Il lato oscuro della comunicazione connessa

In questi giorni in cui abbiamo visto la scintilla esplodere nella occidentalissima Inghilterra, in cui Riot hanno messo a fuoco diverse città, sino a sventrare il cuore della civilissima Londra, abbiamo anche visto sottomettere ad un giudizio culturale e morale lo stato di perenne connessione in cui ci riconosciamo come abitanti della Rete (e delle telecomunicazioni).

Al di là di facili determinismi e riduzionismi che fanno scrivere su molte testate qualcosa che potremmo sintetizzare con “I Riots corrono su Twitter”, lasciando intendere analogie simmetriche con la vulgata della Twitter Revolution, con cui semplicisticamente sono state descritte le rivolte iraniane e sud africane, comincia ad emergere nelle descrizione dei media il lato oscuro dello stato di connessione.

Come sintetizzano gli analisti di Marketing a proposito dell’uso dei social media nei disordini londinesi:

Over the past horrifying three days, we have witnessed […] the potentially destructive power of this new technology (youths communicating with large numbers of people at the touch of a button).

In realtà il passaparola dei disordini è passato più da “sciccosissimi” BlackBerry (BlackBerry  Messenger) che dai social network, i quali ne hanno mostrato, piuttosto, gli effetti e commentato i risultati, rendendo visibili le opinioni dei cittadini del mondo. La centralità di una rete immateriale di comunicazione via cellulare sembra essere stata cruciale per delineare in modo facile, fuori da sguardi indiscreti e a basso costo la rivolta urbana:

Following three nights of rioting and looting in London, some police, politicians and media organisations singled out Blackberry’s messaging network as being a useful aid for troublemakers. It’s an “encrypted, very secure, safe, fast, cheap, free, easy way for disaffected urban youth to spread messages for the next targets”.

L’appoggio dell’azienda produttrice di telefonini alle forze dell’ordine è, comunque, assicurata, come ha dichiarato Patrick Spence, che è managing director of global sales and regional marketing della RIM. Dichiarazioni simili, ma meno sbandierate, le abbiamo viste dai gestori di telefonia Egiziani durante i giorni della rivolta.

Quello che colpisce è l’unanime condanna dell’uso dei social network sia da parte dei giornalisti che dei politici. Strumento di libertà in Iran (o in Egitto), strumento di anarchia in Inghilterra. Al solito: è la tecnologia che produce libertà o violenza. Inutile pensarla come semplice strumento di possibilità che si innesta in un contesto sociale e culturale, la sua aura salvifica o demoniaca tende sempre a stagliarsi. Non dico che in Inghilterra non ci sia stata violenza o che questa non sia visibile su Facebook o Twitter. I social network (e la telefonia cellulare) consentono forme di auto organizzazione delle azioni di rivolta in modi accelerati che governano lo spazio-tempo secondo i ritmi della connessione. Ciò che produce la rivolta, la violenza che viene generata va comunque collocata nel contesto sociale della civilissima Inghilterra.

In modo graffiante la critica di Massimo Gramellini passa sulle colonne del La Stampa:

Continuo a guardare la foto di quel teppista che si aggira fra le fiamme di Londra in tuta e scarpette firmate. E’ una povera vittima, un relitto disperato della nostra società opulenta, come vorrebbe certa sociologia? Mah. I poveracci sono un’altra cosa: i bambini del Corno d’Africa con gli occhi sbiancati dalla fame, quelli sono vittime e infatti non indossano scarpe griffate.

Credo però sia sbagliato trattare in modo unitario i Riot di Londra, Manchester, Birmingham, Leeds… Come ha twittato mslulurose:

The Youth of the Middle East rise up for basic freedoms.The Youth of London rise up for a HD ready 42″ Plasma TV

E per capire per quale motivo l’Inghilterra è una pentola a pressione basta leggere alcuni dati:

The United Kingdom has a high level of income inequality, its Gini level was 32.4 in 2009 (0 means absolute equality, 100 absolute inequality), a level that is only topped by a few countries in Europe and that is comparable to the level of Greece (33.1) (data source: Eurostat). 17.3% of the UK population had a risk of living in poverty in 2009 (data source: Eurostat). In early 2011, the youth unemployment rate in the UK rose to 20.3%, the highest level since these statistics started being recorded in 1992.

L’uso di social network e telecomunicazioni per i Riot va collocato in questo contesto.

Il rovescio della medaglia rispetto al lato oscuro, una contro narrazione che troviamo sia in Rete che in molte testate, ha a che fare con la diffusione, proprio attraverso diversi social network, di forme di auto-organizzazione per azioni dei cittadini che riportano l’ordine, basta leggere i contenuti con hashtag #CleanupRiot, o guardare i tanti messaggi che denunciano azioni illegali spesso esibite proprio su Facebook o Twitter, come le foto con il bottino saccheggiato o azioni violente su proprietà private – basta seguire l’hashtag #tweetalooter.

