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La vocazione editoriale di Snapchat

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Ho installato Snapchat nel 2014 (mi trovate come gboccia) ma, in Italia era troppo presto per capirne gli usi sociali e le potenzialità. La mia rete di connessione, adolescenti compresi, ha cominciato ad attivarsi dopo l’estate dell’anno scorso, intensificandosi da Dicembre 2015. È da allora che ho cominciato a vedere crescere una comunità di utenti italiani (il gruppo Snapchat Italia è dell’ottobre 2015), poi di influencer e di brand che timidamente hanno cominciato a giocarci.

Sarà che Snapchat non è un paese per vecchi, sia anagraficamente che pensando agli early adopters delle cose di Internet. Sarà che abituati all’uso normalizzato dei social media, trovarsi davanti quando si accede non a un contenuto ma allo schermo della propria fotocamera sul cellulare, spiazza e non lo si capisce. Sarà che Snapchat non lo devi capire ma lo devi usare, come racconta Filippo Petrolani, e che noi al pensiero del “a cosa serve”, al “come mi può aiutare professionalmente”, al “come monetizzo”  ci siamo, in fondo, abituati.

Intanto Snapchat è cresciuto molto numericamente: mentre Telegram ha raggiunto i 100 milioni di utenti al mese, Snapchat festeggia i 150 milioni al giorno (per Twitter sono 140 milioni).

Caratterizzandosi per un utilizzo consistente da parte dei Millennials (analizzando i dati U.S.), categoria cui il marketing è molto attenta.

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La sua natura di privato sociale, chat e condivisione di immagini e video con i propri amici, è connaturata al suo essere un sistema di messaggistica. Ma è nella sua vocazione editoriale che possiamo osservare le potenzialità espansive, sociali e di mercato: nella possibilità di produrre storie pubbliche per tutti i follower in “My Story”; seguire contenuti editoriali nella sezione “Discover”,; guardare contenuti in “Live Stories” che aggregano utenti che postano partecipando ad eventi o in luoghi dati.

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E l’esaltazione di questa natura editoriale sembra essere particolarmente evidente da ieri, da quando, con la nuova release  Snapchat ha ridisegnato la sezione Storie e Discover dando loro una maggiore visibilità e consentendo di iscriversi ai canali preferiti.

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Le potenzialità espansive di Snapchat per costruire canali verticali è evidente anche analizzando i case histories di influencer dell’ambiente, come Dj Khaled e le loro Storie. I suoi video vengono visualizzati da 6 milioni di persone ogni giorno, utenti principalmente 12-34; un episodio di Big Bang Theory nella stessa fascia di età raccoglie un pubblico di 3.3. milioni.

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Le possibilità editoriali di questo ambiente derivano da ragioni profonde, in parte dovute al design e in parte alle pratiche che si sono sviluppate nel tempo.

  • Snapchat focalizza l’attenzione in un’era di scarsità.

La nostra capacità di attenzione online è minore di quella di un pesce rosso. Stando alla ricerca Microsoft.corp è passata da 12 a 8 secondi ed è un risultato evolutivo del nostro adattamento alla fruizione di contenuti da mobile. Snapchat capitalizza questa diminuzione di attenzione consentendo di concentrarsi all’interno dei limiti di soglia senza distrazioni: 10 secondi massimi di video, all’interno di un contesto privo di metacomunicazione sociale (non ci sono like, commenti, cuoricini o altre distrazioni da vita connessa) e concentrato sull’unico contenuto che si sta fruendo (non c’è timeline, non è possibile usare link, ecc.). L’impermanenza dei contenuti è altro elemento centrale: ho 24 ore (ok rinnovabili) per vedere un contenuto, poi sparisce. Il suo valore è legato alla sua attualità, all’accadere nel tempo prossimo. La sua deperibilità ne aumenta il valore e il suo non sedimentarsi ne ribadisce l’univocità.

