Il silenzio e l’informazione

Il rapporto tra informazione e democrazia oggi in Italia si sintetizza anche con il silenzio. Così almeno mi pare osservando più da vicino una forma organizzata di protesta che prende le mosse da Facebook per tradursi in azioni dirette e simboliche contro i luoghi del potere dell’informazione. In un intreccio che oggi si esplicita sempre di più fra spazio dei flussi e spazio dei luoghi che manda a gambe all’aria la distinzione tra una realtà dentro la Rete e fuori dalla Rete.

Ci sono oltre 200.000 persone che hanno aderito al gruppo Facebook La dignità dei giornalisti e il rispetto dei cittadini (qui anche la fanpage in lenta crescita) nato per promuovere una battaglia culturale dopo che il Tg1 del 26 febbraio ha proclamato la falsa assoluzione di Mills. Si tratta di una modalità di contropotere che opera nell’ambito della nuova cornice tecnologica (vedere Castells) e che consente una connessione tra i consumatori di informazione, le silenziose audience dei TG, che trovano visibilità e raccordo nelle forme orizzontali di comunicazione sviluppate attraverso le modalità del web sociale, con possibilità di organizzare azioni concrete rivolte ai centri di potere informativo Rai. Così sono stati organizzati incontri di protesta (tre, al momento) davanti alle diversi sedi Rai; è stata inviata una lettere al direttore del Tg1 Augusto Minzolini, al presidente della Commissione di vigilanza Rai Sergio Zavoli e al presidente della Rai, Paolo Garimberti senza mai aver ricevuto risposta; si è arrivato ad un’azione  simbolica che ha costruito un presidio permanente di osservazione delle edizioni del TG1, pronto a segnalare anomalie, discrasie, ambiguità.

Questo movimento abita anche la Fanpage del TG1, dove ad ogni edizione segnalata spuntano commenti forti, talvolta al limite nei toni, risentiti e accorati:

Siete un cancro per la democrazia, uno si sforza di fare una vita onesta, poi seguendo un tg come il vostro mi rendo conto della disonestà imperante di questo paese. Prendete in giro milioni e milioni di italiani semplici ed onesti (i soli che sono rimasti e non si rendono conto delle notizie censurate o deliberatamente falsate), tutto questo con grave dolo. Prescrizione non è assoluzione. Cappellacci non è Castellacci. Il TG1 non è un telegiornale…. Minzolini non è un giornalista. L’ordine deve intervenire. Queste sono notizie e alla mia bambina insegnerò a non guardare mai e poi mai il TG1 che una volta tanto amavo.

Venti o trenta commenti più o meno di questo tono ad ogni edizione.

E la risposta? Il silenzio. Un silenzio bilaterale, da ogni organo istituzionale (Ordine dei giornalisti compreso), da ogni livello gerarchico, da ogni singola voce ufficiale. Ignorare come pratica contro-contro-informativa. Anche dentro i social media, se pensiamo a come nella Fanpage del TG1 non ci sia mai un intervento interno, un post di confronto, di presa in considerazione. Il wall come se fosse un muro di cinta di un palazzo su cui alcuni facinorosi lasciano una scritta di protesta. Solo che i “facinorosi” ci mettono la faccia, cioè il nome: scrivono con nome e cognome quello che pensano, edizione dopo edizione, con puntualità. Non solo non si nascondono dietro l’anonimato ma mostrano il loro essere un gruppo allargato in crescita, connesso ed auto-organizzato: un movimento di contropotere, appunto. Che non accetta il silenzio come risposta, il laissez faire come strategia per disinnescare il dissenso, la negazione della parola a chi dell’informazione fa un mestiere.

Per tale motivo abbiamo pensato di riaffermare la centralità della parola. Lo faremo ospitando giornalisti appartenenti a testate di orientamento diverso che traducono con le parole l’informazione in un incontro su Informazione e Democrazia in un luogo della parola come l’Università. Giornalisti appartenenti a testate nazionali e locali, compresi alcuni “rimossi dal video” da Minzolini (Paolo Di Giannantonio e Tiziana Ferrario). Dall’altro lato gli studenti e noi, quelle audience silenziose che oggi diventano sempre più visibili nella loro connessione. Credo che costruire luoghi terzi di contatto tra chi produce (professionalmente) informazione e chi la consuma (e talvolta amatorialmente la produce) sia un’occasione per rompere i silenzi e riempire i vuoti e le distanze tra informazione e democrazia che spesso in questo Paese mi sembra di osservare.

2 pensieri su “Il silenzio e l’informazione”

  1. Credo che molto sia dovuto al gap generazionale in cui vecchi e nuovi media trovano terreno fertile. I nostri genitori hanno vissuto la nascita di quella scatola magica da cui arrivavano immagini, colori ed emozioni. Difficile adesso dopo svariati decenni metterla anche semplicemente in discussione, parlare di attendibilità di fonti, veridicità di notizie e strumentazione politica di un servizio che, in teoria, dovrebbe essere pubblico e di pubblica utilità. Inoltre stiamo assistendo a mio avviso ad un rapido mutamento del modello del “consumatore di informazione” come li hai definiti tu, e son convinto che non riguardi solo l’informazione intesa come TG ma come messaggio veicolato al target: l’informazione come controllo delle masse. Nulla di particolarmente nuovo ma la storia, spesso, non insegna a sufficienza.

    1. Credo che ci troviamo in un passaggio d’epoca in cui non è più possibile per un medium di massa come la televisione prescindere dalla “consapevolezza connessa” dei suoi pubblici.
      Concordo anche sulla rilettura dei classici (tipo Le Bon) sui rapporti tra comunicazione e masse che (forse) molto hanno da insegnarci.

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