La parte “splendente” della Rete sarebbe fatta, insomma, di auto organizzazione per proteggersi e pulire e delazione generalizzata (guardate le foto postate con la richiesta di dare un nome ad ogni rioter e seguite il canale aperto dalla polizia su Twitter @NameThatRioter).

È questa la forma che assume il civic engagement nei Riot UK?

11 pensieri su “Il lato oscuro della comunicazione connessa”

  1. La comunicazione tiene dentro tutto quindi. Come sempre si tratta di affinare le capacità selettive. Molto efficace Gramellini a parte il solito riferimento a “certa” sociologia che mi irrita un po’. Visto che poi per i giornalisti l’unico sociologo che conta è Bauman, cioè “certa sociologia”.

    1. Concordo in pieno sulla vulgata a proposito della sociologia.
      E, come sempre, la comunicazione tenendo dentro tutto e il suo contrario mostra che si tratta di possibilità dischiuse dalla tecnologia che è, quindi, abilitante ma non determinante.

  2. Quindi, mi pare di capire che oltre la volontà di sottolineare nello scritto l’esistenza di differenze tra Iran e UK c’è veramente poco altro da dire. Proprio perché la Rete, come da te sottolineato, mantiene ancora la caratteristica principale di essere un grande contenitore per l’auto-rappresentazione (sulle capacità auto-organizzative ho ancora qualche piccolo dubbio!). Di rivolte per la libertà e di rivolte per l’anarchia (anche se, a dir la verità, ho dei dubbi pure sull’uso di questo termine). Inoltre, non sono minimamente d’accordo con la frase “tagliente” di Gramellini che, mi pare, non sia affatto capace di cogliere le linee di sviluppo di forme alternative, occidentali di povertà che non si materializzano più solo nella classica distinzione tra bambino con r moscia e grembiule pulito e bambino divorato dalle mosche e la pancia gonfia. E lo dico con tristezza, non con cinismo critico.

    1. Su Gramellini: l’ho messo perché la trovo una spiegazione riduttiva e un po’ semplicistica ma che contiene un fondo di verità. Basta leggersi un commento come quello della ragazza su Twitter (che ho messo sotto) e si vede che le cose sono meno semplici di come Gramellini intende ma che c’è la sensazione di motivazioni diverse alla base. Ed è vero che il disagio sociale e la povertà assumono forme molto diverse.

      Sulle capacità auto-organizzative: ad esempio dopo i Riot squadre di cittadini si trovano nelle diverse zone per dare una mano a ripulire e mantenere l’ordine; un po’ come per le carriole aquilane. D’altra parte è possibile coordinarsi a distanza in modo semplice e veloce. Il resto è questione di volontà connessa.

      Sull’anarchia: è una parola che ho ritrovato molto sulla stampa anglosassone e su Twitter… ho pensato che valesse la pena indicare questa simmetrica differenza nella percezione di come viene usata la Rete.

  3. Credo sia palese come i social media siano il nuovo strumento della facile argomentazione dotta e sociologicamente rilevante. E’ l’evoluzione della blogosfera alla Bruno Vespa, “un crogiuolo di assassini e cattivoni che traviano i nostri figli”. Approfondendo però, oltre ai casi di contronarrazione da te segnalati, molti parlano anche di messaggi pacificanti diffusi su BBM dopo le prime due notti e di un vero e proprio tam tam di condanna iniziato su twitter e pagine fb ad hoc. La domanda è sempre, può (deve?) l’utilizzo definire lo strumento, o lo strumento rimane potenziale espressivo/trasmissivo senza ricevere connotazioni? Come fai giustamente notare, questo livello di analisi è fin troppo complesso per i media mainstream. Ma è anche interessante vedere l’ambivalenza di opinione dei maggiori governi e delle stesse strutture governative nelle ultime ore, dalle forze di Polizia londinesi che chiamano a monitoraggio e tracking dei rivoltosi via SM per poi utilizzare gli stessi canali per rivolgersi a loro (“we’ll come and take you”), ricordando contemporaneamente le aspre condanne del governo londinese verso qualunque forma di censura online durante la rivoluzione verde prima e i disordini nordafricani poi (di certo in ogni caso, la collaborazione tra blackberry e polizia è il primo precedente di questo tipo pubblicamente riconosciuto, credo personalmente sia un livello del tutto diverso dai timidi accenni delle compagnie di telecomunicazioni egiziane). Contemporaneamente poi viene quasi da sorridere nel leggere le condanne del governo iraniano verso gli scontri e le “repressioni” attuate a londra.
    Di certo, tra il movimento che si è generato (“triggered”) dalla pagina fb con cui è stata lanciata la prima protesta dopo l’omicidio di Duggan, passando per #cleanupriot sino alla presenza massiccia di comunicazione social degli stessi canali ufficiali governativi, è ancora più evidente una centralità dell’arena pubblica mediata rispetto a pochissimi anni fa (interessanti anche i commentatori che hanno visto il mancato monitoraggio del social dopo la prima notte come principale causa della sorpresa con cui i poliziotti si sono trovati davanti alle centinaia di persone scese in piazza il secondo giorno).