  • Liveness: il racconto come esperienza situata

Le live stories aggregano contenuti geolocalizzati che riguardano eventi o esperienze nei luoghi. È così possibile fruire di una selezione editorialmente svolta da Snapchat che produce una storia fatta di micro narrazioni di utenti che accettano di partecipare al racconto inviando il loro contenuto a quella storia ma solo se sono geolocalizzati nell’evento (da utente lo possiamo vedere se tra i filtri da applicare compare quello dell’evento o del luogo). Il racconto parte dalla presenza, è esperienza situata, non è possibile partecipare “da fuori”, come aggregandosi attraverso un hashtag. La selezione è curata, è scelta editoriale. Il contenuto low-fi trova la sua esaltazione nella connessione di micro narrazioni.

Ad esempio il 6 giugno, giorno in cui comincia il digiuno musulmano, abbiamo assistito al racconto del Ramadan fatto dai video dei Millennials che si susseguivano e capace di mettere in narrazione  la differenza culturale, lo stato d’animo, la  in modo emotivamente coinvolgente, ludico e informativo allo stesso tempo.

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  • Il valore di una narrazione verticalizzata

Nei video (e nelle foto) condivisi online il mondo è sempre più visto dagli occhi di un teenager, cioè dagli schermi di uno smartphone, come spiega Marco Massarotto. Snapchat sta imponendo un formato ai brand che vogliono abitare il suo ambiente . In Australia, la catena Hungry Jacks e la Universal Pictures per il lancio di Warcraft hanno sperimentato una Snapchat 3V ad campaign.
Come spiega Venessa Hunt, responsabile per il mobile del GroupM che si è occupato della campagna:

We are shifting very quickly to a vertical world, especially with millennials who don’t know a life before vertical screens. Finding advertising solutions that not only reach the right audience, but speak to their consumption behaviour is imperative.

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Il video verticale satura lo schermo dello smartphone: il contenuto è lo schermo. L’approccio è completamente immersivo, non concede distrazioni, è parte del flusso dei contenuti ma è distinto proprio mentre lo guardi. Per un Millennials quella è la forma del mondo, un mondo che è abituato a guardare e raccogliere attraverso la lente della sua camera innestata nel cellulare e che da lì si fa esperienza.

  • Spingere la post produzione un po’ più a fondo

I contenuti immagine e video vengono quasi sempre editati attraverso testo che funziona da effetto di rinforzo o contrasto rispetto al contenuto visivo; attraverso la possibilità di disegnare direttamente sulle immagini; con emoji e (da maggio 2016) con sticker fumettosi ed emotivi disegnati ad hoc che è possibile posizionare, ingrandire, ruotare, personalizzando il contenuto. I linguaggi espressivi dell’ambiente sono valore aggiunto e non decorazione (sì, anche le Lens per i selfie che vi fanno vomitare arcobaleni).

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Le immagini non parlano da sole (non sempre): il centro non è sulla loro natura estetica (come può essere su Instagram) ma sulla capacità di utilizzarle in modo funzionale ad un racconto. Racconto che spesso si sviluppa attraverso diverse micro narrazioni che si susseguono e il cui senso sta, appunto, nel seguirlo nella sua interezza seriale. Questo ne fa un luogo adatto alla sperimentazione editoriale anche da parte di testate. In Italia da tenere d’occhio l’evoluzione sia de Il Corriere della Sera che de La Repubblica.

  • Il testo conta. A volte si fa immagine.

Anche se Snapchat è il più visuale degli strumenti di condivisione di contenuti che abbiamo a disposizione, il testo conta. Lo abbiamo detto in merito all’attività di post produzione prima della pubblicazione ma la sua centralità viene ribadita dagli utenti che sottolineano la presenza nei video di particolari frasi o che nelle fotografie aggiungono un fumetto di qualcosa detto dal protagonista. Il testo conta perché molti sono i video di parola, in cui è ciò che viene detto ad essere protagonista.
La parola scritta assume anche rilevanza in sé diventando immagine, come in quegli snap in cui la fotocamera fotografa il nero in modo da fungere da sfondo per un testo.

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Questa pratica degli utenti spezzando il flusso visivo a cui siamo abituati produce una rottura della routine del racconto, catalizzando maggiormente l’attenzione.

