Fare parte dello Huffington Post o farsi da parte

In questi giorni nella parte abitata della Rete si è discusso del fatto che lo Huffington Post Italia non paga coloro che curano i moltissimi (annunciati) blog che rappresentano il corpo vivo del progetto editoriale– cosa perfettamente in linea, peraltro, con quanto avviene nella testata online fondata da Arianna Huffington.

Le posizioni tra detrattori e sostenitori è chiara e riconduce, da una parte, all’annosa quanto inutile contrapposizione fra giornalisti e blogger e, dall’altra, alla relazione tra sfruttatori e sfruttati più o meno inconsapevoli che indebolisce il mercato editoriale professionale (una curation del dibattito la trovate nello Scoop.it di Rosy Battaglia).

Carlo Gubitosa, sul primo versante, quello blogger vs. giornalisti scrive:

il tuo hobbismo [blogger] che se ne frega del salario per le ragioni piu’ varie e’ una seria minaccia alla sopravvivenza di gente che fino a ieri viveva col valore dei propri scritti e oggi stenta a mettere insieme una paga decente perche’ sono arrivati in massa sulla rete persone come te che lavorano gratis pur di mettersi in vetrina […] Non mi illudo che si possa rispolverare la “lotta di classe” per farsi valere come categoria professionale, ma almeno si potrebbe concordare sul fatto che il lavoro gratuito che genera profitto per altri e’ cosa negativa che non danneggia solamente chi lo pratica

La tesi è limpida: il regime di abbondanza di produzione di contenuti si associa ad una ricerca di visibilità che porta alla “dittatura del dilettante” (versione Andrew Keen) e alla mortificazione della professionalità retribuita.

Silvio Gulizia, che cura uno dei blog della testata online, gli risponde:

Tecnicamente parlando, l’HuffPo mi offre la stessa opportunità che mi offrono Twitter o Facebook: entrare in contato con le persone. Il giornalista oggi non può prescindere dall’ascoltare la gente. Perché siamo al servizio del lettore. E se questo lettore continuiamo a ignorarlo, finiamo con lo scrivere solo perché un editore ci paga […]Non scrivo per l’HuffPo, ci tengo a sottolinearlo. Ho aperto un blogger-account per condividere certe riflessioni che altrove non riesco a fare. E posso smettere quando voglio, se avrò la sensazione di essere sfruttato.

La tesi è altrettanto trasparente: i blog dello Huffington Post Italia (o non Italia) sono uno spazio di messa in connessione che consente di prendere la parola in pubblico e renderla visibile, uno spazio di condivisione di un ethos comune: quello di essere parte di una comunità di scrittolettori che mettono in narrazione la realtà attraverso la moltiplicazione di approcci e punti di vista.

Il dibattito utilizza, insomma, linguaggi e logiche del ‘900 (“sfruttamento”, “lotta di classe”) per interpretare uno scenario che è radicalmente mutato.

Ci troviamo oggi di fronte alle tracce di una crescita di processi complessi di negoziazione simbolica e di significato tra produzioni e pubblici nella costruzione di una piattaforma narrativa comune in cui auto ed etero riferimenti ai vissuti (concreti ed immaginati) convergono.

Dal punto di vista dei singoli portatori di interesse (giornalisti, ad esempio, o autori dei blog) diventa facile dire “chi usa chi”: “L’Huffington Post è un cancro che sta diffondendo la sua malattia del “lavora gratis” in tutto il mondo. Produce benefici solo per i suoi proprietari.” – come dichiara  Jonathan Tasini – oppure “I blogger. […] si tratta di voci importanti, che provengono da campi diversi, con sensibilità politiche e culturali diverse, che salgono sulla piattaforma della Annunziata perché da lì possono farsi sentire meglio. Ha molto senso.” – come scrive Riccardo Luna.

