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Il conversational divide nel digitale

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La Presidente della Camera Laura Boldrini ha lanciato nella giornata contro la violenza delle donne un messaggio da Facebook per sensibilizzare i cittadini circa l’“utilizzo nei social network di volgarità, di espressioni violente e di minacce, nella quasi totalità a sfondo sessuale”. E lo ha fatto pubblicando un piccolo estratto di tutti quei messaggi di insulto che sono presenti nella sua timeline ogni mese.

Si tratta di commenti fatti su Facebook che contengono nomi e volti di chi si è espresso in modo violento e sessista nei suoi confronti. Una pillola di quella dimensione conversazionale che valica la linea della libertà di espressione trasformandola in hate speech.

In questa operazione di sensibilizzazione troviamo però accanto alla forza della denuncia i limiti dell’indicare in pubblico all’interno delle reti sociali connesse.

Questa operazione mostra infatti in modo evidente non solamente un fenomeno di violenza verbale ed insensata presente in Rete ma anche le dinamiche di potere presenti.

Il fatto che una persona nota come Laura Boldrini pubblichi in modo esplicito nomi e volti non solo alza l’attenzione a livello mediale sul fenomeno ma finisce per indicare account sui quali si è scatenata la gogna dei social media. La micro fisica del potere in una Rete si esercita attraverso le miriadi di connessioni che di nodo in nodo vanno dal generale al particolare, partendo da una denuncia esemplificativa al centro e finendo per produrre effetti nelle periferie dei singoli nodi.

I nodi in una rete connessa non sono infatti tutti uguali ma esprimono una differenza di potenziale in termini di visibilità dei contenuti e di orientamento della pubblica opinione. Così l’indicazione del Presidente della Camera ha finito per dare vita ad una gogna mediatica online nei confronti degli account segnalati, ripresi e commentati fin nelle loro timeline. Taggando le otto persone in modo non solo da farne un esempio ma con l’intenzione di produrre effetti concreti sulle loro vite. In uno dei tanti commenti che accompagnano la condivisione del post si legge:

Pregherei di diffonderne nomi e “prodezze”, in modo da render noto a colleghi e (soprattutto) **datori di lavoro** (nonché “amici”; ma feccia così ne ha, fuori da fb?) con che razza di sociopatici hanno a che fare. Un futuro di mendicità e di apartheid sociale forse farebbe un gran bene a questa “roba” inopinatamente bipede.

Lo stesso linguaggio che viene denunciato finisce per essere utilizzato contro di loro in un gioco che alza la tensione e in cui la profezia (dell’hate speech) si auto avvera:

oggi faccio una cosa da querela a questi stupidi depravati e troie rispondo io al posto della Boldrini
XXXXX sei un eunugo da harem
XXXX i piselli sai bene dove metterli perche’ godi
XXXX stai attento l’isis ti fara’ saltare in aria perche’ non conti
XXXX gran ricchione pompinaro favoloso
XXXX la puttana sei tu se vuoi ti do la lista dei posti che puoi frequentare
XXXX tu sei un depravato senza palle e fai bene i pompini
XXXX se c’e uno che fa schifo brutto pederasta quello sei tu
XXXX a natale ti mando babbo natale ben dotato chiuditi con lui in una stanza e godi
XXXX a te il cervello e la calotta cranica gia’ la hanno aperta e hanno trovato merda e piscio da schifo siete tutti trogloditi vigliacchi ladri farabutti puttane eunughi senza palle e un consiglio andate su un monte piu’ alto e buttatevi tutti giu’ tanto la vostra mancanza nessuno la sentira’ perche’ chi fa schifo ed e’ vigliacco non viene considerato occhio per occhio dente per dente

Il rischio è che le otto persone siano diventate non solo l’esempio di quanto accade in termini di hate speech sulla timeline della Presidente ma capri espiatori di un fenomeno complesso ed allargato.

Laura Boldrini aveva tutto il diritto di pubblicare quei contenuti che già sono pubblici nei suoi post ma, mi chiedo, non valeva la pena di renderli visibili celandone l’identità? La scelta delle persone è sicuramente casuale e quindi: perché quelli e non altri? Qual è il confine fra educare la cittadinanza all’espressione nel digitale e generare nuove conversazioni piene di tensioni ed odio sociale?

