Non affondare nell’informazione: quando il giornalismo può imparare da Twitter

L’affondamento della nave di Costa Crociere “Concordia” all’isola del Giglio ha occupato molti degli interessi informativi delle ultime ore. Per la scarsa copertura da parte dei media nazionali a ridosso dell’evento nella notte di venerdì 13 gennaio, per il continuo emergere del tema nei social media che hanno seguito in tempo reale cercando e diffondendo quelle informazioni che sui media mainstream non riuscivamo a trovare.

Basta leggere lo storify che raccoglie “i tweet inviati dalle persone sul posto e da quelle che hanno seguito la diretta dell’evacuazione di 4mila persone dalla nave da crociera Concordia”, una vera e propria delega informativa che il Tirreno di Livorno mostra, con il crescere della consapevolezza circa la gravità dell’incidente che culmina con il tweet dell’una di notte di Costa Crociere che rimanda ad una “comunicazione importante” circa le difficoltà delle procedure di soccorso a causa della posizione assunta dalla nave.

Si tratta quindi di un evento che scuote emotivamente e richiede di essere trattato attraverso un’informazione attenta ed efficace. Da una parte abbiamo la vicenda umana, quella fatta dai momenti di terrore documentati da diversi approfondimenti nelle testate giornalistiche – come i video girati durante le ore dai passeggeri –, dall’altra il rimando al nostro immaginario storico e cinematografico all’affondamento del Titanic, richiamato con forza – e talvolta con troppa insistenza – dai media.

In questo clima di tensione informativa è emerso ancora una volta il problema dell’attendibilità dell’informazione online o, meglio, di come la relazione tra urgenza e possibilità di condivisione nei siti di social network possa portare a fare emergere contenuti non “curati”. Il caso è quello della circolazione su Twitter e Facebook di un video girato all’interno del bar della nave durante il momento dello scontro con uno scoglio. In realtà si tratta di un fake, un video girato per un altro evento e dal titolo “Pacific Sun Cruise liner in very heavy seas” che viene spacciato come documento dell’incidente del “Concordia”.

E qui cominciano le differenze. Quelle nei social network e tra i social network e i media mainstream. Chi vuole seguire un evento su Twitter ha la possibilità di non limitarsi alla propria timeline, leggere solo gli amici che segue, ma vedere tutti i contenuti che si aggregano attorno ad un #hashtag: ad esempio #giglio, #concordia. Così avreste visto che il video veniva segnalato sia nel pomeriggio che nella serata di sabato e immediatamente riconosciuto come fake. Alcuni di coloro che lo avevano segnalato hanno cancellato il tweet per evitare la diffusione. Certo, il video “galleggiava” nelle news legate all’evento ma le segnalazioni sul fatto che non c’entrava erano molto evidenti.

Su Facebook no. L’informazione circola in modo molto più connesso ai friend con scarsissima se non nulla possibilità di aggregare contenuti su un evento. Difficile quindi avere un contesto come quello di Twitter in cui è possibile che un top retweet sia quello di segnalazione del video come falso. Immagino che per giorni molti utenti Facebook racconteranno di quel video e lo diffonderanno di friend in friend. La “cura” dell’informazione su Facebook è vincolata alle difficoltà di ricercabilità ed aggregazione.

Nella serata di sabato 14 gennaio su due testate online, la Stampa e la Repubblica, trovavamo caricato il video fake ritenendola un’autentica testimonianza. Oggi non c’è più. Le segnalazioni sono state fatte attraverso da twitter da diversi utenti (da me come da altri). La Stampa l’ha eliminato in pochissimo tempo, grazie all’ascolto di Anna Masera (@annamasera) che dopo pochi scambi di chiarimento ha fatto procedere. La Repubblica all’inizio l’ha lasciato facendo presente che si trattava però di un’altra nave (su questo non commento, è sufficientemente assurdo per parlare da solo) oggi non c’è più.

Le difficoltà di “cura” dell’informazione in un ambiente caotico come Twitter o Facebook, in cui la dimensione emotiva e quella relazionale sono fortemente connesse, è nota. Ma, con un atteggiamento di network pragmatism, sappiamo anche che esiste un modo di abitare informativamente questo ambiete. Ad esempio su Twitter ricostruendo come l’informazione è stata trattata – chi ha lanciato il tweet – cecando contenuti connessi – attraverso #hashtag – costruendosi una rete che ha reputazione e affidabilità – attraverso le liste.

Dai media mainstream mi aspetto, allora, almeno la stessa capacità di “cura”, quella di pescare a piene mani dall’emotività dei social network, di rincorrere la tempestività degli eventi cercando testimonianze, ad esempio via tweet, in tempo reale, ma mantenendo la capacità di un giornalismo attento alle fonti e dedito alla verifica. Tanto più che molte volte basterebbe googlare un contenuto per avere risposte o leggersi tutti i contenuti di un #hashtag.

Update

Dalle segnalazioni ricevute (vedi anche i commenti al post), nella giornata di Domenica 15 ottobre il video è stato mostrato come autentico sia in un servizio del TG3 che delTG2  (ore 13) e anche dal TG Com 24 durante la mattinata.  Il TG1 lo ha messo in onda aggiungendo però, come scrive DarioDn,  “ecco come potrebbe essere andata la situazione”.

10 pensieri su “Non affondare nell’informazione: quando il giornalismo può imparare da Twitter”

  1. Grazie per l’informazione, ho visto questo video sul TG2 e pensavo fosse autentico.
    Era successo una cosa del genere anche durante i giorni dell’alluvione di Genova, su vari tg erano passati i video dell’alluvione dell’anno precedente.
    Lo scrivevo proprio ieri sul blog, i giornalisti dovrebbero imparare ad usare Google (il mio esempio era stupido, ma era comunque un articolo pieno zeppo di errori).

  2. Un aereo che porta un centinaio di persone viene assistito in decollo, atterraggio e rotta con precisione ed in tempo reale, tanto che un pilota deve fare ben poco, fronteggiare solo le turbolenze.
    Per una nave con migliaia di persone, non una petroliera nè un cargo, con i dispositivi tecnologici più moderni e costosi circa sicurezza e navigazione, come può essere affidata ad un uomo che decide quello che vuole da un momento all’altro? Non ci dovrebbe essere un supercontrollo della Guardia Costiera, con i mezzi paragonabili a quelli delle torri di controllo, che non perdono un attimo gli aerei in volo, in modo da poter sorvegliare e correggere in tempo utile gli errori umani? Eppure abbiamo i satelliti, i sonar, i radar e tante altre diavolerie che neanche immaginiamo che possono seguire e avvertire in tempo prerzioso delle derive anomale dalla rotta programmata.
    Un giorno um macchinista delle FFSS mi disse che se dovesse impazzire non ci sarebbe niente e nessuno a fermare il treno. Eppure con la moderna tecnologia si potrebbe facilmente fare. Pensate al terrorismo…
    Le navi, sembra che abbiano la stessa sorte come governabilità. Ma a che serve comprare gli ultimi caccia militari a suon di miliardi di euro se…

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