I social network sono una cosa seria: divulghiamoli bene

Non so se dipende dalle ricerche oppure dal giornalismo. So però che spesso quando in Italia parliamo della Rete le cose diventano confuse.

Prendiamo il pezzo intitolato “Italiani campioni di Facebook siamo i più connessi al mondo” uscito oggi su la Repubblica e che sul quotidiano di carta in prima pagina titola “Siamo maniaci di Facebook quasi sette ore al mese”.

Ora, se leggete il pezzo su carta l’infografica aiuta a capire che il dato di 6 ore 27 minuti e 53 secondi di media italiana si riferisce al tempo medio mese trascorso sui social network. Non quindi solo su Facebook, come anche nell’articolo si rischia di non capire, se non leggendo attentissimamente. E chissenefrega, direte voi. Dipende da che divulgazione vogliamo fare nel nostro Paese, dico io. Che Facebook sia per l’Italia un fenomeno deflagrante non ve lo devo dire certo io – per me l’ascesa era evidente da un po’ e oggi dovremmo farci domande relative, piuttosto, alla diminuzione di utenti, l’osservatorio Facebook sta lì per quello. Cerchiamo di non facebookizzare ogni interpretazione dei comportamenti in Rete degli italiani e di tenere conto di una realtà sociale in cui i social network (spesso nella loro natura di ecosistema) entrano nella quotidianità sì di intrattenimento ma anche informativa. E questo mi sembra che possa essere chiaro anche nell’articolo quando si dice “la community accompagna ogni passaggio della giornata, ogni fase della vita, amore, lavoro, nascite, morti, matrimoni, divorzi”, anche se viene subito dopo l’attacco che recita “Più che una moda Facebook sembra una febbre, una seconda pelle, una dipendenza, un bisogno”.

Anche il ricorso all’esperto mostra sempre, a mio parere, ambiguità descrittiva non riportando dati ma suggestioni. Il virgolettato dello piscologo della comunicazione Giuseppe Riva, collega alla Cattolica, lascia margini di possibilità interpretativa. In questo caso non giudico semplicemente quanto lui dice (non ha scritto lui il pezzo) ma il modo in cui viene utilizzato l’esperto nella divulgazione scientifica del giornalismo rivolta ad un pubblico generico come quello del lettore di giornali in pagine non specializzate.

Ad esempio parlando di Facebook: “Uno degli elementi che salta agli occhi è che se gli uomini sono numericamente più numerosi delle donne, sono poi le donne e le ragazze dai 15 ai 35 anni a passare più tempo in connessione, quelle che si aprono di più, raccontano di se stesse e dei loro sentimenti, diventando così anche i soggetti più vulnerabili del social network”. Che nel contesto del pezzo sembrerebbe dire: le donne si espongono e gli uomini le molestano, e questo dipende dal tempo che passano su Facebook. Ma come lo passano questo tempo? Tutto ad esporsi online scrivendo di sé, delle proprie emozioni, ecc. Ad esempio ricordo un dato relativo all’uso di applicazioni di gioco via Facebook che vede tra i maggiori utilizzatori le donne per un tempo medio giornaliero prolungato. Giornalettisticamente potremmo dire: stanno più tempo in connessione e si aprono, ma soprattutto giocano a Farmville.

Ma quello che mi ha stupito di più è la chiusura con l’affermazione dell’esperto:

Ci troviamo nella categoria dell’interrealtà e il rischio di vivere in questa dimensione, soprattutto per i giovanissimi nati con Facebook, è quella di confondere il vero e il virtuale, con conseguenze anche drammatiche.

A parte il fatto che mi inquieta sempre un po’ trovare negli anni ’10 ancora una distinzione oppositiva vero/virtuale che sta per reale/irreale (pensavo l’avessimo risolta già con la riflessione socio-filosofica fine anni ’90: in Italia c’era anche la rivista Virtual!) mi piacerebbe che alla testi di “confusione” tra vero e virtuale nei territori dell’interrealtà, corrispondessero dati significative di ricerche che attestino patologie strettamente dipendenti dalla frequentazione della Rete e che poi riconducano la cosa soprattutto alla categoria dei “giovani”. Non vorrei ritrovarmi nelle stesse condizioni di quando si sparavano titoli nei giornali del tipo: i videogiochi fanno male! E questa “interrealtà” viene trattata nel pezzo come un luogo “dove le emozioni non sono più soltanto virtuali ma neanche del tutto vere”. Cosa vuol dire che le “emozioni non sono del tutto vere”? Uno stato emotivo è comunque autentico, è quello che provo in quel momento, ciò che è capace di dare forma all’esperienza. E l’esperienza, come tale, è sempre autentica. Anche quella fatta in ambienti fittizi, come i parchi gioco. Diverso è se si vuole dire che nel contesto di Rete stiamo imparando a gestire in modo diverso la nostra vita emotiva e comunicativa perché i segnali sociali di cui online disponiamo sono differenti da quelli della comunicazione interpersonale faccia a faccia.

Andiamoci cauti, ci stiamo occupando di territori che non possiamo dipingere svogliatamente e che oggi richiedono una particolare cura descrittiva ed interpretativa, vista i milioni di persone che coinvolgono. La realtà dei social network è qui per restare (checché ne dica l’esperto nel pezzo: “”I social network – si chiede Giuseppe Riva – sono una moda o un fenomeno duraturo?”). E poiché toccano la nostra vita e le relazioni quotidiane, il modo di gestirle e costruirle e anche una differenza generazionale e delle preoccupazioni legittime di padri e madri, occorre alzare la soglia di attenzione relativamente al modo in cui viene costruito l’immaginario pubblico sulla loro realtà. C’è un bisogno informativo che non necessita di riduzionismo sloganistico o di facili ricette ma che sia in grado di mostrare la complessità di un fenomeno che ci riguarda tutti.

10 pensieri su “I social network sono una cosa seria: divulghiamoli bene”

  1. Purtroppo siamo in presenza di pratiche giornalistiche dominate dalla necessità di attirare il lettore con affermazioni semplici e totalizzanti e con slogan ripetibili. Il diritto/dovere all’informazione è ormai argomento superato in nome del mercato (maledetta ricorrente entità). L’attenzione agli aspetti formativi assente.

  2. Non solo si tratta di pratiche giornalistiche che appiattiscono la percezione della realtà e la riducono a slogan totalizzanti, ma di pratiche giornalistiche che veicolano rappresentazioni che hanno lo scopo di impaurire e banalizzare, suggerendo che i social network sono una perdita di tempo e sono pieni di insidie: meglio starsene a casa isolati a guardare la TV o a leggere il giornale e riporre la propria fede sulle fonti di informazione unidirezionali. Anche la carta stampata teme l’informazione che circola liberamente.

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