L’anno che verrà. Giornalismo e conversazioni dal basso sul lutto connesso per Lucio Dalla

I giornalisti hanno scelto di contornare come al solito la news del momento con quel plus di notiziabilità che è offerto da sentimenti ed emozioni raccolti in 140 caratteri su Twitter o su uno status di Facebook. Il fenomeno è noto, lo abbiamo visto ricorrere anche recentemente nei momenti di grande tragedia come quello della Costa Concordia o, più banalmente, nella quotidianità della neve. L’occasione in questi giorni è data dalla morte di Lucio Dalla.

La celebrazione collettiva e pubblica della morte nella nostra epoca assume la dimensione di un lutto mediale in cui si intrecciano sempre più le forme della comunicazione di massa con le narrazioni interpersonali in pubblico.

E allora via al racconto costruito da programmi televisivi, dallo speciale di Porta a Porta al bellissimo Blob Lucio Dalla su RAI3, per prendere due estremi nella mia personale valutazione; e telegiornali: non c’è stata testata che non abbia dato ampio spazio al racconto della vita di Lucio Dalla inventando anche modi originali per commemorarlo come il pessimo Karaoke de L’anno che verrà cantato dalla “gente” e montato dal TG di La7; e quotidiani nazionali e locali: la pagine “Bologna” de La Repubblica e de Il Resto del Carlino erano nelle scorse giornate praticamente monografici.

E contemporaneamente non c’è stata testata giornalistica che non abbia sottolineato anche “Il dolore sul Web”, “L’addio su Internet” e altre titoli simili con poche varianti che miscelavano l’affetto colletivo con il dolore connesso attraverso i social network. Niente di strano, il fenomeno, come detto lo conosciamo. Solo che questa volta abbiamo assistito ad una forma del racconto diversa da quella usuale. I protagonisti che hanno rappresentato “il popolo della Rete”, che erano al centro del racconto sono stati i vip. Lo esprime bene Massimo:

Il giornalismo usuale prende un video in cui un Jovanotti stonato si riprende in auto mentre canticchia Disperato Erotico Stop e ignora la marea di cose interessanti e cariche di senso che migliaia di persone che hanno amato Dalla hanno riversato in rete in questi giorni. Oppure organizza, come molti hanno fatto in queste ore, una galleria di cinguettii VIP dove Paola Saluzzi o altre star incontrastate staccano su Twitter le proprie prime parole una volta raggiunte dalla triste notizia.

E si parla di cosa hanno scritto Ligabue o Vasco su Facebook oppure si rincorrono i vip tweet con #luciodalla per raccontare che Milly Carlucci scrive “Se ne va un grande amico” o che Gerry Scotti twitta “Addio Lucio. La tua musica resterà per sempre”. Segnalazioni anche per le operazioni (dubbie?) di commozione celebrativa di colleghi famosi, come Dolcenera che improvvisa Com’è profondo il mare caricandolo su YouTube.

Il pubblico diventa improvvisamente poco rilevante, come spiega Laura, ed è il personaggio noto che twitta a fare notizia. Dopo un certo periodo in cui la forza di racconto dei social network stava nella produzione intrecciata di conversazioni fra le persone (pubblici, consumatori e cittadini) e la loro resa in pubblico anche da parte dei media, oggi il giornalismo dei mass media sembra riprendere la via dell’autoreferenza per cui è rilevante ciò che già è rilevante, cioè noto. La crescita della presenza delle celebrity italiane (di diversa natura e “pezzatura”) all’interno di Facebook o, ancora meglio, Twitter e il loro produrre contenuti istantanei ed estemporanei, frasi lapidarie che funzionano come commenti disponibili sui fatti del mondo da usare senza passare dalla forma dell’intervista, fa gioco ad un giornalismo che vuole coniugare la “freschezza” informativa di un ambiente come il web con l’immediatezza della notiziabilità: “l’ha detto un personaggio famoso”. Il contenuto non è necessario sia rilevante.

Così le migliaia di micro storie che le persone dedicano a Lucio Dalla passando dai loro ricordi alle emozioni, la ritualità connettiva di stringersi attorno ad un #hashtag, passa in secondo piano rispetto ad un “Ciao Lucio” scritto da un vip qualsiasi.

Questa forma di resistenza della società dello spettacolo, la battaglia di retroguardia di un giornalismo poco avvezzo ad interpretare e trattare i linguaggi del web sociale e che si rifugia nelle formule trite che più gli sono consone (il tweet di una persona famosa è come una dichiarazione che gli ho strappato e da usare per dare più valore al mio pezzo), rappresenta solo una fase della trasformazione che stiamo vivendo. Una trasformazione che riguarda l’anno che verrà in cui “i muti potranno parlare mentre i sordi già lo fanno”. Sì perché la presa di parola dal basso – e lo scrivo ideologicamente, permettetemelo – di coloro che non avevano parola in pubblico (i muti) tende sempre più ad emergere e i linguaggi della comunicazione di massa che possono pensarsi come un discorso senza bisogno di ascolto (i sordi) faticano a sintonizzarsi con la mutazione dei nostri tempi. Perché la forza dei racconti dal basso, la loro capacità di aggregarsi e rendersi visibili, e l’azione di curatela – sempre dal basso – di questi flussi per farli ricircolare sottolineandone il “senso” è una possibilità interessante che si dischiude per la comunicazione. Anche per quella di massa e istituzionale.

Mi piace allora quando allo spettacolo generalista si affianca la forza di azioni aggreganti capaci di raccontare, come lo Storify che raccoglie i tweet #Ciao Lucio dei bolognesi organizzato da @twiperbole account ufficiale della Rete Civica Iperbole di Bologna.

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