Dal punto di vista della nostra tutela gli strumenti legali li abbiamo già tutti a disposizione e, come ricorda Massimo Mantellini:

Servirà, nei casi peggiori, semplicemente che i cittadini denuncino per minacce e diffamazione altri cittadini che li hanno offesi in rete, esattamente come accade quando ci si offende al bar o sul posto di lavoro, magari senza bisogno di ripubblicare offese e minacce a sostegno della propria indignazione.

Capisco le intenzioni di sensibilizzazione di Laura Boldrini ed anche l’essere esausti di un ruolo pubblico che online, nella disintermediazione, attira un odio sociale generalizzato per la politica e che sconfina nell’insulto sessista. Ma non voglio che si finisca per guardare il dito (che indica e gli indicati) e non la luna (del problema nella sua pienezza).

Leggendo l’intervista ad una degli indicati emerge il quadro di un divario digitale che riguarda il modo di rapportarci agli altri online in una Rete che ha raggiunto recentemente un accesso di massa e che, di fatto, presenta un contesto di scarsa cultura per il digitale.

Da quanto tempo è iscritta a Facebook?
“Neanche un anno. Prima avevo un telefonino semplice, ma sentivo mia cognata che stava su Facebook. Mio figlio ha cambiato il suo e mi ha dato questo nuovo (tira fuori il telefono dalla tasca della tuta ndr ) mi ha iscritto lui. La sera, quando finalmente riesco a sedermi, mio marito vuole guardare sempre i programmi di politica e allora io mi metto su Facebook”.

Come sceglie che cosa leggere e condividere?
“Vedo quello che mi appare, mi trovo delle cose davanti perché le mettono gli amici, le leggo e se mi piacciono metto un commento, una faccina oppure vado avanti” .

Ora cambierà il suo modo di stare su Facebook?
“Se sapessi come togliermi mi cancellerei. Dovrò chiederlo a mio figlio, però non me la sento di dirglielo. Mi dispiace perché è un modo per parlare con le amiche”.

Ci troviamo di fronte a persone che sono entrate da poco nella realtà di una vita connessa, che lo fanno per stare in contatto con gli amici, che utilizzano Facebook come alternativa all’intrattenimento televisivo facendone un utilizzo passivo che passa dallo stream proposto dall’algoritmo. Persone che hanno un approccio alla Rete che passa da device mobili e dalle app, che sperimentano da poco le forme di comunicazione mediata e che probabilmente gestiscono poco e male il collasso fra online e offline:

quando mi hanno chiamata non ci credevo, mi sono spaventata. I commenti su Facebook parlavano di denuncia, che sarebbero venuti i carabinieri. Ho avuto una paura terribile.

Persone che approcciano ad una condizione nuova della comunicazione in cui si è (parte del) pubblico e si ha pubblico, che sono cresciute in un’esperienza mediale televisiva come quella italiana in cui l’urlo, il dileggio, l’insulto attraversano fasce di programmi che vanno dall’intrattenimento ai talk show politici e che si trovano online di fronte a linguaggi simili espressi dagli stessi personaggi televisivi.

Ci troviamo di fronte ad un conversational divide che caratterizza gli ambienti online e che richiede percorsi educativi e di socializzazione che dovranno coinvolgere le comunità connesse, le piattaforme ed anche le Istituzioni. Ambienti digitali che raccolgono lo scarso livello di responsabilità sociale che abbiamo costruito in questi primi anni di vita connessa: noi, le piattaforme, i media, la politica…

 

Del peso delle conversazioni online avrò l’opportunità di parlare al BTO ma metteremo collettivamente a tema il problema a Febbraio a Parole (O)stili.

L’Eco di imbecilli e web: la cartina di tornasole di un dibattito che non vogliamo fare

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Chiariamoci: il dibattito sulle parole di Umberto Eco sugli imbecilli ed il web si è da prima trasformato in uno scontro di civiltà “quelli-della-rete vs quelli-di-Eco” dove il nulla si confronta con il nulla.

Qua e là emergono, poi, ragionevoli sintesi, come quella di Dino Amenduni​ per Valigia Blu​ o di Mario Tedeschini Lalli​.

Quello che dobbiamo notare è invece come venga data rilevanza pubblica ed amplificazione mediale alle parole di Eco, parole sollecitate dai giornalisti a margine della sua laurea honoris causa a Torino. Non nella lectio tenuta: una differenza che fa differenza.

