Twitter non sceglie il Quirinale. La generazione dei neo-eletti e la vigilanza civica

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Twitter non sceglie il Quirinale, tanto vale dirlo subito.
Ma c’è una bella discussione in queste ore su quanto la realtà della Rete abbia a che fare con gli orientamenti degli eletti. È nata dopo un’evidenza sul web di un mood anti Marini che ha trovato conferma in un dissidio pubblico (e pubblicato in post, tweet e Facebook) di deputati e Senatori PD e l’annullamento di fatto di questa candidatura. Fatti avvenuti con sincronia ma che nessuno può dimostrare siano correlati.
Ne fa un buon riassunto Giuseppe raccontando come ci siano tesi contro questa relazione eletti/influenza della Rete e una (forse) a favore.
E c’è come al solito una narrazione che circola nell’informazione e che, seguendo una vulgata costruita sull’hype di Twitter nell’ultima tornata elettorale, persevera nel raccontare il potere del web, come titola Repubblica a proposito della candidatura Rodotà “scelta dal web” (sic!).

Eppure mi sembra che ci troviamo di fronte ad un fatto nuovo, ambientale, che provo a spiegare.

Abbiamo a che fare con la messa in visibilità di una sfera pubblica effimera (così pensa Habermas le conversazioni sparse in semi nicchie come i caffé, volatili e non sedimentate) che non viene rappresentata dai media né si sente rappresentata da questi. Effimera sì ma che prende consistenza e visibilità in uno di quei luoghi dell’abitare contemporaneo che molti degli eletti del PD – la massa di neo eletti in particolare, quelli che vengono dalle esperienze territoriali- frequentano quotidianamente: il web.
Bastava leggere in questi giorni le timeline, le pseudo-conversazioni che si aggregavano attorno agli #hastag sul Quirinale, i commenti sulle pagine Facebook di molti degli eletti del PD, per tacere  di quelli che hanno sommerso come una grandinata primaverile la pagina Facebook di PDNetwork, ecc. per vedere prendere consistenza una realtà fatta di voci diverse che è però diversa dal clamore di folla, dai fischi di uno stadio o dal racconto di un quotidiano circa le opinioni della gente.
Una sfera pubblica effimera ma molto connessa al vissuto del neo-eletto.

Sul wall Facebook di un neo deputato che conosco da tempo, da molto prima che lo fosse, i suoi amici di tutti i giorni, i suoi ex colleghi di lavoro della federazione, i cittadini del territorio che ha amministrato, amministratori pubblici gli scrivevano di non votare Marini:

“Non dirmi nulla ma sarei contento se facessi parte di quei novanta [che non voteranno Marini]” oppure “lo sai vero che nel caso contrario [se lo avessi votato] mi avresti trovato ad aspettarti a casa per darti il bentornato!”

Non ha votato Marini, non per il web certo. Ma il suo pensiero politico lì si è dovuto esprimere e confrontare con altri. Se hai aperto un canale non dico con il cittadino ma con le tue cerchie sociali e se in queste collassano anche attivisti ed elettori oggi che sei neo deputato il loro parere è visibile. Non lo vai neanche a cercare ti arriva sul wall, nella timeline, nelle mentions…
E le conversazioni successive attorno al nome di Rodotà – che molti delle sue cerchie online gli hanno chiesto di sostenere – lo hanno obbligato a spiegare le ragioni politiche che lo portavano a votare invece Prodi. Poi il Napolitano bis. E a volte non basta. Per questo mi ha telefonato.

“Quanto sentite la pressione da fuori?” gli ho chiesto. “Molto. Parliamo fra di noi e con gli altri. Ma tutti hanno un cellulare o un iPad e non siamo più da soli qui dentro al parlamento”.

Il senso della connessione è tutta lì. Una nuova generazione di politici che hanno come riferimento un ambiente informativo più complesso fatto non solo di stampa e televisione, un ambiente che non solo e non tanto contempla il web ma le relazioni sociali e le cerchie che lì dentro ci identificano.

Non è tanto la disintermediazione rispetto all’elettore. E qui ha ragione Massimo quando scrive “Siamo sicuri che i politici tengano in conto gli umori del popolo e che lo facciano maggiormente oggi rispetto a ieri perché oggi i cittadini hanno strumenti di espressione più completi?”. Né una nuova fase di tecnoutopismo, – non è che i politici siano come ci ricorda Fabio “tutti tecnoschiavi, da mane a sera con lo smartphone in mano a scorrere i tweet che li riguardano”.

