Maoisti digitali

Mao's Little Red Books for Sale/Nathan Laurell/

Che del pensiero critico sul Web si senta il bisogno è innegabile. Specialmente in Italia, dove abbiamo la sensazione di aver vissuto una sorta di hype culturale rispetto ad Internet spesso immotivata, visto le carenze infrastrutturali e lo scarso impegno da parte del governo alla “normalizzazione digitale” del paese e ad un divario su più livelli. Per questo motivo trovo anche utile l’uscita del libro di Jaron Lanier Tu non sei un gadget di cui il Post anticipa parte del primo capitolo. Utile per alimentare un dibattito consapevole sull’evoluzione del Web fuori da tecno-entusiasmi e contro spinte da luddismo digitale. Lo leggerò con attenzione, perché quel visionario di Lanier è stato un progettista importante sul piano tecnologico e culturale per la diffusione dell’idea e degli strumenti di Virtual Reality. Il mio impatto con lui risale al 1990 con gli scritti del volumetto  “Più cyber che punk”, curato da Bifo e pubblicato da A/traverso, Bologna.

Mi perdonerete se però dichiaro fin da ora qualche mia perplessità sui toni e su alcuni modi di argomentare di Lanier – pur riconoscendo come ha scritto Luca Sofri alcuni spunti brillanti spesso attorniati da corollari confusi. Qualche esempio sparso dalla manciata di pagine lette:

Qualcosa è cominciato ad andare storto nella rivoluzione digitale intorno al passaggio del millennio. Il World Wide Web è stato inondato da una fiumana di tecnologie di pessimo livello talvolta etichettate come Web 2.0. Questa ideologia promuove una libertà radicale, ma paradossalmente si tratta di una libertà riservata più alle macchine che alle persone. Eppure se ne sente parlare come di «cultura open».

Ecco, questo è un modo, francamente, poco analitico di dire che ogni tecnologia ha delle affordance che costituiscono vincoli e possibilità e che sono contesti vitali per una nostra mutazione ontologica. Non si tratta solo di strumenti che usiamo ma di frame bio-cognitivi: nell’usarli ci cambiano ma, anche, li cambiamo. Il senso è questo e, dla mio punto di vista, ha a che fare con l’evoluzione delle tecologie nella società, con i modi di “accoppiamento” fra uomini e macchine che non è che sia cambiato dopo la fase di tecno-utopismo anni ’90 di cui Lanier è stato uno dei profeti.

E ancora:

I progetti guidati da questa fede nuova e perversa hanno ricacciato nell’ombra gli individui. Le finestre di Windows si erano come aperte per tutti negli anni novanta, ma la mania dell’anonimato ha vanificato quella possibilità. […]lo pseudonimato al posto della baldanzosa estroversione caratteristica della prima ondata della cultura web […] Questo rovesciamento ha favorito parecchio i sadici, anche se l’effetto peggiore è stata la degradazione della gente comune.[…]  La produttività volontaria deve diventare una commodity, un bene di consumo, perché il genere di fede che sto criticando prospera quando si può fingere che i computer facciano tutto, e le persone non facciano niente.

Questa affermazione circa l’era della libertà aperta dalle finestre windows (immagino sulle praterie proprietarie di Microsoft) appannata dall’anonimato oggi – proprio oggi? nell’epoca della sovraesposizione di massa? – la capisco veramente poco. Così come, pure, se il richiamo alla “degradazione della gente comune” ha a che fare con l’uscita da una condizione elitaria di Internet e con l’ascesa della cyber borghesia sui social network. Confrontarci con l’allargamento – ed i connessi problemi – della fruizione in chiave social di Internet ci fa così paura tanto da preferire posizioni conservatrici di stampo elitario?

Poi continuando la lettura penso di avere capito anche il punto di vista da cui provengono alcune affermazioni:

Anziché trattare le persone come sorgenti della propria creatività, i siti di aggregazione e di astrazione commerciale hanno presentato dei frammenti di creatività resi anonimi come prodotti che, per quanto se ne sa, potrebbero essere caduti dal cielo o spuntati dal terreno, oscurando in tal modo la loro autentica origine.

È come se l’evoluzione in atto venisse  osservata unicamente dall’alto, ignorando le conversazioni “dal basso”, le dinamiche di empowerment, i processi di disintermediazione, ecc. certo problematiche e non tutto-rose-e-fiori come spesso sentiamo affermare. Sono convinto che un approccio critico rispetto alle forme di appropriazione dei contenuti sia necessaria: ci troviamo di fronte a quella che possiamo osservare come una forma di “astrattizzazione” della comunicazione che assume i contorni di una espropriazione, disaggregazione e ri-aggregazione di quello che gli utenti producono e che diventano contenuto (im)materiale e relazionale per siti commerciali (dalle gare UGC dei brand a quello che facciamo dando senso al nostro stare su Facebook). Questo non significa non tentare di capire il “senso” del nostro abitare la Rete nella sua complessità di ecosistema mediale e riconoscere che c’è una trasformazione del nostro “senso della posizione” rispetto agli anni ’90. Perché è da qui che si capisce che si può creare una cultura del network che mostra che non è vero  “che i computer fanno tutto, e le persone non fanno niente” .

C’è poi un richiamo, proprio a proposito della cultura che si sta creando – o meglio: al modo di rappresentarla – alla responsabilità di una serie di soggetti che si occupano di diffonderla e commentarla:

Siamo arrivati a questo punto a causa del fatto che di recente una sottocultura di tecnologi è diventata più influente delle altre. La sottocultura vincente non ha un nome ufficiale, ma talvolta io ho definito i suoi esponenti sostenitori del totalitarismo cibernetico o «maoisti digitali». […] La loro capitale è la Silicon Valley, ma hanno basi in tutto il mondo, dovunque si crei cultura digitale. Fra i loro blog preferiti: Boing Boing, Techcrunch e Slashdot; la loro ambasciata in Europa, «Wired».

Anche qui: è importante sottolineare la funzione della “sottocultura dei tecnologi” e la responsabilità di chi fa divulgazione, e dobbiamo anche farci domande sui rapporti di potere tra il mercato dell’innovazione e chi lo racconta. Ma trattare come una realtà unitaria una cultura che porta all’interno il germe di molte differenze mi sembra francamente poco produttivo. Non vedo masse gioiose e compatte sventolare il libretto rosso della rivoluzione del web 2.0. Mi sembra invece che comincino sempre più ad emergere visioni laterali e una crescente apertura ad una prospettiva culturale critica dei modi di raccontare ed abitare la Rete che, forse, può accompagnarci nel costruire il futuro.

2 pensieri su “Maoisti digitali”

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