Perché il web polarizza ma il giornalismo non è da meno.

Si tratta della cartina di tornasole di un pregiudizio radicato tra progressisti e reazionari che schiaccia ogni dibattito italiano sul web e che impedisce di osservare quanto sta accadendo NON dentro la rete ma nella nostra società a proposito della rivoluzione digitale.

È un dibattito che impedisce di percepire il mutamento della nostra comunicazione quotidiana nella mediazione perenne e connessa; distoglie lo sguardo dal mutamento che attraversa il mondo dell’informazione immaginando una reductio ad unum di quello che accade online (luogo di ogni imbecillità o di virtù teologali); confonde il diritto all’opinione diffusa con la nostra incapacità di selezionare i contenuti o le difficoltà che abbiamo nel dare valore alla condivisione (cosa non ci frena dal condividere uno status imbecille? Probabilmente la stessa cosa che non ci frena nel riportare un pettegolezzo o fare cori razzisti allo stadio) …

Ed è interessante che serva la voce (un po’ roca) di Eco per fare attizzare uno pseudo-dibattito nell’opinione pubblica (o in quello che i media – e penso al giornalismo in questi giorni – pensano di rappresentare in chiave modernista).

Condurre l’opinione pubblica lungo le strade di questo dibattito polarizzante, costruire un immaginario della rete come un territorio di imbecilli o di saccenti difensori a prescindere – talvolta al limite del negazionismo: essù in rete ci stiamo e delle cose ne vediamo, come nella vita, di belle e di strazianti, di cattive e di esaltanti – forse è una via che dovremmo smettere di percorrere.

Parliamone, quindi, di questo vivere connessi, del cambiamento dei nostri costumi, di come la rivoluzione digitale in atto pervada ambiti della nostra scuola, del lavoro e dell’intrattenimento… Ma evitiamo gli scontri di civiltà. O i vaticini. O di spacciare opinioni per fatti. Anche quelle dei guru della comunicazione. Finanziamo più ricerca. Costruiamo occasioni pubbliche per confrontarci su realtà analizzate e non su impressioni. Basta col chiedere e dare le nostre opinioni sul “popolo del web”.

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O finiremo per essere convinti che il cambiamento lo si supporta portando le LIM o i tablet nelle scuole, suggerendo che basta la tecnologia per riformare l’insegnamento. O che la civiltà stia nei cartelli messi in alcuni ristoranti che invitano a parlare con chi hai di fronte e non con chi sta nel tuo cellulare, suggerendo che meno siamo digitali e più siamo sociali.

Ask.fm non ha istigato al suicidio

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E’ difficile costruire una narrazione corretta sul bullismo online come ho cercato più volte di spiegare. Tanto più quando gridiamo titoli in cui è il web che uccide i ragazzi o Ask.fm che istiga al suicidio.

Il caso di Nadia, 14 anni, che si è lanciata dall’altezza di 30 metri il 9 febbraio 2014 uccidendosi e che aveva un profilo su Ask.fm con il nome di Amnesia, ha riempito le prime pagine con la tesi della correlazione diretta: suicida a causa degli insulti e dell’odio online.

Oggi il giudice archivia la causa perché non c’è stata istigazione al suicidio.  E scopriamo che accanto agli insulti online, Amnesia, aveva ricevuto offerte di aiuto. Così come nel suo mondo quotidiano. Non è bastato.

il magistrato ha dovuto tenere conto anche dei cinque biglietti di addio lasciati dalla ragazzina ai familiari. Biglietti in cui non c’è alcun riferimento agli insulti e alle provocazioni in rete. Nadia, peraltro, aveva risposto 1.148 volte a sollecitazioni idiote come (bisogna dirlo) a offerte d’aiuto. Non solo. Una compagna di scuola l’aveva scoperta nel bagno dell’istituto con la mano insanguinata, mentre nell’altra teneva una lametta: un episodio riferito a un’insegnante che aveva informato il dirigente scolastico pronto ad avvertire la famiglia. E gli incontri tra Nadia e una psicologa erano già stati fissati mentre lei aveva preannunciato al fidanzatino: «Mi uccido domenica alle 5».

La notizia è riportata nella cronaca locale, forse valeva una riflessione sulle stesse pagine dei grandi quotidiani nazionali che ne avevano parlato a febbraio. Per capire meglio questa continuità tra online e offline; per capire quali forme prende il disagio nella complessità delle vite dei ragazzi.

