Twitter per giornalisti: tra riserva di caccia e cargo cult

“E basta co ‘sto Twitter”. La tesi di Federico Mello su il Fatto quotidiano è chiara:

Twitter è quasi sempre cassa di risonanza virtuale di ciò che succede nel mondo reale e negli altri media: raramente produce contenuti suoi – e quando questo avviene, lo fa solo in quanto un utente si trova ad essere “testimone diretto” di avvenimenti o fatti di cronaca

Tesi semi-condivisibile. Ma siccome mette l’accento su fattori che ritengo cruciali vale la pena approfondire e cerco di chiarire perché è per me solo parzialmente una lettura accettabile.

La prima cosa è distinguere la capacità di Twitter di offrire risonanza e mettere a tema fatti che avvengono nel mondo dall’essere una pura cassa di risonanza degli altri media. E altra cosa ancora è quello che Twitter come ambiente mediale produce di suo. Per capirci: una cosa è #occupy un’altra è #sanremo e un’altra ancora è #sucate. Quando Mello parla poi di “contenuti suoi” fa riferimento all’uso di Twitter con la funzione di testimonianza, al quale spesso si ancora un mix informativo con le opinioni che il fatto raccontato scatena.

Almeno quattro ambiti diversi, quindi:

a. messa a tema,

b. cassa di risonanza,

c. produzione autonoma di temi,

d. testimonianza.

Questo ci permette allora di dire che l’utilizzo da parte del giornalismo (e dei media) dei contenuti che Twitter produce prescinde dalla specificità delle diverse forme presenti e dalle possibilità di utilizzabilità (o inutilizzabilità) diverse per fare informazione. E’ vero cioè che c’è un problema strutturale in Italia del giornalismo rispetto a Twitter che viene visto come una generica riserva di caccia per temi notiziabili semplicemente perché agganciati a quel contesto o già stranoti epperò che possono essere rimessi in gioco dal punto di vista del “popoloditwitter” o come abbellimento “socialqualcosa” di articoli di costume, politica, ecc. Per Mello, e su questo concordo, la spiegazione ha a che fare con la messa in crisi della professione giornalistica nel contesto contemporaneo:

Parte della stampa sente che il giornalismo ha perso il prestigio di un tempo. E per correre ai ripari, si augura che una spruzzata di “comunicazione orizzontale”, di confronto con “la gente”, possa risolvere i problemi.

Eppure osservando non solo i giornalisti dei media che parlano di Twitter dalle loro postazioni ma anche quelli che si buttano nel flusso di tweet, tutto questo mi ricorda il feticismo per un cargo cult. L’adorazione tribale (del giornalismo) per Twitter fa venire in mente cioè quella dei “culti del cargo”, un’adorazione per civiltà tecnologicamente più avanzate – i popoli digitali? – che producono merci – che in questo caso sono i contenuti e le forme che li generano – che diventano oggetti da adorare. La richiesta di merci/contenuti da posizionare sugli altari catodici o delle pagine di carta avviene attraverso rituali magici associati al mezzo: ad esempio la lettura continua dei Trending Topics, che vengono scambiati per modi per accedere alla “verità superiore” di Twitter. Di qui il rischio di cantonate giornalistiche che riprendono “bufale”, profili fake, ecc.

3 pensieri su “Twitter per giornalisti: tra riserva di caccia e cargo cult”

    1. No no, siamo proprio sulla stessa linea. Il “semi” condivisibile era solo l’occasione di mettere per me un po’ ordine sulle forme che su Twitter troviamo (e che andrebbero tenute distinte dai giornalisti). Sul demistificare un po’ Twitter concordo pienamente.

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