Non riesco a dirtelo in un Tweet. Su ampiezza e profondità.

Questo ultimo anno abbiamo visto crescere Twitter, che è diventato l’icona mediale per parlare di Rete e comportamenti sociali online e che ha visto “popolarizzarsi” le nostre timeline. Il che significa che informazione ed intrattenimento si sono miscelati esplosivamente, che la “cura” dei flussi di news e il chiacchiericcio hanno cominciato a sovrapporsi attorno agli #hashtag e che, un po’ come al bar dello sport, ognuno ha potuto esprimersi in 140 caratteri come l’allenatore della nazionale. Pura constatazione la mia, nessun giudizio di valore: è il prezzo di un ambiente che si fa pop.

A questo si affianca la dimensione sociale, il bisogno di essere visibilmente in relazione – e non solo in modo celato dietro il numero di followers e following – unitamente al fattore celebrità digitale,  giocato sulla coppia visibilità/contatto.

Troviamo così la crescita di comportamenti di produzione di contenuti del tipo “scrivere delle cose per farsi re-tweettare”. Il richiamo diretto ai propri lettori usando @, la preghiera diretta di re-tweet, eccetera. Niente di nuovo, lo abbiamo visto anche nello sviluppo della blogosfera.

Non è un caso che siano nati “misuratori” del grado di influenza di un profilo, come Klout, che non fanno altro che misurare il potenziale di notorietà e che consentono il gioco delle segnalazioni incrociate in modo da amplificare il punteggio. Lo abbiamo visto anche con i blog (a proposito ricordate quella battuta – riammodernata – “Se il mio blog ha solo tre lettori e sono Barack Obama, Mark Zuckerberg e Bill Gates, sono mainstream?”).

Esistono anche momenti ormai ritualizzati utili all’espansione metacomunicativa della visibilità, come il #FF (Follow Fridays) che si muove fra momenti utili per consigliare di leggere profili interessanti e altri in cui ci si segnala a vicenda in cascata libera riempiendo la timeline del venerdì. Niente di male, sono rituali sociali, forme di educazione digitale. Modi di fare comunità. Come la popolarizzazione le trasformerà lo vedremo.

È poi c’è il modo che abbiamo di “curare” le notizie che vede, accanto ai social media curator, una crescente frenesia di segnalazione che porta a cercare e rilanciare sempre la prossima news. Le ricerche ci hanno mostrato che è dal primo tweet che una notizia propaga, di re-tweet in re-tweet, quindi, per sviluppare popolarità, arrivare per primi conta.

Spesso la cura – selezione e rilancio – prende tutto il tempo e ci soffermiamo poco a riflettere. C’è poco tempo e troppo pochi caratteri. C’è ampiezza ma, spesso, poca profondità.

Nel commenti al post La persona dell’anno che vogliamo essere Cirdan mi scrive:

Penso di non sbagliare dicendo che si sta determinando un senso dell’informazione che predilige l’ampiezza ma non la profondità. Si verifica l’avvenimento e ne viene diffuso ossessivamente un particolare, ci si spaventa, ci si arrabbia, si prova ad abbozzare un pensiero critico, giusto per il tempo che passa fino al tweet successivo. […]Non voglio passare per reazionario, beninteso. Il citizen journalism è fantastico, ma deve essere collocato all’interno di un sistema *complessivo* di informazione, dove appunto ampiezza e profondità si riequilibrano.

In un Tweet non sarebbe riuscito a dirmelo. E non è solo il problema dei 140 caratteri. Bisogna prendersi tempo e serve uno spazio che forse scorra di meno. O che semplicemente non sia costretto a vivere costantemente la contemporaneità. E, lo sappiamo, Twitter non è quell’ambiente. Dobbiamo solo non coltivare l’illusione che lo sia.

5 pensieri su “Non riesco a dirtelo in un Tweet. Su ampiezza e profondità.”

  1. >la crescente frenesia di segnalazione che porta a cercare e rilanciare >sempre la prossima news

    esattamente: occorre sottolineare “the dark side” di twitter e dei social media onde trarne davvero profitto, e credo purtroppo questa “frenesia” sia la chiave d’uso soprattutto in italia, dove pure FB e co. rivelano una diffisione tra le piu’ alte al mondo; il problema rimane quello di una scarsa media literacy, di una spinta diffusa al gadget come status symbol, o come sottolinea il recente studio della open society:

    >All’interno dei social network non avviene un’attività professionale di editing delle news: semplificando, significa che non c’è ad esempio una verifica delle informazioni, anche se i media tradizionali sono presenti nelle reti sociali online, attraverso le loro pagine. La grande trasformazione digitale apre la porta a “minacce”, come il giornalismo “copia e incolla” e l’assenza di contestualizzazione per le news.<

    1. Il rischio di giornalismo copia/incolla e news prive di contesto c’è… però sta crescendo anche una generazione di social curator che fa un lavoro che porta a far emergere temi che di solito nei media sono sotto traccia. E lo fa tempestivamente e con controllo delle fonti online.

      Resta il fatto che occorre mantenere l’attenzione alta per garantire una buona pratica.

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