Archivi categoria: conversazioni dal basso

Il conversational divide nel digitale

fb-boldrini

La Presidente della Camera Laura Boldrini ha lanciato nella giornata contro la violenza delle donne un messaggio da Facebook per sensibilizzare i cittadini circa l’“utilizzo nei social network di volgarità, di espressioni violente e di minacce, nella quasi totalità a sfondo sessuale”. E lo ha fatto pubblicando un piccolo estratto di tutti quei messaggi di insulto che sono presenti nella sua timeline ogni mese.

Si tratta di commenti fatti su Facebook che contengono nomi e volti di chi si è espresso in modo violento e sessista nei suoi confronti. Una pillola di quella dimensione conversazionale che valica la linea della libertà di espressione trasformandola in hate speech.

In questa operazione di sensibilizzazione troviamo però accanto alla forza della denuncia i limiti dell’indicare in pubblico all’interno delle reti sociali connesse.

Questa operazione mostra infatti in modo evidente non solamente un fenomeno di violenza verbale ed insensata presente in Rete ma anche le dinamiche di potere presenti.

Il fatto che una persona nota come Laura Boldrini pubblichi in modo esplicito nomi e volti non solo alza l’attenzione a livello mediale sul fenomeno ma finisce per indicare account sui quali si è scatenata la gogna dei social media. La micro fisica del potere in una Rete si esercita attraverso le miriadi di connessioni che di nodo in nodo vanno dal generale al particolare, partendo da una denuncia esemplificativa al centro e finendo per produrre effetti nelle periferie dei singoli nodi.

I nodi in una rete connessa non sono infatti tutti uguali ma esprimono una differenza di potenziale in termini di visibilità dei contenuti e di orientamento della pubblica opinione. Così l’indicazione del Presidente della Camera ha finito per dare vita ad una gogna mediatica online nei confronti degli account segnalati, ripresi e commentati fin nelle loro timeline. Taggando le otto persone in modo non solo da farne un esempio ma con l’intenzione di produrre effetti concreti sulle loro vite. In uno dei tanti commenti che accompagnano la condivisione del post si legge:

Pregherei di diffonderne nomi e “prodezze”, in modo da render noto a colleghi e (soprattutto) **datori di lavoro** (nonché “amici”; ma feccia così ne ha, fuori da fb?) con che razza di sociopatici hanno a che fare. Un futuro di mendicità e di apartheid sociale forse farebbe un gran bene a questa “roba” inopinatamente bipede.

Lo stesso linguaggio che viene denunciato finisce per essere utilizzato contro di loro in un gioco che alza la tensione e in cui la profezia (dell’hate speech) si auto avvera:

oggi faccio una cosa da querela a questi stupidi depravati e troie rispondo io al posto della Boldrini
XXXXX sei un eunugo da harem
XXXX i piselli sai bene dove metterli perche’ godi
XXXX stai attento l’isis ti fara’ saltare in aria perche’ non conti
XXXX gran ricchione pompinaro favoloso
XXXX la puttana sei tu se vuoi ti do la lista dei posti che puoi frequentare
XXXX tu sei un depravato senza palle e fai bene i pompini
XXXX se c’e uno che fa schifo brutto pederasta quello sei tu
XXXX a natale ti mando babbo natale ben dotato chiuditi con lui in una stanza e godi
XXXX a te il cervello e la calotta cranica gia’ la hanno aperta e hanno trovato merda e piscio da schifo siete tutti trogloditi vigliacchi ladri farabutti puttane eunughi senza palle e un consiglio andate su un monte piu’ alto e buttatevi tutti giu’ tanto la vostra mancanza nessuno la sentira’ perche’ chi fa schifo ed e’ vigliacco non viene considerato occhio per occhio dente per dente

Il rischio è che le otto persone siano diventate non solo l’esempio di quanto accade in termini di hate speech sulla timeline della Presidente ma capri espiatori di un fenomeno complesso ed allargato.

Laura Boldrini aveva tutto il diritto di pubblicare quei contenuti che già sono pubblici nei suoi post ma, mi chiedo, non valeva la pena di renderli visibili celandone l’identità? La scelta delle persone è sicuramente casuale e quindi: perché quelli e non altri? Qual è il confine fra educare la cittadinanza all’espressione nel digitale e generare nuove conversazioni piene di tensioni ed odio sociale?

