Gli equilibri difficili e vertiginosi nell’essere Wired in Italia

A pensarci, in effetti, quello di divulgare Internet tra le persone oggi è un bel problema. Specialmente se il tuo pubblico è italiano e hai come concreta fonte di ispirazione la rivista leader dell’innovazione Wired. E se poi ti chiami Wired Italia.

Max Cava scrive su FriendFeed: “Wired.it mette 2spaghi e delicious tra i 10 social network emergenti #fail

In effetti… come si fa a dire “emergente”. Ma se usiamo da anni 2Spaghi per scegliere dove andare a mangiare quando facciamo una gita e segnaliamo spesso i buoni (ed economici) ristoranti… E Delicious poi, a parte che… è un social network o no? ma non è social bookmarking?

E i commenti fioccano a cercare di mettere in luce come sia paradossale oggi elencare tra gli “emergenti” quei social network il cui uso è nella fase di stabilizzazione (crescente) nelle pratiche quotidiane di molti utenti.

Dovete capirci. C’è una generazione che è cresciuta nel mito di Wired e che se oggi si occupa di tecno cose forse lo deve anche alla lettura di qualche articolo in una copia acquistata-a-Roma-Termini-una-volta-che-ero-in-gita-che-in-provincia-non-arriva e adesso che ce l’abbiamo qui, per noi, a portata di early adopter, di chi si occupa anche professionalmente di Internet, le attese sono alte. Una certa divulgazione giornalistica dell’innovazione della Rete in Italia è sparsa tra quotidiani, settimanali e rotocalchi che, con linguaggi diversi – secondo il proprio pubblico – ci raccontano questo mondo che sta mutando. Ma da Wired ci si aspetta altro.

Linguaggio e pubblico immaginato.

Come l’avrà immaginato Wired.it? Che linguaggio usare? Nell’elenco dei 10 social network emergenti che devi conoscere l’introduzione è questa:

Internet sta mutando, è sotto gli occhi di tutti. Sempre più social e sempre meno statica. In Italia poi è quasi una mania: Facebook è il sito per antonomasia ma anche Twitter e tutti gli altri cominciano a farsi strada nelle nostre case. Non ci sono solo questi due colossi però, tante altre piccole galassie sociali stanno nascendo, spesso dedicate a nicchie ben specifiche a volte con meccanismi del tutto particolari. Ecco tutto quello che volevate sapere e che nessuno vi aveva raccontato sul mondo social che si sta muovendo fuori dalla nostra finestra: i 10 siti di genere che non potete assolutamente ignorare

In effetti, da una rivista dell’innovazione come Wired, forse, ci si aspetta un altro tono ed un altro approccio. Infatti, affonda, Max Cava: “da un wired.it mi aspetto molto di più. su un giornale femminile e su un giornale di tecnologia i temi vanno affrontati diversamente non può essere lo stesso articolo…”

Il punto è: che giornale è il Wired italiano – e piattaforma connessa? Che pubblico ci aspettiamo abbia? È un mensile per gli early adopters o sta lavorando per ampliare la cultura Internet – in un Paese la cui arretratezza è genetica – abbracciando una vocazione (più) generalista alla divulgazione dell’innovazione?

Si tratta di equilibri difficili e vertiginosi.

Le mie considerazioni sbrigative potrebbero finire qui. Ma vale la pena aggiungere un’ultima cosa. A latere ma interlacciata allo stesso tempo.

Un punto a favore della realtà “connessa” di Wired è la risposta in brevissimo tempo del coordinatore della redazione .it che si assume la responsabilità e spiega le ragioni del possibile fraintendimento.

Ciao a tutti, sono Federico Ferrazza, il coordinatore della redazione di Wired.it. Effettivamente il titolo del pezzo e alcune delle frasi della intro sono fuorvianti: l’idea era quella di un articolo che elencasse alcuni degli “altri” social media; in altre parole quelli che non sono Facebook, Twitter o Friendfeed. In ogni caso é evidente che alcuni dei nomi presenti nella lista non sono nuovissimi e mi scuso per l’incoerenza tra articolo e titolo. Grazie comunque per l’attenzione e le critiche. Ciao

Ecco, io questo lo apprezzo. Apprezzo la capacità di entrare nelle conversazioni che ti riguardano senza pretendere la distanza da mainstream media; la coerenza dell’affrontare certe tematiche (la dimensione “social” della Rete) ed agire di conseguenza (monitorare le conversazioni che parlano di te e partecipare ad un thread). Apprezzo anche il sapere scusarsi, pubblicamente online. Un valore che nella realtà conversazionale ha un peso specifico non indifferente.

13 pensieri su “Gli equilibri difficili e vertiginosi nell’essere Wired in Italia”

  1. Bel post Giovanni, è proprio difficile conciliare in un prodotto editoriale unico gli early adopters e il pubblico mainstream. Federico credo abbia l’esperienza e la sensibilità giusta per farlo, c’è bisogno di un wired.it forte in Italia per affermare la tecnologia come driver di crescita economica, al di là delle piccole sviste🙂

  2. Bellissimo post, osservazioni più che condivise da parte mia!
    Auguro a wired ita di diventare sempre più “wired” e di portare tutti i lettori ad interessarsi in modo sempre più approfondito degli argomenti trattati, nell’attesa però sfoglio la versione usa….🙂

  3. a mio parere wired.it non è wired. è qualcosa di molto più simile a Max o GQ.
    non è una rivista per gli early adopter: gli early adopter non hanno bisogno di una rivista nel 2010, hanno un feed reader (molto più efficiente di qualunque copia cartacea, purtroppo).

    secondo me si rivolge a un target adulto e poco avvezzo al web, che percepisce come fondamentale la cultura di rete ma non riesce ad aggiornarsi in presa diretta.
    da qui, a mio parere, nascono le esigenze divulgative di wired.it (il linguaggio, l’apparente banalizzazione, l’esplorazione di temi mainstream).
    va da sè che il pubblico NOOB e il pubblico esperto non possano convivere ma è altrettanto evidente che le esigenze commerciali di un prodotto da edicola costringano l’editore a rivolgersi al pubblico più ampio possibile.

