Per un uso ecologico di Twitter

Twitter in Italia è cambiato molto nell’ultimo anno. La sua massificazione, promossa dalla notorietà del mezzo sospinta a livello mondiale dai media (tanto che risulta essere più popolare di Facebook) e dall’ingresso delle “celebrity” ha modificato il “senso” dello stare in questo ambiente. Visto “da dentro” il punto non è tanto rammaricarsi del fatto che “le cose non sono più come prima” ma considerare che l’afflusso di massa forza alcuni elementi dell’ambiente.

Da una parte la coppia visibilità/contatto ha creato dinamiche di following che si collocano lungo un continuum che va dalla modalità groupie allo stalking. Dall’altro il rapporto superficie/profondità, giocato in un ambiente massificato, ha amplificato modalità discorsive di confronto/scontro, spesso sfocianti in flame, che sono pratiche poco adatte ad una piattaforma che per sua natura è poco conversazionale. Questa “forzatura” che amplifica la comunicazione interna all’ambiente ha certamente influenzato le modifiche strutturali che oggi ci permettono aprendo un tweet di vedere le attività correlate, dai re-tweet alla catena conversazionale. Il limite sta, come sappiamo, nella scarsità argomentativa consentita dai 140 caratteri e – anche se siete folgoranti nel creare aforismi come Oscar Wilde – nel produrre contenuti che necessitano di un contesto interpretativo per non restare ambigui. Spesso non conosciamo a sufficienza il pensiero pregresso di chi produce un tweet, cosa ha portato a produrlo, se si inserisce in un “non detto” che una cerchia di pubblico per cui è stato pensato conosce (i follower più ristretti che si segue con assiduità, ad esempio) ma che un pubblico più “generalista” cui arriva (tramite retweet, ad esempio) non conosce. Capita così che attorno alla naturale ambiguità di una comunicazione contratta, senza possibilità di metacomunicazione, si scatenino discussioni “distorte” che finiscono nel flame. Insomma: Twitter è un ambiente che mal si presta alla realtà conversazionale e all’approfondimento del pensiero.

Mi sembra che lo spieghino bene i Wu Ming in un bel post in cui esplicitano come abbiano deciso di modificare il loro modo di stare su Twitter:

Non è un forum. Non è una chat. Non è «Ballarò».
Se sempre più gente lo userà come forum, come chat e come surrogato di «Ballarò», presto l’aria qui dentro sarà irrespirabile. […]

In attesa di trovare nuove prassi (se mai sarà possibile), intendiamo ricalibrare la nostra presenza su questo mezzo.
– Non cercheremo più di produrre contenuto qui dentro, ma rinvieremo sempre ad altri spazi (non soltanto nostri). Insomma, linkeremo contenuti esterni.
– Ritwitteremo solo messaggi altrui che a loro volta linkino contenuti esterni.
– In presenza di domande che richiedano risposte complesse, laddove possibile le scriveremo altrove e linkeremo la risposta.

Il punto, quindi, è di ritrovare un equilibrio nell’ecosistema delle relazioni sociali rapportate alle esigenze informative, di confronto ed intrattenimento.

La logica superficie/profondità mi spingerebbe a dire che nel 2012 rivedremo crescere i blog come luoghi di conversazione su contenuti segnalati e “curati” su Twitter. Ovviamente si tratta di una lettura che tiene poco conto dell’effetto pop della massificazione che rende complessa una relazione fra produzione di contenuti/diffusione/commento: il contenuto spesso non diventa altro che “un succoso pezzo di carne con il quale un ladro cerchi di distrarre il cane da guardia dello spirito”, come direbbe McLuhan. Quello che conta è che il contenuto diventa un pretesto per affermare un legame, per rendersi visibile, per farsi re-tweettare, per innescare un flame che aumenti il nostro ranking, eccetera. Trovare un equilibrio nell’ecosistema del web rappresenta quindi la sfida della trasformazione in atto.

Update

Contrappunto di Massimo Mantellini dal titolo Risorgimento blog? da leggere in pendant.

17 pensieri su “Per un uso ecologico di Twitter”

  1. C’è da dire.. però.. che almeno ad oggi, stando alle statistiche che ho sui siti che ho gestito, sono pochissime (quasi irrisorie) le visite ai blog provenienti da twitter, molte più quelle provenienti da Fb (ovviamente al primo posto Google).

    Secondo me i Wu Ming sbagliano ad utilizzare Twitter in questo modo, non c’è nulla di social, il profilo twitter sarebbe utilizzato come un semplice aggregatore di notizie i cui follower è come se fossero iscritti ad un Feed Rss.

    1. Qui si tratta solo di osservare che Twitter, come ambiente, sta mutando in Italia il modo di porsi rispetto all’ecosistema dei social media e del web.

      I Wu Ming sperimentando questo mutamento notano che, per quanto li riguarda, è diventato molto problematico sperimentare su Twitter e portare una modalità comunicativa come prima senza essere fraintesi, scatenare flame eccetera, Di qui la decisione di scegliere una strategia personale di integrazione fra il loro profilo twitter e il loro blog.

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