La persona dell’anno che vogliamo essere (2011)

Li conosco praticamente tutti: Claudia Vago @tigella, Marina Petrillo @alaskaRP, Luca Alagna @ezekiel, Maximiliano Bianchi @strelnik, Mehdi Tekaya @mehditek. E non li ho mai incontrati di persona. Con alcuni ho condiviso anche progetti. Altri li ho imparati a seguire perché “curano” le news su Twitter con passione e competenza. E non lo fanno tutti per mestiere. Così come non per mestiere hanno fatto il sito di Year in Hashtag.

Che è un modo di mostrare come stiamo diventando editor di noi stessi. Lo dico ideologicamente, certo. So che questo atteggiamento di apertura politica rispetto alla realtàche ci circonda e di “cura” delle notizie non è generalizzabile, che quel “noi” riguarda in fondo una parte minuta della Rete. Ma so che nella logica della rete delle relazioni sociali che attraverso blog, siti di social network, eccetera ha un valore di espansione significativo.

Molti degli #hashtag che raccontano questo 2011 li ho usati anche io, per informarmi e per dire, per sentirmi parte di un’umanità accresciuta. Sono venuto a conoscenza di quello che accadeva nella piazza di Tharir o nelle manifestazioni Occupy prima che mi informassero i media generalisti. Ho ascoltato le voci di quei manifestanti che il Time ha designato persona dell’anno, direttamente o filtrati da curatori sapienti. Ho letto dibattiti e confronti anche nei momenti peggiori e dolorosi, come nell’esperienza manifestazione di Roma del 15 ottobre e ho potuto scriverne. Questo 2011 mi è sembrato un punto di non ritorno per il nostro modo di vivere le news e la realtà che ci circonda. Ho provato a spiegarlo meglio nelle mia rubrica sulle mutazioni digitali su Apogeonline.

Anche questo appuntamento (quasi) settimanale, con la complicità editoriale di Segio Maistrello, ha rappresentato un momento per me importante per fare il punto su come le cose stanno qualitativamente cambiando nella realtà della Rete – e quindi nella nostra realtà quotidiana.

E lo so che ci attendono tempi difficili. La Rete con la crescita dell’accesso in mobilità si sta popolarizzando  e “c’è il vago rischio che […] sia vissuta un po’ più con lo spirito dei “consumatori” che dei “produttori”. Ma proprio nella disponibilità della connessione sul territorio con le proprie reti sociali online e con la possibilità di produrre, condividere e rilanciare contenuti informativi abbiamo percepito il cuore del cambiamento.

Questa modalità di fare giornalismo diffuso della propria esperienza sui luoghi sia materiali che immateriali, di “curare” le notizie, di selezionare ed organizzare il racconto è l’autentico spirito del tempo.

Come ha scritto qualcuno “le idee non possono realizzare nulla. Per realizzare le idee, c’è bisogno degli uomini, che mettono in gioco una forza pratica” (Karl Marx) anche attraverso le connessioni di una Rete.

Ecco, per me la persona dell’anno è questo modo di essere che vogliamo costruire.

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3 pensieri su “La persona dell’anno che vogliamo essere (2011)”

  1. <>

    Il rischio a mio avviso è reale. Magari con i tuoi studenti ne parli continuamente e puoi rassicurarli, ma chi, come me, è uno spettatore/attore della transizione dalla comunicazione broadcasting a quella di Internet e dei SN, non può non provare una leggera inquietudine.

    La diffusione dei dispositivi mobili “popolarizza” la notizia, la diffonde viralmente, ma la rende anche superficiale.
    Penso di non sbagliare dicendo che si sta determinando un senso dell’informazione che predilige l’ampiezza ma non la profondità. Si verifica l’avvenimento e ne viene diffuso ossessivamente un particolare, ci si spaventa, ci si arrabbia, si prova ad abbozzare un pensiero critico, giusto per il tempo che passa fino al tweet successivo. Un flusso continuo di bytes (nella sua reale accezione di quantità di informazione *elementare* ), che non si ferma mai ma che non ti dà il tempo di riflettere. Insomma, l’equivalente del ticker rosso che leggiamo sotto al telegiornale senza spesso porre attenzione a ciò che lo speaker dice sopra.
    Non voglio passare per reazionario, beninteso. Il citizen journalism è fantastico, ma deve essere collocato all’interno di un sistema *complessivo* di informazione, dove appunto ampiezza e profondità si riequilibrano. C’è uno spostamento della comunicazione dai blog ai SN, che assicura maggiore interattività ma non sistema i contenuti (è la differenza tra una struttura bibliografica e gli appunti disordinati su una moleskine, dove il significato più autentico lo può dare solo chi sa leggere la propria calligrafia).
    Nulla da obiettare se ai “vecchi” mezzi rimanesse il compito dell’approfondimento. Ma il giornalismo d’inchiesta anche sui media tradizionali perde colpi, come calano i lettori e gli spettatori TV, rendendo ancora più difficile il riequilibro di cui ti parlavo.
    Siamo giunti infine alla neolingua orwelliana, dove l’espressione viene ridotta ridotta e ridotta (in realtà in “1984″ è anche resa ambigua) finchè significa poco e niente? Dobbiamo infine dare ragione a Pasolini (e magari gli altri millemila autori che tu conosci ma io no) che si accorgeva già 50 anni fa dell’impoverimento del linguaggio, asservito a scopi industriali (e dunque consumistici)? E infine, ma davvero la democrazia può giovarsi di tutto ciò?

    Scusa il megacommento, pesante come il pranzo di Natale che sta per arrivare. Forse era meglio un tweet :-) Buone feste.

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