Piuttosto per alcuni eletti non stiamo parlando dell’umore del popolo o della citazione di propri fan o detrattori ma della visibilità di opinione all’interno delle proprie reti sociali connesse. Questo non significa semplicisticamente che ci si faccia influenzare da quello che dice o vuole “la gggente” ma che siamo all’interno di meccanismi meno anonimi e generalizzati, meno distaccati, anche emotivamente.

Una generazione di politici più in sintonia anche con un ambiente contro-democratico. Come spiega Pierre Rosanvallon ne “La politica nell’era della sfiducia”, la controdemocrazia è data dall’insieme di tutte quelle attività che non hanno lo scopo di associare direttamente il cittadino all’esercizio del potere ma che, piuttosto, servono ad organizzare il controllo del cittadino su chi governa: “è’ impossibile che tutti partecipino direttamente alle decisioni politiche, ma tutti possono esprimere opinioni critiche e partecipare alla vigilanza civica nei confronti del potere. Si tratta di modalità più o meno formalmente costituite, i cui attori possono essere le associazioni, la stampa o anche i singoli cittadini su internet”.

Lo stato di vigilanza civica associato alla pressione di appartenere a cerchie sociali connesse attraverso la Rete crea nuove condizione di vita politica degli eletti. Fare il politico ai tempi di Twitter è anche questo.

Update: sarà anche per questo che Bersani ha chiesto ai suoi eletti di spegnere cellulari e iPad per due ore…

 

16 pensieri su “Twitter non sceglie il Quirinale. La generazione dei neo-eletti e la vigilanza civica”

  1. In questo scenario, mi pare che il problema principale sia di educazione. Educazione dei cittadini alle nozioni più elementari di politica, inclusa la costituzione, i poteri dello stato e il ruolo dei rappresentanti. Ma educazione anche degli eletti, che dovrebbero avere l’autorevolezza e le palle per poter dire: ho ascoltato opinioni e critiche, ma adesso decido io in quanto eletto per questo e quast’altro motivo. Che certo dovrebbero essere motivi ben più alti di quelli che abbiamo sentito in questi giorni.

    Infine, secondo me la rete potrebbe e dovrebbe funzionare meglio. Un singolo commento su Facebook da solo, non importa quanto articolato e significativo, è come questo qui che sto scrivendo: zero, vacuo sfogo narcisistico. Al momento conta solo il sentore che puoi avere scorrendo velocemente frasi brevi e parole in maiuscolo, ciè la caciara e le grida.

    Altra cosa sarebbe se ci fosse la volontà di valutare quello che dice ‘il popolo del web’ sia quantitativamente, che qualitativamente. Quantitativamente, abbiamo da sperare nella cosiddetta sentiment-analysis e nella statistica. Qualitativamente, si immagini che un sistema di commenti abbia anche un meccanismo di ‘ranking’, che i commenti possano essere votati da utenti accreditati in base alla loro competenza ed esperienza, che ci siano gerarchie di utenti ‘ranker’, in cui quelli meno accreditati filtrano ciascuno un pacchetto di commenti, per passarne una piccola parte ad utenti con più credito, e questi al loro livello superiore, fino ad arrivare ad una redazione che includa il personaggio famoso o il parlamentare. Secondo me sarebbe tutta un’altra cosa.

  2. Se è vero che possiamo essere tutti potenziali giornalisti possiamo essere anche tutti potenziali politici, amministratori, allenatori. “Italia pese di allenatori” questa è anche la famosa liquidità che aveva profetizzato Baumann. Lo stato magmatico è prerogativa della rete. Cambia a seconda di come tira il vento. La questione più interessante è che in questo paese i social media diventano uno spazio di vigilanza civica democratica e un luogo di confronto-incontro che se ben sfruttato può solo condurre la politica verso il bene comune.

  3. Se quanto precede ha minimamente un senso, che rapporto si dà tra tempi musicali, tempi sociali e tempi politici? E come si contrassegna questo rapporto negli anni ’70, nel passaggio dal rock al pop? Come e dove il glamour e l’ambiguità del pop hanno imbalsamato l’anima del rock? E come tutto ciò ha segnato i modi di pensare ed agire — non solo politicamente — delle giovani generazioni?

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