  • I contenuti di valore sono sottratti al tuo flusso

L’attenzione principale Snapchat la riserva all’area Discover dove troviamo pochi e selezionati editori (Yahoo è stato fatto uscire e sostituito da Buzzfeed) che aggiornano quotidianamente i contenuti. Qui vengono sperimentati formati con copertine audiovisive e animazioni che preludono ad articoli di approfondimento anche in versione long form; gallerie di immagini e video, spezzoni documentari, ecc.  in un mix di social network like, magazine e Tv. I contenuti vengono oggi presentati nell’area come anteprime in rettangoli che ricordano le bacheche Pinterest (prima erano bolle contenenti i soli loghi dei media). L’innovazione aportata nell’ultima release consente di potersi abbonare ai canali preferiti e di collocare questi contenuti non-friend fra le storie recenti e, di fatto, renderle attrattive quanto il flusso di contenuti che provengono dagli amici: perché i veri editori concorrenti su Snapchat sono i tuoi amici.

Il business presente e futuro di Snapchat sembra passare da questa volontà di mostrarsi come un canale a vocazione sempre più editoriale all’interno di un contesto ad alta intimità come quello di messaggistica, terreno di coltura su cui è cresciuto all’inizio.

Resta il fatto che la sua strategia di crescita lo disegna sempre più come un walled garden molto ben curato da cui uscire è praticamente impossibile e in cui tutto quello che può accadere, per ora, accade al suo interno.

Misericordina. Perché non è evangelizzazione guerriglia

Bergoglio alla finestra

La necessità della Chiesa di raccordarsi ai linguaggi della contemporaneità è una cifra a cui ci ha abituati Papa Francesco, attraverso gesti comunicativi rilevanti dal punto di vista mediale. Così Domenica all’Angelus, affacciato al balcone di Piazza San Pietro ha dato vita ad una vera e propria operazione di guerriglia marketing coinvolgendo la “tribe” di fedeli per avere classiche ricadute di visibilità sui media generalisti.

bugiardino

Adesso vorrei consigliare a tutti voi una medicina. E’ una medicina speciale, non è che il Papa adesso fa il farmacista. Vorrei suggerire a tutti voi che siete qui in piazza – ha spiegato – un modo per concretizzare i frutti dell’Anno della Fede, che volge al termine. E’ una medicina di 59 grani intracordiali. Si tratta di una ‘medicina spirituale’ chiamata “Misericordina”. E’ contenuta in una scatoletta, e alcuni volontari la distribuiranno a voi mentre lasciate la piazza.

Ventimila scatole in Italiano, Inglese, Polacco e Spagnolo.

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(Super) Partiti con super problemi

Il confronto televisivo per le primarie del PD viene lanciato con questa immagine nel sito del Partito, trasformato per l’occasione in un albo Marvel.

Un alieno che spazia nel cosmo pieno di malinconia e solitudine, una donna invisibile, un giovane irruento che si infiamma con niente, un testone di roccia complessato da suo essere inumano, un cervellone che dice paroloni incomprensibili  e che porta, inevitabilmente spesso nei guai i suoi compagni e l’umanità…

L’immaginario Marvel al servizio delle primarie del PD richiama metaforicamente un cataclisma in arrivo (Galactus????) e il lato super problemi dei super eroi. E’ questa l’immagine che si vuole dare? E’ un modo di giocare con i propri pubblici/elettori? Siamo sicuri che sia un modo efficace?

La risposta del PD corre sulla Rete:

E la responsabile dell’operazione Tiziana Ragni dichiara a Panorama:

Mi auguro che gli elettori abbiano quel minimo di senso dell’ironia per capire che non volevamo ridicolizzare nessuno e che la leggerezza non è superficialità.

Ma le primarie di centrosinistra per scegliere il candidato premier alle prossime elezioni non sono una cosa troppo seria per scherzarci su?