Dal punto di vista della nostra tutela gli strumenti legali li abbiamo già tutti a disposizione e, come ricorda Massimo Mantellini:

Servirà, nei casi peggiori, semplicemente che i cittadini denuncino per minacce e diffamazione altri cittadini che li hanno offesi in rete, esattamente come accade quando ci si offende al bar o sul posto di lavoro, magari senza bisogno di ripubblicare offese e minacce a sostegno della propria indignazione.

Capisco le intenzioni di sensibilizzazione di Laura Boldrini ed anche l’essere esausti di un ruolo pubblico che online, nella disintermediazione, attira un odio sociale generalizzato per la politica e che sconfina nell’insulto sessista. Ma non voglio che si finisca per guardare il dito (che indica e gli indicati) e non la luna (del problema nella sua pienezza).

Leggendo l’intervista ad una degli indicati emerge il quadro di un divario digitale che riguarda il modo di rapportarci agli altri online in una Rete che ha raggiunto recentemente un accesso di massa e che, di fatto, presenta un contesto di scarsa cultura per il digitale.

Da quanto tempo è iscritta a Facebook?
“Neanche un anno. Prima avevo un telefonino semplice, ma sentivo mia cognata che stava su Facebook. Mio figlio ha cambiato il suo e mi ha dato questo nuovo (tira fuori il telefono dalla tasca della tuta ndr ) mi ha iscritto lui. La sera, quando finalmente riesco a sedermi, mio marito vuole guardare sempre i programmi di politica e allora io mi metto su Facebook”.

Come sceglie che cosa leggere e condividere?
“Vedo quello che mi appare, mi trovo delle cose davanti perché le mettono gli amici, le leggo e se mi piacciono metto un commento, una faccina oppure vado avanti” .

Ora cambierà il suo modo di stare su Facebook?
“Se sapessi come togliermi mi cancellerei. Dovrò chiederlo a mio figlio, però non me la sento di dirglielo. Mi dispiace perché è un modo per parlare con le amiche”.

Ci troviamo di fronte a persone che sono entrate da poco nella realtà di una vita connessa, che lo fanno per stare in contatto con gli amici, che utilizzano Facebook come alternativa all’intrattenimento televisivo facendone un utilizzo passivo che passa dallo stream proposto dall’algoritmo. Persone che hanno un approccio alla Rete che passa da device mobili e dalle app, che sperimentano da poco le forme di comunicazione mediata e che probabilmente gestiscono poco e male il collasso fra online e offline:

quando mi hanno chiamata non ci credevo, mi sono spaventata. I commenti su Facebook parlavano di denuncia, che sarebbero venuti i carabinieri. Ho avuto una paura terribile.

Persone che approcciano ad una condizione nuova della comunicazione in cui si è (parte del) pubblico e si ha pubblico, che sono cresciute in un’esperienza mediale televisiva come quella italiana in cui l’urlo, il dileggio, l’insulto attraversano fasce di programmi che vanno dall’intrattenimento ai talk show politici e che si trovano online di fronte a linguaggi simili espressi dagli stessi personaggi televisivi.

Ci troviamo di fronte ad un conversational divide che caratterizza gli ambienti online e che richiede percorsi educativi e di socializzazione che dovranno coinvolgere le comunità connesse, le piattaforme ed anche le Istituzioni. Ambienti digitali che raccolgono lo scarso livello di responsabilità sociale che abbiamo costruito in questi primi anni di vita connessa: noi, le piattaforme, i media, la politica…

 

Del peso delle conversazioni online avrò l’opportunità di parlare al BTO ma metteremo collettivamente a tema il problema a Febbraio a Parole (O)stili.

