Pensiamo di aver paura della tecnologia. Ma abbiamo solo paura di invecchiare

Confrontarci quotidianamente con l’innovazione ci impone uno sforzo cognitivo e culturale continuo. Basta talvolta avere a che fare con la richiesta di aggiornamento dello smartphone, dovere interagire con sistemi di risposta automatizzati o anche solo adattarci al telecomando per il digitale televisivo per scatenare il panico. Oppure capire come funziona un social network come Facebook o che senso ha dire delle cose con un tweet.

Come ci racconta Daniel H. Wilson, autore del romanzo Robopocalypse in cui racconta le inquietudini del nostro rapporto con le macchine:

“The fear of the never-ending onslaught of gizmos and gadgets is nothing new. The radio, the telephone, Facebook—each of these inventions changed the world. Each of them scared the heck out of an older generation. And each of them was invented by people who were in their 20s.”

In pratica: “Mark Zuckerberg non ha creato Facebook per gente con bambini e mutui. La tecnologia è creata dai giovani per i giovani”.

La sua tesi si àncora ai lavori del pedagogista Jean Piaget sulle forme di adattamento all’ambiente circostante – quindi anche a quello tecnologico – attraverso la doppia dinamica di “assimilazione” ed “accomodamento”. In pratica il bambino apprende riconducendo a schemi che gli sono familiari (assimilazione) eventi o oggetti del mondo circostante e può trasformare i suoi schemi cognitivi o comportamentali attraverso a forme di “accomodamento”, stimolate dalla necessità di incorporare oggetti o eventi nuovi.

Il nostro mondo di adulti, fatto di innovazioni tecnologiche velocissime, richiede un costante ri-orientamento cognitivo per tenere in equilibrio assimilazione e accomodamento, costringendoci ad incorporare in modo continuo una realtà tecnologica e comunicativa mutante, di cui spesso fatichiamo a capire il senso: perché diavolo dovrei dire alla gente dove sono su Foursquare e guadagnare degli stupidi badge? Ma perché questi giovani dicono così tanto di sé su Facebook e non si tengono più le cose per loro?

Si fa presto a creare distanza generazionale. Avete mai visto un adolescente leggersi le istruzioni di una macchina fotografica digitale o cercare un manuale su come usare Facebook? La maggior parte degli adulti lo fa. Sono stati socializzati al mondo dentro uno schema comunicativo caratterizzato dal paradigma scrittura/lettura e tutto deve un po’ essere ricondotto a quello.

L’adattamento richiede una costante fatica e produce spiazzamento, perché il modo che abbiamo di “incorporare” il mondo, gli schemi che utilizziamo, non sono più quelli giusti. Usare i nuovi gadget tecnologici, muoverci nella Rete, crea un’inquietudine che ha a che fare con un territorio in cui ci muoviamo con difficoltà mentre vediamo i nostri figli saltare agili da un posto all’altro.

Come sintetizza Wilson: “Pensiamo di aver paura della tecnologia. Ma abbiamo solo paura di invecchiare”.

My plan is to look for the signs that I’m starting to calcify. There will be a moment when I say to myself, “A 20-year-old billionaire has made up a nonsense word and I’m supposed to memorize it? Phooey.”

When those kinds of thoughts scrabble into my aging brain as I hold some magical new device in my vein-laced hands, I will bite down and swallow my confusion and anger. I will power through it, try to figure it out, and I’ll even try to enjoy it.

E allora occorre tenere aperta la voglia di capire cosa sta accadendo, di provare ad addomesticare le tecnologie che ci circondano e, soprattutto, lasciare che ci cambino.

Un pensiero su “Pensiamo di aver paura della tecnologia. Ma abbiamo solo paura di invecchiare”

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