Certo che lo sono, ma rivendico questa scelta. Può piacere o non piacere, ma credo che nell’epoca del 2.0 il tempo per colpire l’attenzione dei naviganti in rete è minimo e quindi bisogna fare delle scelte, io ho fatto quella dell’ironia. Ognuno di noi ha un senso dell’umorismo più o meno alto, ma non credo che nessuno dei cinque candidati possa sentirsi offeso.

Glielo avete chiesto?

No assolutamente, quelle che fa il sito sono scelte giornalistiche e non politiche.

Ma è’ inevitabile che lungo le timeline di Facebook e #hashtag di twitter si moltiplichino perplessità e ironia. Come @evilarma che propone – seguendo la metafora – la marveltrasformazione di Beppe Grillo:

 

Update

Il commento di Matteo Renzi

La misura dell’influenza come ci sta influenzando? Riflessioni a margine di Klout

Abitare la Rete è diventata sempre di più un’attività impegnativa e rilevante che ci ha permesso di costruire relazioni e contatti che stanno cominciando a trasformarsi in valore da giocare nei risvolti economici della realtà socio-comunicativa, come ben sanno coloro che si occupano di social media marketing. Quanto vale l’influenza sociale che riusciamo ad esercitare con i nostri consigli che traspaiono più o meno esplicitamente negli status update che carichiamo quotidianamente su Facebook? In che modo riusciamo a mobilitare consenso con i nostri tweet ed influenzare i nostri followers?

Per questo motivo cresce corrispondentemente l’ossessione per la misurazione del valore di influenza dei nodi che in Rete esprimono le loro capacità di mettere in connessione la comunicazione con comportamenti sociali che hanno a che fare con il gusto, l’acquisto, l’opinione, ecc.

Klout, come sappiamo, è un servizio online nato per misurare “l’influenza sociale” di un utente sui siti di social network, analizzando le interazioni che avvengono attorno ai suoi contenuti generati e diffusi online. E la misurazione del Klout score è diventata per alcuni mesi una vera e propria ossessione.

Eppure c’è chi esalta Klout e le sue misurazioni applaudendo all’emergere del “citizen influencer”, come lo definisce Mark Schaefer, che può sfruttare la sua capacità di generare relazioni online per avere vantaggi da brand ed imprese.

Peccato che il concetto di influenza usato per Klout sia un po’ sopravvalutato e scientificamente poco corretto. Quello che algoritmi come quelli di Klout misurano è il capitale sociale di un utente, o, se volete, le possibilità teoriche di produrre influenza digitale, cioè la reputazione che ci si è costruiti online e che rende più probabili interazioni relative ai contenuti che pubblichiamo e diffondiamo. Che questo si traduca in effettive modificazioni di comportamenti o propensioni all’acquisto o altro ancora è tutta un’altra storia.

Eppure l’esigenza di misurare il valore della presenza online e le potenzialità di influire su una rete sociale resta. E questa modalità di misurazione online sta diventando parte della nostra cultura di Rete, qualcosa che andrà – va già – oltre le esigenze del marketing o delle imprese che si occupano di analytics. Per questo osservare il fenomeno diventa importante per capire la mutazione che il digitale porta nelle nostre vite.

Durante il periodo estivo abbiamo assistito ad un’evoluzione di Klout che rappresenta un’evoluzione nella cultura della misurazione del nostro “valore” online sancendo un principio: il valore di ciò che siamo online dipende sempre di più non solo dalle nostre connessione “native” in Rete ma anche dal capitale sociale che abbiamo costruito nel “mondo reale”, ad esempio attraverso le nostre attività di lavoro e quelle competenze che esprimiamo nel produrre e diffondere conoscenza nella società e nel fare parte di un contesto politico, economico e sociale concreto per il mondo delle istituzioni e della cittadinanza.

In pratica il Kout score diventa una sintesi numerica sempre più precisa della nostra capacità di potenziale influenza sociale online, che miscela la capacità di creare relazioni online, di coinvolgere le persone sui nostri contenuti e la nostra popolarità offline (vedi voce Wikipedia) o lo status sociale (vedi LinkedIn).