I canali Telegram e l’intimità con le nicchie

telegram_channel_chegoune
Come molti di voi sanno si sono moltiplicati in pochissimo tempo i canali telegram che veicolano news. Telegram è una piattaforma per messaggistica istantanea che consente la crittografia dei contenuti e la possibilità di cancellazione a tempo. Una delle possibilità è però anche quella di creare un canale pubblico uno-a-molti per inviare contenuti, canali che cominciano ad essere utilizzati sperimentalmente sia da testate news che da singoli utenti.
Il fenomeno è  interessante e merita alcune reazioni a caldo, solo piccole note di campo per una realtà che è in rapida evoluzione ed è parte, mi pare, di un cambiamento più ampio: rintracciare i propri lettori in percorsi della vita connessa i più diversi e adatti alle diverse sensibilità, mode e predilezioni (vedi il canale BBC su Viber o Cosmopolitan su Snapchat, per dirne solo due).
I canali Telegram:
1. costruiscono un rapporto con le nicchie: che siano una comunità di interesse, gli influencer o la nuova borghesia digitale, è possibile costruire una relazione più ristretta, capace di “cerchiare” specifici rapporti. E’ questa la sua forza più che sparare nel mucchio. La vocazione anti-generalista è quella che può fare la differenza;
2. creano una dimensione che unisce l’immediatezza della news al senso di intimità di fruizione: la notifica ti arriva sullo smartphone in un canale di un’applicazione che hai scaricato fondamentalmente come chat e che (forse) utilizzi soprattutto per quello: portare un contenuto generalista in un ambiente intimo è di per sé una bella sfida. Spesso i contenuti che ricevo sono accompagnati da un tono che può essere più confidenziale (penso al canale di Domitilla Ferrari), talvolta supportato da elementi più propri di una chat come le gif reactions, ecc. – sono riuscite, ad esempio, molte delle interazioni del canale di Wired Italia;
1457691947_telegramsnap2-600x335
3. possono sincronizzare in modo più potente il tempo mediale con quello di vita (vecchia vocazione dei media generalisti): posso cercare di sintonizzarmi con i tempi dei miei pubblici richiedendo la loro attenzione nei momenti che immagino di pausa o di bisogno nella loro quotidianità; posso curare questi momenti attraverso connessioni con  lo zeitgeist della mia nicchia: dai banali modi di introdurre la mattina alle scadenze, eventi, ecc. Si tratta di modalità che sono poco convenzionali per le testate ma che è possibile sperimentare in modo significativo su Telegram, stimolando alla lettura della notifica nel momento giusto. Per questo mi aspetto che chi crea un canale sappia avere il senso del tempo nel comunicare con me.
I social media ci hanno abituato a trovare i contenuti quando decidiamo noi, il canale Telegram gioca rovesciando la logica, perciò avere il ritmo del rapporto giusto diventa fondamentale;
4. creano quindi un contesto “diverso” per trattare informazioni che già circolano su canali con vocazione più mainstream. A che serve ributtare su Telegram contenuti che già si condividono su Facebook o Twitter? Rivedendo i punti da 1. a 3. possiamo immaginare una vocazione diversa, anti-minstream, più attenta a posizionarsi vicino ai soggetti con cui si entra in contatto. Anche a rischio di più alta selettività: ritorniamo qui alla logica delle nicchie.
Per questi motivi l’asticella si alza: richiedere l’attenzione in modo così profondo significa meritarsela. La cura del canale mi immagino avverrà attraverso un’attenzione maggiore per quei dettagli che facciano diventare la news un elemento finale di una relazione più stretta che verrà a crearsi.

Lo sguardo di Snowden da Twitter

Edward Snowden fa il suo ingresso su Twitter così:

In poche ore migliaia di Follower e un solo Following: l’account @NSAGov. Il sorvegliato si fa sorvegliante, in un cortocircuito che racconta bene il rovesciamento di senso.

Schermata 2015-09-29 alle 21.23.32

L’ingresso avviene in seguito all’intervista in cui l’astrofisico Neil deGrasse Tyson chiede a Snowden il motivo per il quale non è su Twitter:

Tyson: “You kind of need a Twitter handle. So like @Snowden, maybe? Is this something you might do?”

Snowden: “That sounds good, I think we’ve got to make it it happen… You and I will be Twitter buddies”

Tyson: “Your followers will be: the Internet, me, and the NSA.”

Smettere di essere un hashtag e diventare un account è il passaggio dal “far parlare di sé” al prendere parola. Diventare pubblico in Rete, dando un significato più profondo alla descrizione di sé che lascia nell’account:

I used to work for the government. Now I work for the public.

E’ un atto simbolico e politico quello di Snowden che ha a che fare con il riappropriarsi della propria voce nei social network, nel scendere all’interno della conversazione, nell’accettare un regime di visibilità (in fondo entrare in una piattaforma statunitense stride con tutto ciò che ha sempre dichiarato sul controllo…). Un regime di visibilità in cui si guarda e si è visti, si sa di essere visti, si accetta di essere visti: perché mostrarsi su Twitter è un atto simbolico di comunanza con tutti coloro che si mostrano in uno spazio pubblico per dare corpo alla loro Voice e contrastare, visibilmente, le forme di controllo.

