Noi non sappiamo niente di voi: se non ora, quando?

Se non ora, quando? Una domanda che in molti si sono fatti in questi giorni e che oggi, domenica 13 febbraio ha portato alla presenza nelle Piazze italiane di molte donne e uomini, con i loro pensieri e i loro modi di affermare la loro presenza, come possiamo capire osservando ad esempio il torrente di Tweet.

Ed è lì, come in molte affermazioni ascoltate nei media negli scorsi giorni o trovate sparse in Rete, che vedo il sovrapporsi di piani diversi. Una lotta culturale – e perciò politica – da una parte e il confondersi con l’anti berlusconismo dall’altra.

Non che non vi siano attinenze se leggiamo il berlusconismo come una condizione mediatico-culturale del Paese. Se rileggiamo le parole di Concita De Gregorio il quadro sembra anche chiaro:

Credo che il “sistema” di cui parla Lele Mora e che da decenni è un modello di riferimento per generazioni di ragazze – quelle sulle copertine dei rotocalchi, in tv – proponga come strada per la realizzazione di sé una libertà condizionata alla sottomissione. Un mondo di cortigiane, dice Carla Corso. Il problema non è mai chi vende, è chi compra. L’amore è gratis, si può fare in quanti e come si vuole. Anche vendersi è lecito. E’ l’acquisto all’ingrosso, della società intera, che fa schifo.

Come padri, fratelli, amici, mariti, datori di lavoro, colleghi … di donne, non possiamo che essere d’accordo. Anche se, ipocritamente, siamo quelli che si sono divertiti al cinema con i film – rivalutati come stracult – di “Pierino” o abbiamo avuto la nostra educazione sentimentale televisiva attraverso le ragazze del Drive In o abbiamo pensato di satireggiare contro “quella TV” grazie alle ragazze Coccodé di Arbore o abbiamo passato pomeriggi da pensionati con i nostri nipoti commentando le lolite di Non è la Rai

Anche quando pensiamo di lottare per quei “corpi”, per quei “vissuti”… beh, credo che non ne sappiamo niente. Come mi è stato raccontato una volta: “Voi uomini non sapete niente di cosa significa essere guardata in un certo modo quando passi in minigonna al centro del paese, dai padri e dai loro figli”.

Non è moralismo il mio, badate, ma sono convinto che il rischio di avere pretese maschili di difesa di quei corpi non sia una condizione diversa da quella che vorremmo combattere.

Per questo mi chiedo che senso deve avere per noi il “Se non ora, quando?”. Scendere in piazza come gesto politico avendo in mente l’hashtag #dimettiti è un rischio troppo grosso e va allontanato. La vera lotta è nel quotidiano.

Ha ragione Luisa Muraro che dalle pagine de Il Corriere ci fa notare che le cose sono un po’ più complesse di come ce le raccontiamo:

A questo punto della faccenda si fa appello alle donne. Che senso ha? Come altre, io ci ho visto una strumentalizzazione dei loro sentimenti. Il sentire femminile, per me, è una cosa profonda e delicata che attiene alla vita del corpo sociale. Comunemente le donne, e io sono una di loro, detestano la prostituzione. Ed è su questo sentire che, dopo l’ultimo scandalo berlusconiano, si è fatto leva: gesto criticabile perché il nostro sentire immediato, in sé giusto, non può tradursi in atti politici senza le necessarie mediazioni. […]  Che una decida di partecipare oppure di stare altrove e altrimenti, in ogni caso la discussione in corso tra donne significa non consegnarci ciecamente a operazioni politiche nelle mani di uomini i cui orizzonti non oltrepassano la bottega del politico vecchia maniera.

Non voglio strumentalizzare i sentimenti delle donne, il loro sentire, fare leva sulla loro indignazione sfruttando il loro “corpo” intaccato. Per questo posso solo condividere la loro posizione simbolicamente, come nell’abbandonare per un giorno il mio avatar nei social network e assumerne uno femminile (io ho scelto Susan Sontag).