    1. In effetti, Giuseppe, trovo che questo caso che riusciamo a monitorare con più ampiezza e meno filtri (io l’egiziano e l’iraniano non lo leggo, so solo quello che viene veicolato in lingua inglese e, dunque, filtrato rispetto alla molteplicità di messaggi e umori che posso osservare sui riots) sia paradigmatico della presenza a diversi livelli di realtà della Rete e delle connessioni.

      Sulla collaborazione di Blackberry e polizia inglese: anche in Egitto c’era stato un primo accodo con le compagnie di telecomunicazioni ma le pressioni dei governi occidentali hanno fatto sì che si gridasse alla censura (sintetizzo e banalizzo) con sollevazioni di proteste anche in Rete e conseguenti comunicati stampa delle compagnie che prima hanno collaborato col governo egiziano poi si sono “ravvedute”.

      I messaggi di riappacificazione sono subito emersi negli stessi canali usati dai rivoltosi (il che ha senso da vendere!) ma nei media mainstream si è preferito sottolineare solo un versante: una narrazione che fa decisamente più comodo. E anche gli articoli sull’uso che la polizia sta facendo in questi giorni dei SNSs per farsi aiutare è poco osservato.

      Quello che resta è l’evidenza della natura mediata della sfera pubblica che agisce come fattore di “irritazione” per un’opinione pubblica messa in narrazione dai media mainstream. E lo notiamo dal fatto che le linee interpretative anti-SNSs delle prime ore vengono moderate dalla richiesta di interventi di opinionisti negli stessi canali (giornali e televisioni) utilizzati per la condanna.

  4. Concordo con Giuseppe sul ‘viene da sorridere’ anche alla luce delle ultimissime dichiarazioni che avrebbe proferito Cameron circa la possibilità di ‘bloccare’ le comunicazioni attraverso i SN. Nel contempo sono ‘impressionato’ (sia positivamente che, e forse ancor più, negativamente per gli aspetti di potenziale pericolosità) dall’evoluzione ‘strumentale’ dei SN costituita dall’auto-organizzazione nel web 2.0 dei navigatori per l’individuazione dei rivoltosi.

    1. Già, le dichiarazioni di Cameron sono però un precedente pericoloso secondo me. Indubbiamente nell’ottica occidentale è semplice strutturare una polarità buoni/cattivi con i teppisti che distruggono e rubano dai negozi contrapposti alla società civile, ma fare un passo d’apertura (anche teorico) verso il legittimo utilizzo della censura preventiva dei canali social renderà, ad esempio, sempre più complessa l’eventuale pressione internazionale in caso di azioni simili da parte di governi dittatoriali, che naturalmente utilizzeranno lo stesso schema di valore per riferirsi a manifestanti pro-democratici, bollati come rivoltosi/nemici del sistema.

      In questa stessa ottica intendevo la differenza tra il caso egiziano e quello inglese, ossia la collaborazione diretta dei fornitori indipendenti ed internazionali di un servizio (blackberry e il suo BBM) contro i mediatori locali che ne forniscono l’accesso (TCM egiziane). Mentre fino ad oggi la narrazione massmediale e di riflesso l’OP internazionale ha sempre abbracciato la posizione dei “rivoltosi” di turno, finalmente capaci di superare i regimi e le censure per esprimere il vero ritorno a valori democratici, in questo caso il confine valoriale è ben più labile ed emerge unicamente l’utilizzo di massa e la capacità di creazione di contenuti aprendo a scenari interpretativi molto più complessi.

      Per certi versi credo che quello che sta accadendo in queste ore sta contribuendo a svincolare le logiche di partecipazione online dagli schemi interpretativi semplicistici che li hanno fin’ora accompagnati; anche la ricerca sempre più sostenuta di sguardi più approfonditi, come sottolinei tu Giovanni, secondo me è segno dell’accellerazione che vede sempre più sociale e sociale mediato come un unicuum non scindibile, non solo ad occhio accademico, ma anche negli schemi di comprensione delle masse. Le dichiarazioni di Cameron poi credo che possano alimentare in questo senso la linea evolutiva che potrebbe prima o poi portare all’elevazione del “diritto alla connessione” o alla “partecipazione online” alla stregua del diritto di manifestazione del pensiero o di libera aggregazione politica (approccio peraltro già accennato da alcuni organismi o associazioni internazionali), o perlomeno all’elevazione della questione nel dibattito pubblico.

  5. Ho letto i vostri commenti e avendo fatto il 68 e un certo numero di denunce e di galera penso di poter parlare. Qualcuno degli scriventi ha mai avuto un poliziotto armato di fronte o una molotov in mano… Primo no violenza. MAI. Poi ricordo che siamo in occidente, nel gota del mondo. E per favore visto che lavoro con le parole frasi più previ e a farsi capire. Bruno

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