Sul piano dell’interpretazione interna al dibattito sono punti di vista irriducibili, inconciliabili. Ma la realtà che stiamo osservando (del giornalismo, del web sociale, delle nuove forme di produzione/distribuzione/consumo online, ecc.) non può essere letta solo attraverso una prospettiva dicotomica “o questo o quello”. Rischiamo di perdere la possibilità di osservare l’emergere di elementi di discontinuità che riguardano sia le forme (simboliche) che i contenuti (i significati). La ricchezza di quanto sta avvenendo online sotto i nostri occhi ha a che fare con l’immediatezza dell’esperienza, che non viene (non può essere) assoggettata ad un’astrazione di stampo utilitaristico, che non è cioè necessariamente riconducibile ad una visione di sfruttamento e di dominio se non applicando sistematicamente un’ermeneutica del sospetto. Esiste invece un significato che si produce da dentro, una semantica che si stabilizza nelle pratiche e che è sociale prima di farsi società. Si tratta di un significato che può essere anche problematizzato da dentro, a partire da quelle differenze che consentono di rendere visibile anche le forme di dissenso.

Sul piano della formula editoriale per me il punto non è tanto che qualcuno accetti di scrivere gratis a fronte di visibilità (potenziale). Il punto è che vengano utilizzate da Lucia Annunziata, come excusatio non petita, affermazioni come questa: ““I blog non sono un prodotto giornalistico. Sono commenti, opinioni su fatti in genere noti: è uno dei motivi per cui i blogger non vengono pagati“.
Come dire: un fatto è giornalismo, un’opinione no. I fatti si pagano, i corsivi no. Con buona pace della tradizione degli elzeviri che hanno svolto una funzione culturale straordinaria.
Non c’è da fare nessuna polemica. Nessuno scontro blogger vs giornalisti. L’attenzione va posta solo sulla scelta di una direzione che sembra avere una sensibilità lontana dalla trasformazione del mondo dell’informazione oggi. Non basta la formula “chiavi in mano” o dare il format. Serve interpretazione del contesto culturale (digitale) in cui si andrà ad operare e visione del mondo dell’editoria italiana online e della sua evoluzione. Abbiamo più che mai bisogno che venga dato “senso” e che si costruiscano premesse meno analogiche di quelle prodotte dalle dichiarazione che l’Annunziata ha fatto.

10 pensieri su “Fare parte dello Huffington Post o farsi da parte”

  1. mmm quante chiacchere … a Lucia non interessano i “blogger” intesi come tali, ma nomi veramente importanti che “bloggano” bastava parlare sia con Lucia che con Arianna alla sera della presentazione (entrambe molto disponibili) per capire tutto ciò ed evitare le solite sterili ed improduttive polemiche italiche., QUI il mio video con i nomi dei Blogger: http://www.micheleficara.com/digitale/i-blogger-lucia-annunziata-huffington-post/ buona visione

    1. Michele il punto non è chi gestisce o meno il blog (e troviamo anche giornalisti giovani che lo fanno gratuitamente accanto a politici e professionisti) ma che modello editoriale si costruisce. È non è che Arianna Huffington non abbia acceso in patria il dibattito… Concorderai che la motivazione: i fatti si pagano,le opinioni no sia non tanto debole quanto culturalmente la testimonianza di un approccio all’editoria digitale con una visione analogica e leggermente spocchiosa.

      1. Qui abbiamo una Arianna che con l’editoria digitale ha fatto un sacco di soldi e resa famosa un sacco di gente che oggi guadagna bene e una direttrice italiana che di digitale non capisce nulla di digitale e spara proclami clamorosi, ma che, però, è sopra ogni ragionevole dubbio una ottima giornalista e sa come fare notizia riuscendoci ben due volte: prima con lo scoop di berlusconi e dopo innescando una polemica in rete che ha reso la testata subito famosissima, direi una accoppiata diabolica e molto efficace. Abbiamo da imparare tutti …🙂

  2. Grazie Giovanni, la curation continua ad essere alimentata da post preziosi come questo. L’idea che è nata, lanciata da Rocco Rossitto e altri giornalisti / blogger su twitter è di un confronto, necessario, sull’evoluzione dell’informazione online. Come precisi tu, non è e non deve essere un scontro tra blogger e giornalisti, ma semmai sul problema della visione dell’editoria italiana cartacea e digitale, al momento afflitta da forte miopia.

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