L’Eco di imbecilli e web: la cartina di tornasole di un dibattito che non vogliamo fare

Schermata 2015-06-11 alle 16.25.36

Chiariamoci: il dibattito sulle parole di Umberto Eco sugli imbecilli ed il web si è da prima trasformato in uno scontro di civiltà “quelli-della-rete vs quelli-di-Eco” dove il nulla si confronta con il nulla.

Qua e là emergono, poi, ragionevoli sintesi, come quella di Dino Amenduni​ per Valigia Blu​ o di Mario Tedeschini Lalli​.

Quello che dobbiamo notare è invece come venga data rilevanza pubblica ed amplificazione mediale alle parole di Eco, parole sollecitate dai giornalisti a margine della sua laurea honoris causa a Torino. Non nella lectio tenuta: una differenza che fa differenza.

Perché il web polarizza ma il giornalismo non è da meno.

Si tratta della cartina di tornasole di un pregiudizio radicato tra progressisti e reazionari che schiaccia ogni dibattito italiano sul web e che impedisce di osservare quanto sta accadendo NON dentro la rete ma nella nostra società a proposito della rivoluzione digitale.

È un dibattito che impedisce di percepire il mutamento della nostra comunicazione quotidiana nella mediazione perenne e connessa; distoglie lo sguardo dal mutamento che attraversa il mondo dell’informazione immaginando una reductio ad unum di quello che accade online (luogo di ogni imbecillità o di virtù teologali); confonde il diritto all’opinione diffusa con la nostra incapacità di selezionare i contenuti o le difficoltà che abbiamo nel dare valore alla condivisione (cosa non ci frena dal condividere uno status imbecille? Probabilmente la stessa cosa che non ci frena nel riportare un pettegolezzo o fare cori razzisti allo stadio) …

Ed è interessante che serva la voce (un po’ roca) di Eco per fare attizzare uno pseudo-dibattito nell’opinione pubblica (o in quello che i media – e penso al giornalismo in questi giorni – pensano di rappresentare in chiave modernista).

Condurre l’opinione pubblica lungo le strade di questo dibattito polarizzante, costruire un immaginario della rete come un territorio di imbecilli o di saccenti difensori a prescindere – talvolta al limite del negazionismo: essù in rete ci stiamo e delle cose ne vediamo, come nella vita, di belle e di strazianti, di cattive e di esaltanti – forse è una via che dovremmo smettere di percorrere.

Parliamone, quindi, di questo vivere connessi, del cambiamento dei nostri costumi, di come la rivoluzione digitale in atto pervada ambiti della nostra scuola, del lavoro e dell’intrattenimento… Ma evitiamo gli scontri di civiltà. O i vaticini. O di spacciare opinioni per fatti. Anche quelle dei guru della comunicazione. Finanziamo più ricerca. Costruiamo occasioni pubbliche per confrontarci su realtà analizzate e non su impressioni. Basta col chiedere e dare le nostre opinioni sul “popolo del web”.

DEPOSITO-TELEFONI-pedroni-modena

O finiremo per essere convinti che il cambiamento lo si supporta portando le LIM o i tablet nelle scuole, suggerendo che basta la tecnologia per riformare l’insegnamento. O che la civiltà stia nei cartelli messi in alcuni ristoranti che invitano a parlare con chi hai di fronte e non con chi sta nel tuo cellulare, suggerendo che meno siamo digitali e più siamo sociali.

Quando i social media diventano di massa

imgres

Osservare oggi la realtà dei social media in Italia significa confrontarsi con la loro mainstreamizzazione.

Questa è il prodotto di un accesso sempre più di massa a cui è corrisposto un uso sempre più “normalizzato” degli ambienti digitali. Fino a qualche anno fa ci sembrava che la condizione naturale di queste realtà fosse il loro essere aperte ad una continua sperimentazione, il loro essere in “beta permanente”, dicevamo, Anche dal punto di vista dell’uso da parte degli utenti.

