Il citizen journalism tra sfruttamento e democratizzazione

Festival giornalismo Perugia

 

Domani al Festival Internazionale del giornalismo di Perugia discuterò con Mafe e Antonio di “citizen journalism tra sfruttamento e democratizzazione”(“cognitariato ed accesso all’informazione” era il titolo più criptico e meno pop di quello poi scelto ma che segnava una strada che tratteremo) in un panel che mette a fuoco una delle tematiche per me centrali nella mutazione dell’ecosistema informativo: la produzione e circolazione complessa di contenuti informativi “dal basso”, un free labor che entra in risonanza e viene addomesticato (quando non sollecitato) dall’industria dell’editoria. Possiamo raccontarlo così:

Se è vero che molte testate usano il crowdsourcing delle news per abbassare i costi di produzione è anche vero che per moltissime persone poter pubblicare qualcosa è un piacere una tantum che sarebbe un peccato negare: quale dei due fenomeni è più diffuso? Qual è più visibile? Qual è risolvibile? Come separare l’accesso alla professione dalla valorizzazione dei contenuti amatoriali?

Il problema è complesso sia in astratto che in concreto. Ma forse vale la pena cominciare a delineare il campo sul quale poter ragionale.

1. Il rapporto tra capitale e lavoro è di co-dipendenza e reciproca costituzione. Il lavoro libero non è quindi necessariamente immediatamente sfruttato e d’altra parte si genera all’interno delle logiche del capitale, il quale non se ne riappropria successivamente, piuttosto lo nutre e lo esaurisce. Il lavoro immateriale è visibilmente diffuso e si alimenta di passioni ed affetti, di relazioni sociali ed emotività È quello che osserviamo dietro la cura di un blog o nella condivisione di contenuti nei social network, nell’attività di citizen journalism e nei mille rivoli che stanno creando un contesto di social news. E d’altra parte nei progetti editoriali che lo incoraggiano, chiedendo, come CNN iReport, di incanalare nelle piattaforme riconosciute l’energia generata.

2. Il punto non è tanto chiedersi quando e come l’architettura della partecipazione diventa sfruttamento ma piuttosto come vada compresa la realtà del playbor (play+labor) al di là di una contrapposizione moderna tra sfruttatori e sfruttati. L’architettura della partecipazione non produce sfruttamento in astratto. Dobbiamo quindi concentrarci sul livello delle pratiche per osservare le dinamiche di libertà e dissipazione messe in gioco e analizzare gli universi discorsivi e l’orizzonte di senso che i soggetti implicati producono. Quello che c’è dietro alla scelta di tenere gratuitamente un blog in una testata nota, di curare online l’informazione per gli altri, ecc.

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