Dondolarsi sull’Amaca: Twitter è il (brutto) messaggio

L’Amaca di oggi di Michele Serra ha sollevato un dibattito sul web, in particolare su Twitter, chiamato in causa come generatore di “un linguaggio binario” teso tra le dicotomie del “a favore”/”contro” quando viene usato nella logica del doppio schermo che ci porta a fruire dei contenuti televisivi con il PC sulle gambe e le dita pronte ad un commento veloce e connesso.

Sul determinismo tecnologico contenuto nell’affermazione di Michele Serra, il suo fare il verso a McLuhan con un: “Twitter è il (brutto) messaggio”, si sono soffermati sia Fabio che Davide, con argomentazioni anche taglienti. Vale la pena ricordare che il rapporto di causalità tra tecnologie mediali e forme sociali non è lineare ma circolare e di tipo negativo: se non A non B. Il torchio non ha prodotto il protestantesimo ma senza torchio nessun protestantesimo. E senza Twitter nessuna rivoluzione, come le abbiamo viste. Le tecnologie hanno una natura abilitante non determinante e, certo, non sono neutre.

Sulla correttezza di alcune sue considerazioni relative all’effetto “polarizzazione” dei giudizi ha già detto Claudia – perché noi siamo comunque una nazione cresciuta televisivamente al Bar dello Sport commentando con gli amici quello che si vedeva nello schermo in alto a destra sopra il bancone e con la metacomunicazione della Gialappas che ironizzava con un doppiaggio radio sugli appuntamenti video più massmedialmente rilevanti. Vale la pena soffermarsi sul fatto che farsi investire dai tweet contenuti da un #hashtag non “curato” mostra statisticamente la divisione netta del tipo “a favore”/”contro”, le sfumature possono essere ricostruite in chiave conversazionale selezionando e ri-aggregando con tecniche di social media curation fatta da chi sa gestirla o adottandola come opzione cognitiva.

Vale la pena poi soffermarsi sulla funzione “irritativa” che ha avuto l’Amaca di Michele Serra in un’Italia che da una parte si prepara a varare l’Agenda Digitale e dall’altra sembra operare una delegittimazione culturale del web attraverso i media.

L’irritazione sembra derivare da uno scarto culturale che ha a che fare con l’appropriazione di mezzi e linguaggi, con la scarsa comprensione dei contesti d’uso, con la generalizzazione  di una sua esperienza di secondo livello (“uno che ha Twitter mi legge che…”) che lo porta a sintetizzare come in un tweet “Twitter mi fa schifo. Fortuna che non Twitto…”…

L’irritazione deriva anche dal modello di dialettica che si è generato, quella stessa dialettica che Michele Serra sostiene sia assente dai lapidari commenti ai programmi televisivi su Twitter incapaci di sospingere“ il discorso in avanti, schiodandolo dal puerile scontro tra slogan eccitati e frasette monche” . Una dialettica costruita da Michele Serra che scrive su un quotidiano, persone che rispondono su Twitter o Facebook o attraverso i loro blog e Michele Serra che risponde alle polemiche con un’intervista telefonica che gli sintetizza leggendogli pochi tweet (Sic!) il dibattito, telefonata montata come video per Repubblica TV che sfrutta il traffico generato dal “popolo della Rete” (vi metto dispettosamente il link all’embed che fa ilPost).

Il fatto è che all’arte oratoria e alla retorica del soggetto unico con doti elitarie si affianca quella generata dallo storify collettivo e confusivo di un moltiplicarsi di voci che si rincorrono, piene anche delle loro emotività e contraddizioni. Alcuni seguono questo flusso che si intreccia tra spazi digitali e non digitali, cercando di isolare dal rumore di fondo (lo descrive bene Serra nell’audio intervista) gli elementi di innovazione, le idee, quelle emergenze della comunicazione che preludono ad un cambiamento. Altri invece continuano a parlare da zone recintate, dondolandosi magari su un’amaca.

Quello che resta è un clima sociale sul digitale particolarmente confuso ed umorale che spesso schiera da una parte i media generalisti e dall’altro “il Popolo della Rete” – declinato in “il Popolo di Facebook”, “il Popolo di Twitter”, ecc. E mi sembra che in realtà esista una tensione, un conflitto latente che prelude a qualcosa d’altro, ad uno scarto, che non sarà solo generazionale né solo culturale, ma che rende evidente come sia sempre meno possibile negoziare le differenze – giovani/adulti, nativi/immigrati, ecc. – uno scarto bio-cognitivo che preme per un suo salto evolutivo.

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3 pensieri su “Dondolarsi sull’Amaca: Twitter è il (brutto) messaggio”

  1. Certo, dici bene! Che tristezza leggere di un presunt(u)o(so) intellettuale che parla di cose di cui non sa nulla, sputando sentenze … Serra a volte mi piace molto, stavolta ha fatto davvero il tuttologo ignorante!

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