Oggi questa condizione è diventata sempre più una nicchia evolutiva: l’eccezione e non la regola. La normalità è invece costituita dalla parte emersa, quella che si mostra con tutta la sua auto-evidenza nella nostra esperienza quotidiana, e che mostra come ci sia una centralità dei linguaggi televisivi che ha assorbito logiche e dinamiche della connessione. Ne abbiamo discusso al festival di cultura digitale MedioEra con Antonio Pavolini e Alessio Jacona di come l’uso più recente dei social media finisca per replicare in ogni micro realtà la dinamica celebrity-audience con una vocazione che dipende dall’essere “broadcaster dentro” e che spesso riversa online codici e linguaggi della neoTV caciarona, volgare, sopra le righe, ricca di sfoghi emotivi e dell’equivalenza delle opinioni rispetto alle competenze. In fondo Vittorio Sgarbi al Maurizio Costanzo Show era un esempio di come si trollano gli altri.

Questa percezione del come dover essere in Rete che tende a guidare spesso chi più recentemente è entrato, dipende anche dal racconto che della Rete stiamo costruendo nei media(ne parlo più approfonditamente su Agenda Digitale ), che esalta il carattere di personalizzazione e il culto della celebrity che comunica alle masse: tra Fiorello e Renzi, per capirci.

Non che la Rete sia solo questo, ma il racconto di questa sua parte emersa, il mutamento di scala che l’accesso generalizzato e di massa ha prodotto nei social media, genera una percezione diversa del “dover essere” nell’online che accentua più spesso l’attenzione all’avere un audience che l’esaltazione del versante conversazionale, che è il nostro vero petrolio sociale.

 

La democrazia digitale non ci salverà

DigitalDemocracy2_700

Il modo in cui stiamo affrontando il tema del digitale applicato a diversi ambiti della realtà manca di una teoria critica.

Abbiamo assistito ad una fase di divulgazione e di riflessione tesa tra forme di entusiasmo digitale che si sono contrapposte a quelle di pessimismo, riprendendo la sterile via di una tensione tra apocalittici ed integrati. Le prime hanno caratterizzato il nostro approccio ad Internet attribuendo doti intrinseche alla forma del digitale, qualità come la libertà e la democrazia. Sarebbe quindi sufficiente affidarsi al laissez faire per garantire un’evoluzione in direzione comunitaria (virtuale, ovviamente), collaborativa e partecipativa. Lo slogan “giù le mani da Internet”, rivolto al mercato e ai governi, esaurisce la sua spinta rivoluzionaria in una deriva di darwinismo della rete che basta a se stesso per tracciarne le sorti neo progressive.

Le teorie di stampo pessimista tracciano invece i contorni di una realtà a volte distopica dove le tracce panottiche del controllo, del narcisismo digitale, dell’odio in rete, prendono il sopravvento, spesso emotivo, segnando le tracce di un determinismo di segno opposto.

È il male di un dibattito pubblico internet centrista, che, come ricorda il politologo Evgenij Morozov, ha come referente ultimo di ogni questione politica proprio la rete. Pensiamo all’idea di democrazia diretta che ricorre nel dibattito politico italiano nella contrapposizione tra un populismo digitale proposto dal MoVimento5 Stelle nella vulgata Grillo-Casaleggio e un approccio spesso ingenuo del resto della politica (generalizzo ma non troppo) al tema.

Abbiamo quindi più che mai bisogno di una teoria critica. E il recente saggio di Fabio Chiusi “Critica della democrazia digitale. La politica 2.0 alla prova dei fatti “ (Codice Edizioni) si presenta come un importante tassello per andare in questa direzione, per affrontare concretamente un futuro in cui la rete entra in modo rilevante nel dibattito e nelle decisioni dei decisori politici. Il rischio, come scrive Chiusi, è in caso contrario alto, perché ogni problema di policy making finisce per diventare

un bug in attesa di un fix, una soluzione, che prima o poi grazie a internet giunge; come se la politica fosse un software, un codice pieno di errori da risolvere per via algoritmica, non un’arte arcana e fatta di compromessi.

Dobbiamo quindi uscire da una retorica per cui la democrazia diretta, in quest’epoca di social media e tecnologie di espressività, è solo una questione di tempo e fine tuning di tipo tecnico. Liberiamoci anche dell’idea del “netizen totale”, come lo chiama Chiusi parafrasando Norberto Bobbio, un cittadino partecipativo 24 ore su 24, che sottende l’idea di trasformare la democrazia in un referendum permanente ed istantaneo che rimanda ad un “chiediamolo alla rete” e ad un assoggettamento sempre più forte al regno dell’opinione e dell’impressione.

