Nuvole nere sul digitale

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Nuvole nere sul digitale per l’Italia. E’ così che ricorderemo l’inanellarsi in pochi giorni di un regolamento AGCom in cui l’organismo si è attribuito ampi poteri sulla protezione del diritto d’autore online scavalcando i giudici, della proposta neo protezionista di una web tax e del sostegno all’editoria con il piano Destinazione Italia che prevede una detrazione fiscale del 19% sui libri acquistati, ma solo quelli di carta, non per gli ebook e che potrebbe mettere in campo il divieto di usare link verso i contenuti di stampo giornalistico se manca una esplicita autorizzazione.

E non importa che il nuovo segretario del Partito Democratico, maggioranza di governo, si sia espresso chiaramente contro questa prospettiva nel suo discorso di insediamento facendoci immaginare una possibile marcia indietro:

“Abbiamo infilato un problema peggio dell’altro, sarebbe bello se si riuscisse a modificare le regole del gioco: l’Agcom chiude un sito senza passare da un giudice ma anche il fatto che la web tax va posta nel luogo centrale, l’Europa, e non con una violazione dei trattati europei o diamo l’impressione di un Paese che rifiuta l’innovazione”.

Non importa, perché il punto è che chi ha competenza per decidere sul digitale spesso manca di una cultura sul mutamento introdotto dalla Rete sia a livello di sviluppi di mercato che di pratiche vive,  e quello che resta è sempre e solo, poi, dover fare un passo indietro, non uno in avanti.

E invece avremmo bisogno di cominciare a confrontarci in Italia più seriamente con la cultura che caratterizza il tempo presente e che ha finito per creare una divaricazione tra le economie morali degli utenti e quella del mercato.

Quello a cui ci troviamo di fronte è un contesto caratterizzato da una cultura della circolazione dei contenuti che definisce nuove sensibilità produttive e presiede logiche di senso differenti sul copyright, ad esempio.

È che ci troviamo di fronte a strutture economiche di riferimento, formali ed informali, che facilitano oppure ostacolano la circolazione: pensiamo al rapporto tra creative commons e copyright o alle logiche freeconomics e quelle anti pirateria. E allo stesso tempo le reti sociali, online e offline, mettono in connessione gli individui attraverso la circolazione di contenuti che funzionano come oggetti relazionali, capaci di produrre reti e renderle visibili attraverso la loro circolazione.

Ed è questo il valore della circolazione sul lato degli utenti, la pietra angolare su cui si costruisce un’economia morale differente da quella delle imprese sulla relazione fra copyright e circolazione del contenuto.

Pensando all’attuazione del regolamento AGCom, se avete un blog forse non potrete più embeddare con tanta tranquillità un video di YouTube; e su Twitter fate attenzione a condividere la foto notizia di una rivolta o del vincitore di X-Factor. Su Facebook potrete segnalare un articolo di un quotidiano? Forse sì – forse no: dipenderà da Destinazione Italia –, ma non vi sentirete comunque abbastanza sicuri. Certamente non lo sarete quando vi troverete a condividere un brano musicale. Eppure a voi sembra una cosa normale. Ma non è così secondo una logica di mercato. Per voi è peer. Per AGCom è pirateria.

Il fatto è che i beni digitali hanno caratteristiche specifiche che li differenziano da quelli materiali, e sono queste ad essere messe in gioco. Come raccontano chiaramente Henry Jenkins, Sam Ford e Joshua Green in un loro lavoro recentemente tradotto, Spreadable media. I media tra condivisione, circolazione, partecipazione, i beni digitali possono “essere condivisi in molti contesti diversi simultaneamente, e l’accesso a un oggetto può essere venduto o offerto in dono senza rinunciare al suo possesso”.  Abbiamo così a che fare con contenuti progettati secondo logiche commerciali che vengono rifinalizzati dai consumatori per produrre valore sociale. Ma abbiamo anche i contenuti generati dagli utenti per fini amatoriali e di scambio sociale o secondo logiche fandom che vengono utilizzati a fini commerciali da piattaforme di condivisione o da corporation che li riutilizzano come materiali promozionali o nelle loro logiche editoriali.

Potremo quindi, da utenti, simmetricamente denunciare un programma televisivo perché fa comparire nello schermo i nostri Tweet? O un quotidiano che li aggrega attorno ad un #hashtag per dare conto del dibattito che è in corso da parte del “popolo del web”? E cosa dire della pratica invalsa da parte di testate di utilizzare contenuti visivi “trovati” in Rete o su Instagram per raccontare con le foto dei cittadini gli eventi del mondo? O di alcuni libri costruiti riportando status di Facebook e Twitter che non ripagano gli autori?

La realtà è che ci troviamo di fronte al crescere di una contrapposizione tra due economie morali.

La prima è un’economia culturale informale e peer, quella di comunità in Rete che, ad esempio, condividono liberamente contenuti anche coperti da copyright, modificandoli e sviluppandone di autonomi a partire da universi narrativi proprietari. L’altra è un’economia commerciale che non vuole rinunciare neanche in piccola parte al controllo sui contenuti e che, quindi, cerca di ricondurre entro spazi recintati – piattaforme branded, ad esempio – le forme di partecipazione dei propri consumatori o audience. Forme che comunque le imprese richiedono e a cui si aprono, perché il cambiamento in atto viene colto, ma trascinandosi dietro una visione che tende alla concentrazione ed al controllo inclusivo. O in alternativa si ricorre a dinamiche repressive.

[Puoi continuare a leggere l’articolo su TechEconomy]

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