  4. Condivido in parte questa analisi: la superficialità pop con cui Wired sta cercando di acquisire lettori e fasce di mercato, è evidente, delude chi invece si aspetta notizie su temi diversi, o magari impostate in modo meno semplicistico (nei primi numeri non era così).

    E’ anche vero che Wired e il suo direttore in primis rispondono spesso a critiche e commenti sul sito (o per mia esperienza su Twitter), ma selezionando bene gli argomenti da trattare e quelli da ignorare.

    E’ il caso di un mio post di analisi su “Internet for Peace”, segnalato in vari modi a Riccardo Luna (twitter, mail, commenti), ma per il quale non ho mai avuto risposta:

    http://menu.myblog.it/archive/2010/02/02/why-a-prize-peace-to-internet-is-not-the-point.html

    Il contatto con i lettori sembra esserci, questo è vero, ma c’è lettore e lettore. La tua esperienza non può essere presa come esempio, perché ho ragione di dubitare che venga assicurato lo stesso trattamento a tutti i lettori che criticano Wired.

    Un saluto

    1. @Marco: ogni caso è ovviamente a sé. Mi sembra che questo caso rappresenti bene alcune inquietudini a proposito di Wired Italia rispetto alle attese e alla direzione che editorialmente ha intrapreso.

      La scelta, poi, di essere più o meno presenti alle conversazioni credo dipenda dalla sensibilità dei singoli. In questo caso mi sembrava utile segnalare quella di Federico.

      Sul tema del “c’è lettore e lettore” occorre, a mio parere, valutare i criteri di selezione. Magari non rispondono a te ma lo fanno alla tua domanda. Tanto per fare un esempio: sono molti i post, i tweet, ecc. che pongono la tua stessa domanda tematica e magari uno è stato preso a “tipologia” di questione.

      1. Ogni caso è a se, certo, ma esistono anche delle tendenze e mi riferivo a quelle. Sono abbonato a Wired e seguo costantemente i vari siti di riferimento, e nel caso di Internet For Peace purtroppo ho potuto leggere risposte articolate solo a critiche pervenute fuori dall’Italia, come queste:

        http://www.wired.it/i4p/archivio/2010-03/03/a-reply-to-the-5-reasons-why-the-internet-shouldn%27t-get-the-nobel-peace-prize.aspx

        http://www.wired.it/i4p/archivio/2010-02/15/why-the-internet-deserves-the-nobel-peace-prize.aspx

        Al di là della lingua (non parlo per me, ma per chi purtroppo non conosce l’inglese), possibile che Wired su questo tema così dibattuto non abbia mai dato lo stesso peso a critiche arrivate dall’Italia, in italiano? Un esempio:

        http://www.apogeonline.com/webzine/2009/11/23/il-nobel-a-internet-un-parere-controcorrente

        Magari mi sono perso qualcosa, illuminatemi.

  5. Apprezzo molto questo post. Possiamo migliorare, dobbiamo farlo. Grazie a tutti quelli che ci aiutano in questa impresa anche con post così

  6. Temo che il problema dell’identità (e aspettative connesse) di Wired Italia sia tutto nella domanda “È un mensile per gli early adopters o sta lavorando per ampliare la cultura Internet – in un Paese la cui arretratezza è genetica – abbracciando una vocazione (più) generalista alla divulgazione dell’innovazione?”

    Mi pare palese che Wired Italia NON si rivolga agli “early adopters” o a chi vuole leggere del futuro. Il problema è che ha il nome e le ambizioni di una rivista che, storicamente, ha sempre cercato di parlare proprio del futuro o dei futuri possibili e non si è limitata a descrivere il presente.

    nda

  7. Wired Italia ha fatto scelte discutibili, discutibilissime. Mi sbatte Fiorello in copertina, perdipiù per la ragione che “non capisce” di Internet e computers. Fiorello fa vendere, questo è quanto. Magari una acquirente standard di “cioè” vede Fiorello in copertina (le foto erano belle, oggettivamente) e lo compra. Una logica meramente commerciale.
    In contemporenea Wired US metteva in copertina Zuckerberg e Gates…
    Onestamente da quel numero ho deciso di investire i miei euro in qualche altra cosa, quindi non so più cosa stiano facendo.
    Capisco, certo: Wired US (nonostante le sue attuali derive commerciali) ci ha abituati bene.
    Ma quelli di Wired Ita per quanto mi riguarda hanno deluso ampiamente le aspettative.
    Capisco benissimo l’esigenza di “fare mercato”, conquistare pubblico mainstream. Va benissimo.
    Peccato allora chiamare la rivista WIRED. Hanno voluto usare un marchio che ha dei significati precisi nella storia di Internet e per coloro che qui chiamate “early adopters”; e gli early adopters lo vedono pesantemente travisato. La reazione era facile da.prevedere.
    Buona fortuna a Wired IT col pubblico “altro”, allora.

  8. Personalmente ho già risolto il problema. Ho acquistato Wired all’inizio, quando poi ho capito che non era in linea con le mie aspettative ho smesso.

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