Capitale e cultura nell’epoca del web sociale. Appunti in forma di critica

[SPOILER]: Questo è uno di quei post che richiedono un po’ di attenzione e sforzo nella lettura. C’è molto implicito e un pizzico di linguaggio (forse) troppo teorico. Ma, si sa, l’estate è un momento in cui si è sufficientemente rilassati da potersi concentrare un po’ di più nel leggere un post. Credo si tratti di una cosa che ci riguarda molto da vicino. Dico noi, che stiamo abitando la Rete da un po’ di tempo, che viviamo in un momento storico di passaggio in cui le vecchie cose (le vecchie parole) stanno prendendo un nuovo senso. Cominciare ad osservarle con uno sguardo critico che accompagni la trasformazione in atto diventa così, per me, un’urgenza. Prima di chiederci come siamo arrivati ad un momento di default.

Le sollecitazioni che vengono da alcune cose accadute in queste settimane mi hanno portato a farmi domande circa gli esiti dell’intreccio fra Capitale e Cultura oggi, nell’epoca della Rete. Una Rete che ha sviluppato attorno agli User Generated Content e alla valorizzazione delle relazioni sociali la sua “ideologia”. Si tratta di appunti sparsi da prendere con cautela. Sono solo modi di mettere a fuoco discorsi un po’ troppo teorici e (spesso) sotto traccia.

In particolare: cosa cambia nel momento in cui la cultura diventa “di massa”? E oggi quale stretta relazione ricompositiva e di dominio si genera?

  1. La cultura può essere pensata (oggi) come il luogo di sperimentazione delle nuove forme di produzione e riproduzione del Capitale, laddove il Capitale ha “colonizzato” sia la forma delle relazioni sociali che la dimensione esperienziale ed emotiva degli individui.
  2. In un’epoca in cui la distinzione tra spazio pubblico e privato tende a diventare un “indistinto”, soggetto alla grammatica della sovraesposizione dell’individuo (il web “sociale” docet!), il Capitale colonizza ogni ambito dell’individualità, sino ad iper-socializzare l’individuo (il sociale e il Capitale, direbbe qualcuno, sono già la stessa cosa da un po’). Il mettersi a nudo su un blog, il rendere condivise le proprie immagini familiari, l’essere in definitiva individui in quanto nodi di relazioni visibili e percepibili, assoggetta a logiche di pubblicizzazione del sé che si accompagnano ad una crescita di familiarità con i linguaggi del controllo.
  3. Il Capitale rovescia le logiche della proprietà/individualità a favore di una pubblicità/individualità (im-proprietà individualizzata?) in cui la forza di espansione del linguaggio del Capitale sta proprio nella capacità di diffondersi attorno alla produzione di User Generated Content (ad esempio), liberi di produrre e far circolare, innovando logiche economiche stantie, liberi di suggerire al Capitale nuovi modi di svilupparsi, nuove strade di espansione che ruotino attorno alla condivisione, alla free culture, all’economia del dono, ecc. Prospettive da punk capitalism.
  4. Il Capitale prima imponeva i luoghi (della produzione e del consumo) ma la sua strategia evolutiva lo porta a “rincorrere” le nuove forme di lavoro: quello creativo (leggete Florida). Tanto che cerca di creare le condizioni per favorire comunità creative con capacità di attrazione (e non ditemi che cose come Zooppa non vanno in tal senso).

Le competenze comunicative e creative vengono rese funzionali ad ambiti di mercato; la socialità si svuota di autonomizzazione… verso una salarizzazione della socialità.

8 pensieri su “Capitale e cultura nell’epoca del web sociale. Appunti in forma di critica”

  1. Devo dire che questo post è molto interessante.
    Un dibattito su questi temi si sta aprendo su vari fronti. Recentemente a un convegno (la notte della rete) mentre Richard Stallman proponeva dei possibili metodi per retribuire il lavoro autoriale sulla Rete Carlo Infante sosteneva che “un giorno capiremo come guadagnare sul web”.
    Intanto gli utenti sono trasformati essi stessi in prodotti, i loro dati diventano la merce di scambio che alimenta un’economia abnorme,
    Non c’è alcuna salarizzazione, c’à solo lo sfruttamento sia delle idee (vedi nel più semplice dei casi Facebook che si “appropria” dei contenuti, non conosco Zooppa) che delle identità.
    Tutto questo avviene “gratis”, o meglio in cambio di strumenti che apparentemente ci mettono in contatto col mondo.
    Ma resta sempre da vedere perché ci mettono in contatto.

    1. Il valore dei contenuti prodotto dalla connessione è alto: pensa al fatto che nelle reti di contatto online sono monitorabili gli orientamenti del gusto che vengono dichiarati in pubblico ed emergono dalle conversazioni, dalle condivisioni, ecc. cioè dalle connessioni.

  2. Sono almeno da 10 anni che fra i teorici della net culture si discutono questi temi.
    Mi permetto di indicare un paio di libri che ho trovato interessanti: “Net delusion” di Evgeny Morozov, “The soul at work” di Franco Berardi e “Felici e sfruttati. Capitalismo digitale ed eclissi del lavoro”, balsami lenitivi contro tutte le boiate a là Shirky (“Google esporta libertà”). Certo che se dai tempi di Don Slater e della “etnografia virtuale” siamo passati ai Kozinets e alla netnografia (nome ancor più infelice se possibile) al servizio del mktg, all’engagement e alla capitalizzazione delle conversazioni e degli ugc, be’ mi pare che quealche responsabilità anche l’accademia italiana ce l’abbia…
    Per non parlare di tutta la pubblicistica spicciola (e tale considero più di un titolo delle collane “digital” di Hoepli o del Sole24) che mischia con nonchalance il ciberutopismo più sempliciotto e gli studi di caso relativi alle aziende che meglio hanno saputo ascoltare/sfruttare i loro brand lovers. Insomma, eviterei i minestroni in cui si mettono insieme, senza alcuno spirito critico, l’uso di twitter in Iran e una qualche social media campaign ben riuscita.

    1. Ci sarebbe poi anche il lavoro di Zittrain… Hai ragione Massimiliano, in particolare in Italia mi sembra sia mancato il versante critico – sia nelle pubblicazioni che nel dibattito – ma credo anche che molte letteratura abbia prodotto critiche a senso unico che tendevano, di fatto, a non sottolineare il versante trasformativo della Rete e dell’avvento del web2.
      Credo che sia venuta decisamente l’ora di fare i conti completi con la trasformazione.

  3. Interessante, ma si tratta veramente di colonizzazione oppure possono essere considerate nuove manifestazioni delle vecchie logiche di appropriazione della cultura per costruire la ‘giustificazione’ del capitalismo? (vd Boltanski e Chiapello)
    Un esempio (senza voler cadere nel determinismo): il capitale iper-socializza l’individuo oppure ‘utilizza’ ai propri scopi un individuo ipersocializzato?

    1. Hai centrato un punto fondamentale, Ivana. L’iper-socializzazione, a mio parere, è il frutto di una strategia di evoluzione del Capitale (della comunicazione) che rende più funzionali ed adatti gli individui alla riproduzione del capitale (della comunicazione) stesso (stessa).

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