Giornalisti italiani e digitale: la trasformazione che passa dai precari

journalism

La ricerca esplorativa del Gruppo di lavoro ‘’Qualità dell’ informazione, pubblicità e nuovi media’’ del Consiglio nazionale dell’ Ordine dei giornalisti rappresenta un’occasione di auto-riflessione all’interno del mondo del giornalismo italiano sulla crescita della cultura professionale nell’ambito digitale o, se vogliamo, su come il digitale sia entrato nella vita quotidiana della professione.

E in tal senso possiamo osservare come ci si trovi di fronte ad una trasformazione che segue quella lenta accelerazione – mi si permetta l’ossimoro – che caratterizza il rapporto tra gli italiani e la sfera digitale, con la consapevolezza della crucialità dei linguaggi digitale che caratterizza il mondo dell’editoria e lo scarto che crea il modo di pensare la produzione e distribuzione dell’informazione secondo parametri del novecento che richiedono una trasformazione.

Se leggiamo nel dettaglio i dati notiamo una naturale relazione inversa fra anzianità di servizio dei giornalisti che hanno risposto al questionario e l’uso degli strumenti e le competenze digitali. Si tratta però di dati molto meno da digital divide generazionale di quelli che coinvolgono la popolazione italiana: anche le fasce più anziane si informano online e usano i social network in modo significativo.

Ma proprio per questo i dati vanno letti più in profondità, per tentare di cogliere gli elementi di discontinuità professionale. Una discontinuità che ci porta a guardare a quel futuro del giornalismo in era post-industriale di cui ci hanno parlato nel loro libro bianco C.W. Anderson, Emily Bell, Clay Shirky e che traccia le line di adattamento al tempo presente di una professione i cui linguaggi e metodologie produttive sono ancora oggi, nell’era del digitale, fondati su forme proprie della modernità.

E per gettare questo sguardo occorre osservare quella realtà nell’in between in cui sono collocati i non iscritti all’ordine quella manciata di rispondenti che si trovano in una condizione di necessaria sensibilità nei confronti di un mercato editoriale in trasformazione. Sono questi, nel comparto della loro condizione professionale, ad usare maggiormente Internet come realtà informativa (94.7%), ad usare aggregatori di feed RSS per il lavoro o strumenti di condivisione (68.4% ), meno presenti sui blog (2.6%) perché la realtà emergente delle social news impone di essere più presenti sui social network (su tutti con un 10% di scarto con le altre categorie professionali): su Facebook con account lavorativo e personale (57.9% ) e Google+ (52.6%) e ad usare Twitter (50%) – gestendo spesso anche l’account della testate per cui lavorano.

Sono micro indicatori di una condizione che vede la professionalità del giornalista passare dalla sua esposizione in pubblico per farsi conoscere e riconoscere e costruire una corrispondenza fra professionalità e reputazione, come le logiche della Rete ci sta insegnando in questi anni. Con un’attenzione per le realtà di un’informazione che si produce e distribuisce sempre di più anche attraverso strumenti di connessione che consentono di unire il fattore news con la qualità delle reti sociali. Sono indicatori infine della necessità di “fare Rete”, e si tratta di capire se una volta passati ad altra condizione abbandoneranno questa loro disponibilità alla connessione o se questa, invece, sarà un punto di forza. Quello che è certo è che sono questi giornalisti che stanno sperimentando forme di “cura” dell’informazione e logiche di produzione e di circolazione dell’informazione che rappresentano l’adattamento al presente che il giornalismo italiano va cercando.

La ricerca la potete trovare qui.

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