Stop Online Piracy Act: una questione di potere

Con il passaggio alla modernità mutano i modi di produzione e la messa in circolazione delle forme simboliche nella società.

L’avvento della società moderna produce un cambiamento dell’organizzazione sociale del potere simbolico dovuto ad un intrecciarsi evolutivo delle forme di diffusione che la comunicazione assume con la stampa associato alle dinamiche di secolarizzazione della società (leggete ad esempio il straordinario lavoro di Elizabeth Eisenstein). A metà del XV secolo ci troviamo di fronte ad una frammentazione dell’autorità religiosa e al declino della sua influenza sul potere politico; ad un graduale diffondersi di sistemi di conoscenza e apprendimento di contenuto secolare; ed al passaggio dalla scrittura alla stampa che comporta la nascita dell’industria dei media come base del potere simbolico: è un momento caratterizzato dal sorgere dell’industria editoriale che comporterà la nascita di nuovi centri e nuove reti di potere simbolico fondate sulla produzione di merci – i libri/testi. Le forme di produzione, diffusione e consumo di simbolico sono così presidiate da una mediatizzazione della cultura.

Quello che possiamo chiederci è se oggi, a fronte di fenomeni emergenti di mediatizzazione della cultura che hanno a che fare con le culture di rete,  con la realtà degli user generated content e degli user distributed content, con le prospettive teorico-pratiche del citizen journalism e dell’editoria online, eccetera, ci troviamo di fronte ad un cambiamento delle condizioni di possibilità di produzione, distribuzione e consumo del potere simbolico. Possiamo cioè domandarci: se il soggetto collettivo di riferimento della nascita della comunicazione diffusiva è “la massa”, declinata in tipologie quali i pubblici, i cittadini e i consumatori, oggi dietro la punta dell’iceberg di alcune pratiche di produzione, di diffusione e di consumo troviamo un nuovo soggetto collettivo? E la mediatizzazione della cultura, portata alle sue estreme conseguenze dal ‘900, quali effetti ha prodotto rispetto alle dinamiche individuali e collettive di produzione, distribuzione e consumo del simbolico? Quali mutamenti stanno avvenendo in relazione alle reti di comunicazioni pre-esistenti e alle relazioni di potere prestabilite?

Ecco, a queste domande sto cercando di rispondere in questi ultimi mesi, perché solo così, mi sembra, possiamo dare senso a quella mutazione in atto che ci coinvolge e che spesso ci capita di osservare attraverso blog e siti di social network; solo così possiamo costruire una semantica che dia senso al fare collettivo senza ricorrere a figure come “il popolo della Rete”; solo così possiamo collocarci al di là della tecno-apocalissi e del tecno-utopismo (due facce della stessa medaglia); solo così possiamo alzare lo sguardo da una micro visione che sembra farci parlare solo del singolo fenomeno su Twitter o Facebook.

Ho spesso infatti la sensazione che arranchiamo cercando di interpretare il presente attraverso strumenti concettuali e categorie che sono il prodotto storicamente determinato della nostra modernità. Usati oggi tendono a farci guardare attraverso la loro lente impedendoci di vedere altrove e in altro modo. Oppure vengono maneggiati come armi di resistenza per un cambiamento che non siamo capaci di raccontare.Prendete la vicenda SOPA e provate a rileggerla chiedendovi quale semantica usiamo quando parliamo di “copyright” o di “autore”, di “anonimato” o di “privacy” o chiedetevi cosa vuol dire “prodotto” o “contenuto”.  E se è possibile usare le stesse categorie interpretative in cui queste parole hanno avuto origine per descrivere la realtà che ci circonda e le forme che descriviamo attraverso di esse.

Per questo seguo con attenzione chi, invece, produce “dal basso” una narrazione sul fenomeno vivo, nella sua emergenza, immerso forse fin troppo nel presente e nel mutamento ma capace di produrre la materia viva. Questo è un lato del lavoro. L’altro sta nell’astrazione e nella capacità di generalizzazione: sono questi gli strumenti che ci permetteranno di capire la direzione che abbiamo preso una volta scesi dagli alberi della savana.

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