La Chiesa e il rovesciamento di senso per la Rete

Va letto con attenzione il titolo della quarantasettesima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali (2013): “Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione”.

Le parole contano. E la costruzione di senso che la Chiesa sviluppa attorno ai territori digitali viene spiegata da Antonio Spadaro (direttore di “Civiltà Cattolica”) che commenta un punto di vista che supera ogni approccio moralistico alla Rete contemporanea e scioglie anche il dualismo reale/virtuale concentrandosi sulla centralità degli stati di connessione on-off line:

il criterio di “bontà” è sostanzialmente esterno al social network perché è l’etica della persona, la sua capacità di integrare la presenza in quest’ambiente virtuale con la propria vita di relazione. Chi nella vita reale tende a isolarsi e a preferire relazioni poco coinvolgenti e significative, in cui ci si compromette poco, può trovare nei social network un luogo ideale di espressione, anche del proprio narcisismo. Una persona che vive invece delle relazioni sostanzialmente sane, può trovare in essi una grande opportunità per dare continuità a rapporti che altrimenti sarebbero eccessivamente frammentati. […]Certo è che la vita dell’uomo di oggi si esprime anche nell’ambiente digitale. Il Papa sembra far crollare le pareti del dualismo digitale. Finché si dirà che bisogna uscire dalla relazioni in Rete per vivere relazioni reali si confermerà la schizofrenia di una generazione che vive l’ambiente digitale come un ambiente puramente ludico in cui si mette in gioco un secondo sé, un’identità doppia che vive di banalità effimere, come in una bolla priva di realismo fisico, di contatto reale con il mondo e con gli altri. La sfida non è solamente etica ma anche profondamente spirituale.

Il narcisismo, dunque, come carattere dell’umano e non come affordance dell’abitare la Rete. Eppure sappiamo che vivere i territori del digitale nella complessa condizione di una multilife – senza accezione schizofrenica ma solo di connessione tra piani di realtà comunicativa – comporta prospettive di mutazione antropo-sociali: l’ambiente ha natura condizionante dell’evoluzione anche se non determinante. E le Reti sociali sono, appunto, “spazi”, luoghi in cui i nostri vissuti abitano modellandosi a partire dalle possibilità che vengono rese operative (connessioni, geolocalizzazioni, istantaneità, asincronicità, ecc.). La sfida lanciata è quindi, appunto, quella di non cedere al carattere strumentale e all’interpretazione deterministica della Rete che modificherebbe inevitabilmente l’umano in direzioni post. Non siamo tutti necessariamente più connessi e più soli (con buona pace di Sherry Turkle ) e utilizzare il “narcisimo” come termine ombrello per generalizzare una condizione di complessità piena di sfumature e differenze, sembra essere poco produttivo.

Di qui il rovesciamento di direzione dell’approccio che la Chiesa può avere con la Rete. Da fuori a dentro: non pensarla/usarla come strumento di evangelizzazione ma osservare le trasformazioni che questa sta producendo per offrire risposte in termini di senso.

Non basta più il superficiale adeguamento di un linguaggio o di pensare la Rete come un “mezzo” di evangelizzazione. E’ invece indispensabile oggi poter presentare il Vangelo come risposta alle domande di senso e di fede, che anche dalla rete emergono e nella rete si fanno strada.

Trovo che questa interpretazione sia strategica affinché un’istituzione secolare incorpori la novità. Solo ragionando in termini di senso da dare e non di strumento da utilizzare è possibile pensare ed agire la Rete e le mutazioni che presiede.

Lo capisse l’istituzione della politica…

5 pensieri su “La Chiesa e il rovesciamento di senso per la Rete”

  1. Pienamente d’accordo, Giovanni. Soltanto, una piccola riserva sul riferimento alla Turkle. Non è nella chiave che tu dici che io l’ho letta e cerco di farla leggere agli studenti, al di là del titolo maldestramente (o maliziosamente) tradotto in italiano. A mio avviso, con questo suo contributo (ultimo di una trilogia), Sherry Turkle dice che siamo connessi e soli, contemporaneamente soli e in comunità (un bel tema russoiano) e che il problema sta nella natura “storica” delle relazioni umane. Io me lo traduco così: non è che abolendo Internet si diventa (o si torna ad essere) tutti più buoni e dialoganti e costruttivi; piuttosto, e più semplicemente le cose stanno in questo modo, che le nostre carenze in fatto di bontà, dialogo, costruttività umane sono tuttora reali e profonde, anche se un uso fideistico delle tecnologie socializzanti da parte di molti (negli USA) ci fa velo su una necessaria presa di coscienza di un tale vuoto. Ne consegue che (e così riprendo una suggestione di Marco Belpoliti) se vogliamo permetterci considerazioni di tipo critico/apocalittico dobbiamo prima di tutto essere integrati.

    1. Concordo Roberto. Nell’urgenza che ogni post detta ho usato “Turkle” al posto di una certa vulgata, non solo giornalistica ma anche accademica, sul suo ultimo lavoro.
      Tu sai come per me i nostri “stati di connessione” rappresentino un punto di non ritorno e che il senso del lavoro di Turkle stia anche nel sottolineare questa inevitabilità e anche le contraddizioni che produce. Va maneggiata con cura🙂
      Un lavoro molto interessante sarebbe, appunto, sulla necessità di storicizzare la relazione sociale e leggerla in chiave evolutiva. Anche qui scopriremmo che la dialogicità ecc. non è un dato di natura ma una forma corrispondente della forma della società e della comunicazione che la contraddistingue,

  2. Sull’altro fronte si situano i fautori della società in rete come sistema aperto i quali intendono «sfruttare risorse, tecnologie, conoscenze e organizzazione sociale prodotte dal capitalismo per sviluppare nuove forme di autonomia sociale». La rete è per loro un mezzo per la ricostruzione di relazioni di cooperazione e scambio «gratuiti» fra esseri umani. In questa visione i rapporti sociali vengono prima dei rapporti economici, senza peraltro negarli, e la rete diviene uno spazio virtuale di incontro, scambio, comunicazione e partecipazione nel quale ognuno può attingere ciò di cui ha bisogno e ha il dovere morale di dare il proprio contributo. Un esempio tipico è la Public Library of Science, alla quale collaborano oltre 30.000 scienziati, nata allo scopo di rendere liberamente disponibili alla collettività le ricerche e le idee scientifiche sottraendole al controllo privato degli editori e di qualunque altro soggetto; oppure il sistema operativo Linux, ideato dal finlandese Linus Torvalds, di cui è liberamente accessibile il codice che consente a chiunque di modificarlo e migliorarlo.

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