punto di vista teorico si tratta di un “tipo sociale”, semplicemente questo.

Ora, il fatto che cominci ad essere utilizzato per definire gravi comportamenti in Rete in cui si ravvisano reati oppure (e anche) per definire una forma patologica assoluta della Rete mi sembra sbagliato. È sbagliato perché utilizza una forma della comunicazione come indicazione di una sindrome, generalizzando a puri fini di divulgazione a-problematica. E lo fa giornalisticamente, per “dare” nome alle cose che accadono nella Rete, per definirla come se fosse la terra di mezzo con i suoi particolari abitanti.

Il punto è: la Rete non è un luogo “diverso” dalla vita reale e quindi troviamo forme ed eccessi in egual modo. Razzismi e stupidità come solidarietà e genialità.  Spesso dietro ai comportamenti devianti ci sono, appunto, deviazioni non necessariamente dovute alla Rete: se uno ha disturbi comportamentali, ad esempio, li avrà in tutti gli ambienti che frequenta.

Per questo spezzo una lancia a favore dei Troll: come forma autentica delle conversazioni in Rete, come forma anche patologica della comunicazione in Rete, hanno una loro funzione sociale che va riconosciuta e compresa. E combattuta “dentro” le conversazioni, come sempre.

P.S. Dedico il post ad uno dei Troll della blogosfera italiana (ma so che lui non si sarebbe definito così) che oggi ci manca. So che con le sue dure intrusioni molte conversazioni oggi sarebbero più ricche.

12 pensieri su “In difesa dei troll”

  1. Sulle “catergorizzazioni giornalistiche” a proposito della Rete ci sarebbe molto da dire. Per esempio, non è bastata la pubblicazione (ormai anni fa) di “L’Etica Hacker” di Pekka Himanen (Feltrinelli) per diffondere una migliore interpretazione di cosa sia veramente un hacker, o almeno da dove si ORIGINI questa definizione, poi magari successivamente usata con altre valenze, perlopiù negative.

  2. Concordo con te @william nessuno. E aggiungo che in questo caso mi sembra ci sia il tentativo sempre più evidente di etichettamento dei fenomeni con connotazione negativa suggerendo che “dipendano” deterministicamente dalla Rete.

  3. Secondo me “categorizzare” fa parte della condizione umana: cerchiamo sempre di attribuire un nome ad ogni fenomeno con lo scopo di ordinare e riconoscere il sistema in cui viviamo – definendo così per differenza anche l’ambiente.
    Leggendo questo post mi sono domandata chi possano essere i Troll delle community on line di cui faccio parte e mi sono sorti dei dubbi pensando alla stessa accezione di “provocatore”: è sottile e personale il confine con cui definire coloro che fanno parte del “netshitting” o coloro che invece possono entrare a far parte del “trolling”. Il fatto che si tratti di un’attribuzione personalizzata – e non generalizzabile – lo si può riscontrare nelle reazioni differenti dei vari utenti a seguito di post pubblicati sul web con annessi testi o foto provocatorie: alcuni di noi bloccano il soggetto, mentre altri continuano a seguirlo. La realtà non è unica, ma dipende sempre dall’osservatore in fondo..

    1. In realtà in una comunità un Troll è abbastanza riconoscibile a partire dalle modalità provocatoria, la capacità di alzare i toni della conversazione, ecc. Si tratta, in qualche modo, di un fare “oggettivato” che trova condivisione del giudizio e comportamenti di difesa da parte della comunità.

  4. non è ridicola tutta l’importanza che viene data a questi gruppi stupidi e assurdi su facebook? più si da enfasi (giornali,tg, ecc…) più si incentiva la creazione di altri gruppi simili

    se nel caso del terrorismo (perchè lo stesso ragionamento si potrebbe fare con le rivendicazioni terroristiche) la pubblicazione è giustificata dal diritto di cronaca, qui non cè nemmeno il diritto di cronaca: con tutti i fatti importanti che avvengono, è necessario parlare in un tg di un gruppo insulso su facebook?

  5. @williamnessuno non sono per nulla d’accordo con te!!! non credo sia giusto censurare la rete!!!! non c’è altro posto in cui si possa osservare una democrazia e una libertà di espressione che purtroppo non ci è concessa nemmeno nello Stato di diritto in cui viviamo noi! La rete rispecchia in fondo la società e i suoi fenomeni sociali, devianze comprese.

  6. oppppppppppps, @williamnessuno (curiosa la scelta del tuo nick: posso dirlo?): il freddo e la neve deve avermi atrofizzato la poca massa grigia che mi è rimasta… solo ora capisco di aver compreso il contrario di quello che avevi scritto….intendevi dire che LORO vogliono diffondere la cultura del controllo e della censura in rete e tu sei contro questa politica. tanto rumore per nulla, perchè quindi la pensiamo nello stesso modo.

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