Ma ha anche introdotto un principio di trasparenza esemplificato dalla Kred Story, una storia per immagini di quei contenuti che hanno sviluppato maggior engagement, rendendo così visibile agli utenti quali momenti della loro vita online hanno determinato il loro “valore”.

Si tratta di un racconto che consente di coniugare la sintesi dei numeri con la qualità dei contenuti. Immaginate, per gioco, di confrontare possibili candidati alla premiership di una coalizione attraverso i loro Kred: potreste avere delle sorprese sulla capacità di influenza che solitamente percepiamo online.

E “giochi” come questi diventeranno elementi di giudizio nelle mani degli elettori, consumatori, cittadini…? E se sì in quali modi? In pratica in che modo la misura dell’influenza ci influenzerà? Il fatto è che il Klout score e la diffusione del valore, così come le storie visualizzate nel Kred, potranno diventare via via parte di una quotidianità diffusa perché dietro all’architettura del sistema c’è una componente di gamification e di social network. Gli utenti possono votare il Klout degli altri, condividere il loro valore e quello altrui, diffondere le immagini ed i valori del Kred, confrontare gli score, ecc. Vedremo comparire sulle nostre timeline questi valori e queste immagini come contenuto. E diventeranno un ulteriore elemento di confronto e scontro, generando realtà che non sempre corrispondono a quanto mostrano.

Quello che è certo è che dovremo imparare non solo ad interagire sempre meglio online e a sviluppare contenuti allo stesso tempo credibili e capaci di attrarre engagement, ma dovremo anche imparare a descriverci sempre meglio online perché la giusta definizione del proprio lavoro su LinkedIn sarà capace di fare la differenza. Ma soprattutto dovremo imparare a leggere la qualità che si nasconde dietro al valore numerico, perché “di più” non sempre significa “meglio”.

[la versione completa del post la trovi nella mia rubrica su TechEconomy]

La scossa nei brand

Il nostro abitare i media sociali è recente e stiamo lentamente abituandoci a vivere la nostra cittadinanza in una realtà del web in cui i social network con le loro possibilità di comunicazione scalabile e ricercabile, replicabile e adatta alla diffusione e le relazioni che costruiamo al loro interno si intrecciano alla quotidianità.

Un evento come il terremoto che ha colpito l’Emilia e il modo che abbiamo di sperimentarlo e comunicarlo in questo intreccio diventa allora un luogo di osservazione che mette in luce sia le potenzialità che le ombre della nostra immaturità digitale.

La terribile scossa del 29 maggio e quei 700 tweet al minuto che, ad esempio, hanno riempito le nostre timeline e l’#hashtag #terremoto dalle 9 del mattino, raccontano della necessità di testimoniare in tempo reale la presenza all’evento, i nostri sentimenti e anche il bisogno, in fondo, di condivisione e conoscenza che ci prende quando sentiamo di fare parte di una realtà che va al di là del nostro piccolo Io individuale.

Brand, istituzioni di governo del territorio e mediali, così come realtà pubbliche, si trovano a sperimentare necessariamente questa umanità connessa e il modo di utilizzare un potente canale di comunicazione in un momento di crisi.

Groupalia Italiamha giocato in modo (in)tempestivo nel flusso di tweet sul terremoto creando un tweet nelle intenzioni spiritoso proprio mentre arrivavano le prime notizie di vittime della scossa ed è stato travolto.

Altri soggetti commerciali, come le imprese di telefonia, hanno invece forse giocato ugualmente la loro presenza sui social network potenziando la loro immagine agganciandosi al #terremoto ma attraverso un versante di comunicazione di pubblica utilità. I brand sono pezzi di società e producono senso, vale la pena ricordarlo. Allora abbiamo accolto con molti retweet Vodafone IT e Telecom Italia con le spiegazioni di come sbloccare il wifi per favorire le comunicazioni.

Questo in sintesi. La differenza nell’essere maturi comunicativamente nell’ambiente digitale sta nella capacità di produrre “senso”. Ma questo e il giudizio tranchant su quanto accaduto potete leggerlo nel post completo su Techeconomy.

