Vertigine della lista

È difficile sintetizzare per punti delle buone regole per abitare in Rete sui social network. Molto di più se pensiamo poi a come farlo nella convivenza con i nostri figli. Un po’ per gioco ho provato a tirare le fila alla fine del piccolo saggio “Facebook per genitori” con 15 regole (le trovate anche su La Stampa). Ovviamente si tratta di un modo di giocare con la cultura digitale. Ma è un gioco molto serio che ha a che fare con i modi che avremo di interpretare il nostro futuro (e quello dei nostri figli) all’epoca del web sociale. Per fare sì che non si tratti di un semplice elenco ho provato a commentarli, un po’ per volta, nella pagina che su Facebook è dedicata a FB per genitori. Li raggrupperò anche nel mio blog man mano che continuerò il gioco durante l’estate…

1. Accetta il fatto che la presenza dei giovani sui social network è un fenomeno culturale destinato a durare e ad espandersi.

Per troppo tempo ho sentito discorsi che presentavano i social network come una sorta di moda, come fenomeno a termine. Anche il telefono è stato all’origine immaginato socialmente come una tecnologie inutile che avrebbe fatto chiacchierare tra di loro donnicciole di cose futili-
La nostra immaginazione sociale ha bisogno di essere alimentata da visioni migliori!

2. Ragiona sulla necessità di capire che la presenza online dei nostri figli sta sviluppando un modo diverso di comunicare tra ragazzi e adulti (genitori, insegnanti, educatori, allenatori, ecc.).

Non possiamo fare finta di niente. Prendiamo te, insegnante, pensi veramente che potrai fare finta che i modi di conoscenza ed apprendimento dei ragazzi che educhi non sono fondati più solo sul paradigma scrittura/lettura del libro? Abbiamo già parzialmente perso l’occasione di introdurre gli audiovisivi nella didattica che sono stati intesi come “facciamo vedere un film che più o meno c’entra e ci passiamo tutti due ore” o quella dell’informatica, con tentativi di insegnare il Pascal alle medie. Il web sociale entra con forza nelle dinamiche della classe. Siamo sicuri non convenga a tutti conoscerne la natura e sperimentarlo per fare formazione quotidiana?

3. Tieni conto che non esistono nativi digitali, solo adulti e ragazzi che imparano o non imparano ad abitare la Rete.

“Cosa c’è in un nome? Ciò che noi chiamiamo rosa, chiamata con un altro nome, profumerebbe come dolce” (W. Shakespeare). Eppure dare un nome significa “costruire” una realtà. Se li chiamiamo “nativi digitali” immaginiamo già una barricata dove dall’altra parte ci sono i non nativi, noi, i loro genitori, ad esempio. E’ come se i ragazzi avessero una qualità innata e fossero tutti uguali nel loro essere nativi. Ma per quanto giovani gli utenti di social network non sono nati con la Rete, quelli arriveranno, avranno 7-8 anni oggi. E molti di quei giovani usano la Rete in modo diversissimo. Prima di etichettarli, catalogarli e innalzare barricate proviamo ad eliminare i pregiudizi e pensarli, innanzitutto come i nostri figli. Basta guardare dietro al nome e riconoscerli dall’odore…

 

4. Ricorda che la vita in Rete non è qualcosa di diverso dalla vita di tutti i giorni, ma ne è parte importante.

Sono passati gli anni ’90 con il loro immaginario tecnologico legato alla realtà virtuale che produce un mondo fittizio in cui ci perdiamo. E anche la trilogia di Matrix, che ci mostra la Rete come l’altro lato di una realtà in cui le macchine hanno preso il sopravvento sugli uomini costringendo le loro menti a vivere in un altrove illusorio mentre i corpi vengono allevati in baccelli ed utilizzati come  “risorse” energetiche, è solo una prospettiva lontana. Oggi ci guardiamo intorno in metropolitana, sull’autobus, nelle nostre case e vediamo persone connesse alla Rete come fosse una cosa normale. Il loro modo di essere cyborg è meno tecno-organico di come immaginavamo e più culturale. E la Rete non è esattamente la Matrice, non la percorriamo grazie agli innesti cibernetici. Assomiglia di più ad un continuo incontro con gli altri – connessi con noi in modi più o meno vicini –  che genera un continuo chiacchiericcio fatto di parole scritte, suoni, filmati condivisi… un rumore di fondo della nostra quotidianità in cui ci informiamo, intratteniamo, organizziamo… Il nostro modo di essere disponibili alla comunicazione fa sì che il nostro essere always on si intrecci con le cose che facciamo tutti i giorni: senza soluzione di continuità.

5. In Rete ci sono dei pericoli. Nella vita quotidiana ci sono dei pericoli. Come genitori dobbiamo insegnare ai nostri figli come abitare il mondo offline e online e imparare a farlo noi per primi.

“Arrestato un maniaco che molestava ragazzine adolescenti sul treno”. Di fronte ad una notizia così non ho mai visto scatenarsi battaglie contro l’uso della strada ferrata ed il ritorno alla carrozza trainata da cavalli, per dire. Non sono i mezzi: sono le persone. Però i mezzi abilitano a fare cose diverse in modo diverso. È questo che dobbiamo imparare a conoscere. Immaginate la Rete come se fosse un territorio, una città ad esempio, con i suoi chiaroscuri, con luoghi che conosciamo bene e quartieri inesplorati. E anche i luoghi che conosciamo – un bar ad esempio – possono avere delle regole diverse – come i bar della nostra città in cui prima paghi poi consumi la colazione, quelli che puoi chiedere “il solito!”, quelli che entri e vedi che ci sono certe brutte facce … E per insegnare ad un figlio come vivere devi avere tu vissuto. E non c’è “esperienza” che possa essere trasmessa: se no gli errori fatti dai genitori non verrebbero rifatti dai figli. Possiamo solo cercare di capire ed imparare abitando negli stessi luoghi, con il nostro sguardo da adulti che prova ad interpretare il loro.

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