L’utopia della disintermediazione totale tra cittadini e polis, cancellando i corpi intermedi come i partiti, rischia di essere una distopia. Pensiamo al rischio di dittatura degli attivi che l’idea di democrazia via click comporta. O a come il mantra della trasparenza della società, garantito dalle tecnologie e dal regime di visibilità online, collida con dinamiche cibernetiche di sorveglianza che, come spiega Chiusi sulle orme di Foucault:

in termini filosofici è il rapporto tra il sogno di Rousseau e quello di Bentham”. Per questo non possiamo rinunciare ad una democrazia comunque rappresentativa che garantisca prassi effettive in cui la trasparenza “sia messa al servizio dei cittadini, non dello Stato; dei controllati, e non dei controllori.

Una perfetta sintesi che richiama la condizione contemporanea fatta di una crescita di “controdemocrazia” tra i cittadini che, come spiega Pierre Rosanvallon “è costituita dall’insieme delle attività che non mirano ad associare il cittadino all’esercizio del potere, ma a organizzare il suo controllo su chi governa”. Si tratta dell’emergere di un bisogno che si esprime attraverso un insieme di pratiche partecipative che non sempre portano ad influire direttamente sulle decisioni politiche ma che vedono nei cittadini la possibilità di poter esprimere pubblicamente critiche e partecipare in modo diretto ad una vigilanza critica nei confronti del potere. Questa trasformazione si intreccia con la crescita di uno stato di connessione che ha costruito attraverso la diffusione e l’accesso ad Internet e ad una quotidianizzazione dell’uso di siti di social network un ambiente ad alto tasso di comunicazione.

Certo, in questo contesto scontiamo i rischi di esposizione alle derive propagandistiche del web, alle invasioni di “trollatori” che inquinano ogni tentativo di dibattito online. Oppure di cadere in una deriva di consultazioni all’insegna della retorica della partecipazione che finiscono per svuotarsi di significato: “la classe politica ha buon gioco ad aprire piattaforme informatiche, raccogliere idee e poi lasciarle chiuse in un cassetto, molto spesso insieme al progetto cui facevano riferimento”.

Una semplice disponibilità di maggiori opportunità di partecipazione non è sufficiente a stimolare l’impegno dei cittadini. È il percorso di costruzione dell’essere cittadini e dello strutturarsi di culture civiche, la costruzione di una percezione di rilevanza del proprio impegno e del significato che la partecipazione ha per ognuno, che costituisce il prerequisito. La rete, tanto più in questa narrazione continua che la ideologizza, non garantisce democrazia diretta né partecipazione politica. Può stimolarla e facilitare la costituzione di forme adatte a rispondere ai bisogni di partecipazione e democrazia in un contesto mutato. Non è Internet, sono le persone, i contesti culturali, il quadro normativo di riferimento in interazione con le tecnologie. E per questo avremmo bisogno di costruire narrazioni più consapevoli e meno ideologiche sulla rete. Il saggio di Fabio Chiusi sembra essere una di queste.

Nota: questo scritto è uscito su Pagina99 nella sua versione cartacea ed è stato presente nel sito del quotidiano fino a che non è stato chiuso pochi giorni fa, seguendo la chiusura del giornale avvenuta a Gennaio 2015. Mi sono sentito libero di mantenere attiva la memoria in rete delle cose che in rete c’erano ripubblicandolo nel mio blog. Così farò per altre cose…

Fare networking: non è questione di opportunismo ma di opportunità

Fare networking.  É quasi un mantra oggi. Non ha a che fare solo con la presenza della Rete nelle nostre vite ma la Rete rende palpabile questa condizione.

Fare networking non è questione di opportunismo ma di opportunità.

tumblr_n1aw4eXpTc1tqyjeeo1_500

Lo spiega bene Domitilla Ferrari nel suo libro Due gradi e mezzo di separazione:

fare networking non serve per fare carriera, cambiare casa, trovare l’anima gemella o cogliere nuove opportunità di business: serve per avere una vita più interessante , a soddisfare i tuoi bisogni… e quindi anche per  fare carriera, cambiare casa, trovare l’anima gemella o cogliere nuove opportunità di business. Sta a te fare l’uso migliore della tua rete. Vivendoci dentro.

Ne parleremo assieme a lei e con Massimo Russo, direttore di Wired Italia, alla  Social Media Week.

Continua a leggere Fare networking: non è questione di opportunismo ma di opportunità