Quando l’informazione deve dire basta alla pubblicità

Le pubblicità nei siti di news hanno un sapore invasivo che spesso crea con le notizie un contesto straniante. Non parlo di quelle che in un box si distinguono come tali ma quelle che fungono da meta contesto come quelle in background o quelle che si aprono come pop-up quando state iniziando a leggere una notizia. Spesso sono solo distrazione o fastidio, altre volte raccontano l’incapacità di saper costruire un modello online in cui advertising e news possono relazionarsi con rispetto del lettore e dei fatti.

Oggi mentre i miei occhi avevano appena finito di leggere su Repubblica.it le ultime terribili notizie da Brindisi “Muoiono due ragazze di 16 anni” si è aperta un popup con questa pubblicità.

Massimo ha postato su Twitter quello che succedeva a lui sul Corriere della Sera online.

Ora, non perdiamoci in moralismi o facili j’accuse sulle testate, anche se alcune più di altre giocano con il meta contesto pubblicitario in modo più aggressivo. Oppure non creiamo distinguo tra i nativi web e le testate tradizionali. Non mi è andata meglio con il Post in cui parte un video.

Ci troviamo in un ambiente informativo complesso online in cui la lettura dei fatti tende a raccordarsi in modi forti con i vissuti relazionali, ad esempio quando leggo una news indicata da un mio friend o recuperata seguendo un #hashtag e l’emotività che troviamo espressa di fronte a determinati fatti, come capiterà a molti oggi con #brindisi. Forse affrontare in tempo reale le news richiede più semplicemente di ripensare le strategie di inserzione pubblicitaria seguendo il flusso emotivo degli accadimenti.

A volte infatti la migliore promozione (per il brand e la testata) è farla tacere.

La fuga narrativa di Facebook: nuove fan page e storytelling management

Facebook impone la logica della timeline anche a imprese e brand che hanno nel social network una loro pagina. Entro fine marzo, infatti, tutte le fan page verranno trasformate automaticamente secondo un principio di restyling comunicativo che, di fatto, impone di ripensare il proprio racconto dentro Facebook.

Non uso il termine “racconto” in modo casuale: le nuove pagine non consentiranno di far puntare strategicamente ad una pagina iniziale che inviti a cliccare “mi piace” ma accoglieranno i visitatori in una home disegnata come quella dei profili personali – niente stile pubblicitario, informazioni o prezzi –, includeranno i post dei friend che parlano dell’azienda o del brand, mostreranno in modi evidenti quanti follower abbiamo e quanti stanno parlando di noi, saranno punteggiate di “eventi” organizzati lungo una linea temporale… insomma: parleranno con voce umana.

FIAT o Nutella ci accolgono ancora con pagine di benvenuto strutturate per accogliere quasi “pubblicitariamente”; dovranno ripensare a sé stesse come un racconto in cui farci entrare.

Occorrerà quindi mettere in narrazione il proprio brand facendolo diventare il motore di una storia capace di condividere altre storie, le nostre.

In pratica le nuove fan page dei brand sono sempre meno pensate come il luogo di una community e sempre più ispirate allo storytelling. Lo storytelling management, così come lo tratta Salmon Christian, può essere una facile – quanto superficiale – introduzione per capire in quale direzione stiamo andando e il valore che è possibile costruire attorno alla capacità di fare della propria storia ed identità un racconto.

L’importanza della dimensione narrativa ha una relazione diretta con la fisiologia che abbiamo come esseri umani. Dal punto di vista cognitivo la nostra mente preferisce maggiormente impegnarsi con delle narrazioni che confrontarsi con dati grezzi. Ma il dato più interessante è che l’uomo ha una capacità di astrarre dall’esperienza una sua descrizione che gli permette di abbandonare i panni dello spettatore e trasformarsi in colui che racconta la storia. Tom Stafford la definisce come “fuga narrativa”, e può spiegare in quali modi un buon racconto di un brand può portarci a sentire protagonisti e partecipi del racconto.

(Continuate a leggere su TechEconomy.it)

Le principali trasformazioni le potete esplorare in questa infografica.