E cercare di condividere un percorso comune nella differenza ed autonomia dei “corpi” che ha radici vicine ma che sembrano così lontane:

La rivolta femminile degli anni Settanta è nota per le sue manifestazioni pubbliche ma il suo aspetto non appariscente è stato e rimane molto più efficace. Questo aspetto riguarda l’esserci in prima persona con il proprio desiderio, non delegare niente di essenziale ad altri ma creare relazioni di fiducia e trasformare la propria esistenza in una libera impresa. Insomma, dare vita a un’economia di mercato non dominata dal profitto ma dalla forza dei desideri.

“dare vita a un’economia di mercato non dominata dal profitto ma dalla forza dei desideri” c’è da riflettere, no?

6 pensieri su “Noi non sappiamo niente di voi: se non ora, quando?”

  1. Contro chi o contro che cosa è stata la manifestazione di oggi? Contro lo sfruttamento dell’immagine femminile? Contro un circolo di puttanieri? Contro chi promette posti in cambio del culo (di donna)? Contro chi già si dovrebbe essere dimesso da tempo per motivi ben più gravi, come l’incapacità di governare un paese? Contro la fica di scambio? Contro le veline di “Striscia la notizia”? Contro il degrado morale della politica?

    Forse capendo questo si potrebbe capire anche chi aveva diritto di manifestare. Magari si sarebbero potute chiedere le dimissioni, oltre che del Presidente del Consiglio, di tutti quei manager, pubblicitari, gente varia a corto di idee che per vendere qualcosa ricorre a culi e tette (tra cui la De Gregorio, visto che quando ha dovuto vendere la “sua” Unità ha tranquillamente messo un culo sui muri parandosi dietro la “dignità” del “prodotto intellettuale”, dichiarando spudoratamente che l’avrebbe fatto anche Gramsci).

    L’impressione è stata che ognuno abbia manifestato contro qualcosa che sente anche, almeno un po’, parte di sé; una specie di esorcismo o una purga, un modo per tentare di espellere dal cervello la consunzione non tanto morale quanto dell’immaginario e del sistema.

    Scusa le volgarità eventuali (santissimo Savonarola🙂

    1. Quindi? Non ci saremmo dovuti andare? Da quel che ho visto i motivi sono tutti quelli che elenchi e il contenitore è quello della dignità, delle donne certo ma anche dei lavoratori, ad esempio. Se l’immaginario becero impera, oltre alle micro azioni quotidiane di ognuno, nel suo piccolo, non va bene fare una mossa politica come questa?
      Poi hai ragione, la De Gregorio e l’Unità con quella pubblicità hanno toppato di brutto.

      1. Non ho scritto che non ci si sarebbe dovuti andare; cercavo solo di circoscrivere motivi e bersagli della protesta per capire anche se una partecipazione fosse e quanto con “delega” (forse mi sono spiegato male: tutti hanno diritto a manifestare, a che titolo è da stabilire e pertine a ognuno in maniera diversa, anche in base alle responsabilità); una risposta migliore potrebbe essere “chiunque abbia sentito i propri o gli altrui diritti lesi da un determinato comportamento, anche socialmente condiviso”.

  2. Concordo con il punto di vista maschile. Tu lo dici particolarmente bene, qui, la presenza di molti uomini alla manifestazione mi è sembrato un segno importante.
    Siamo tutti sviliti.

    1. Concordo con te. Essere sviliti può essere un buon punto di partenza comune, basta che impariamo a trattarlo a partire dalle differenze. Se no domani mattina è tutto come prima.

  3. Le identificazioni non sono mai naturali, ma sempre contingenti. Ieri, “noi” siamo scese in piazza. Ma “noi” non eravamo solo donne. Non è più possibile scrivere e vivere la lotta facendola sembrare una contrapposizione tra tipi coerenti e costanti nel tempo, per parafrasare la mia amata Donna Haraway. Ieri eravamo quei “noi”, e forse servirà che questo “noi” lo si sia ancora per un po’. Perché si tratta di un’unità politica che non si basa su incorporazioni o esclusioni, ma su una coscienza delle differenze che, soltanto, può essere coscienza opposizionale. Nessuna costruzione è mai totale, lo è soltanto finché serve. Ieri, “noi” eravamo tantissimi, umani, animali, vegetali. Ed è stato bellissimo così.

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