Capita a volte che il dolore che la normalità del quotidiano produce off line sia da osservare con altrettanta attenzione di quanto ci sembra di scorgere online.

Fare networking: non è questione di opportunismo ma di opportunità

Fare networking.  É quasi un mantra oggi. Non ha a che fare solo con la presenza della Rete nelle nostre vite ma la Rete rende palpabile questa condizione.

Fare networking non è questione di opportunismo ma di opportunità.

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Lo spiega bene Domitilla Ferrari nel suo libro Due gradi e mezzo di separazione:

fare networking non serve per fare carriera, cambiare casa, trovare l’anima gemella o cogliere nuove opportunità di business: serve per avere una vita più interessante , a soddisfare i tuoi bisogni… e quindi anche per  fare carriera, cambiare casa, trovare l’anima gemella o cogliere nuove opportunità di business. Sta a te fare l’uso migliore della tua rete. Vivendoci dentro.

Ne parleremo assieme a lei e con Massimo Russo, direttore di Wired Italia, alla  Social Media Week.

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Il Re (della privacy) è nudo

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L’adagio con cui Mark Zuckerberg ha aperto gli anni ’10 risuona ancora nei nostri comportamenti:

Ormai gli utenti condividono senza problemi le informazioni personali online. Le norme sociali cambiano nel tempo. E così è anche per la privacy

Forse quella del CEO di Facebook è una dichiarazione prodotta in un mix fra osservazione diretta di come disperdiamo online informazioni in tempo reale sulle nostre vite (gusti, comportamenti, relazioni, ecc.) e un desiderio che è un obiettivo d’impresa: collocarsi all’interno del mercato dei metadati.

Abbiamo infatti visto nell’ultimo anno emergere con forza la buzzword “Big Data” associata all’idea di tradurre in utile d’impresa l’analisi – magari in tempo reale – di tutta quella mole di dati che rilasciamo tra geolocalizzazioni e like, tra le sollecitazioni di recensioni e post in cui diffondiamo il culto dei brand.

Abbiamo però anche assistito, contemporaneamente, al grido “il Re (della privacy) è nudo” lanciato da Edward Snowden che, attraverso l’emergere mediale del Datagate, ha mostrato come la sorveglianza di massa sia una pratica governativa e non solo di mercato.

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Facebook, l’universo e tutto quanto

Sono passati 10 anni da quando l’idea di trasformare l’almanacco annuale del college, il “faccia libro”, in un formato digitale si è realizzata.

Per noi italiani sono poco più di 5 gli anni, quando, dalla fine dell’estate del 2008, abbiamo visto crescere esponenziamente le iscrizioni e passare da utenti tutto sommato early adopter ad un pubblico generalista che ha contribuito a dare la forma che quotidianamente sperimentiamo.

Grafico vincos.it
Grafico vincos.it

In questi anni Facebook è stato per gli italiani un luogo di costruzione del nostro lessico familiare con la Rete – come ho descritto in un articolo per Panorama. Abbiamo imparato il significato di taggare, sharare, chattare … ma anche il senso di relazionarsi gli uni con gli altri in una interconnessione senza soluzione di continuità fra online e offline.

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Il divario digitale è dentro ognuno di noi

il gattopardo

Per la serie “cose scritte altrove” trovate su Agenda Digitale una mia visione critica sull’innovazione digitale in Italia.

Riflettere sullo sviluppo del digitale in Italia significa scontrarsi con un’inevitabile pars destruens che ha a che fare con un’arretratezza del dibattito e con un divide sociale che è culturale prima che tecnico-strutturale. Ci troviamo infatti di fronte a tre tipi di limite che si spalmano culturalmente nelle pieghe politiche ed amministrative e che hanno tangenzialmente a che fare con lo sviluppo infrastrutturale del Paese: la realtà è che il divario digitale in Italia è dentro ognuno di noi, ha a che fare con il nostro modo di pensarci con/nel digitale, con i nostri atteggiamenti culturali nei confronti della Rete e con un limite socio-antropologico del potere, tradizionalmente refrattario all’innovazione e propenso piuttosto ad affidarsi a cure di stampo “gattopardesco”: cambiare tutto per non cambiare nulla.

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