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Alla fine mi ha scritto il marito. La email campaign di Hillary Clinton

Dopo le sue molte mail di invito a cena e le richiesta di incontro, dopo avermi fatto scrivere diverse mail dalla sua amica Jennifer… alla fine mi ha scritto il marito.

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La email campaign di Hillary Clinton è fatta di contatti quasi quotidiani – oltre un centinaio  da maggio -, spesso usando nell’oggetto e nel testo un tono confidenziale, come per la raccolta di donazioni “dal basso”.

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Ha condiviso eventi importanti, come la legalizzazione del matrimonio omosessuale in USA, usando un linguaggio emotivo.

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Talvolta ha lasciato che a parlarci fosse l’account Official Clinton Campaign, per quelle componenti di campagna che passavano dal rapporto personale – quello del “friend” – al “noi” da sostenitori, collettivi, della campagna. Come per l’acquisizione della “Supporter Card”.

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Sempre senza rinunciare al linguaggio amichevole da social media, strizzando l’occhio all’uso (eccessivo) di emoticon, come nello scambio di messaggini – per capirci, l’oggetto della mail era:

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O come nel caso del “Donor Wall” in cui in cambio di una donazione è possibile avere il proprio nome scritto sul muro del quartier generale della campagna.

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Una sincronizzazione continua con la vita, con le mail di Hillary che parlano della festa della mamma, del ritorno a scuola o che ci raccontano direttamente le motivazioni dell’uso della mail personale da segretario di stato,- cosa che potrebbe crearle dei guai – condividendo prima con noi che con i media il suo punto di vista.

La email campaign ha il fondamentale ruolo di far funzionare il fundraising – a partire da 1 solo dollaro – creando una forte relazione diretta con il sostenitore o la sostenitrice. Fuori dalla retorica del “noi”, Hillary crea un rapporto diretto, amichevole e confidenziale, un rapporto caratterizzato da un senso di intimità rispettosa “Friend, I wanted you to hear this directly from me”.
Un rapporto che si costruisce già a partire dal nome del mittente e dall’oggetto che ti compare nel flusso di email spesso spiazzandoti. Perché, vi assicuro, che quando vi arriva una mail con oggetto “Dinner: you and me?” fa effetto.

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House of Cards in salsa pugliese

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House of Cards è una serie Netflix sulla politica che ha saputo talmente penetrare l’immaginario contemporaneo sul potere da permetterci di giocare con ironia su Twitter con la candidatura di Hillary Clinton.

Il Presidente USA della serie, Frank Underwood (un profilo non ufficiale della serie, sia chiaro, ma l’effetto è ugualmente dirompente), gioca con la corsa delle presidenziali in un’operazione di real time marketing in perfetta sintonia con il prodotto.

Le cose si fanno decisamente più complesse quando Michele Emiliano, candidato PD per le elezioni regionali in Puglia, replica al messaggio chiedendo ad Underwood di trovargli un avversario, alludendo alle difficoltà (e polemiche) che il centro destra ha in quel territorio ad esprimere un candidato.

Tweet al quele Underwood risponde, consigliando un Repubblicano come Rubio.

Si compie così un collasso perfetto tra spazio reale e finzionale della politica, teso a giocare con una sensibilità della Rete per dinamiche fandom e linguaggi ironici. La dinamica conversazionale tra persona e personaggio è un forte indicatore del fatto che, spariti sempre più dalla comunicazione politica i corpi intermedi e aumentata la declinazione in chiave di personalizzazione/leadearizzazione, i social media come Twitter rappresentano l’occasione di una messa in contatto diretta ed immediata tra politica e cittadinanza che passa da formule originali. In un mix fra personal branding, attivazione di una fan base, messaggio politico (l’incapacità dell’avversario ad esprimere un candidato), il Tweet ha stimolato la produzione di contenuti ad esso legati che lo hanno amplificato, rilanciato ed esaltato. Immediate anche le risposte dei media che hanno fatto da ulteriore cassa di risonanza.

Molti tweet online, anche del giro della politica, definiscono l’operazione come vincente. Io invece mi chiedo, al di là dell’effetto immediato di visibilità, come il linguaggio della politica si stia trasformando nel collasso tra reale ed immaginario. E quanto la predilezione dell'”eventizzazione” online sposti sul versante boradcast una comunicazione che in questi ambienti potrebbe sfruttare al meglio la natura conversazionale.

Update

Nella stessa giornata House of Cards viene citata indirettamente attraverso il Tweet di Enrico Letta:

Nel suo nuovo libro la serie viene presa a modello di una politica fatta di intrighi di potere da cui allontanarsi: “governare non è comandare”. Ogni riferimento al Premier in carica (amante della serie) è certamente voluto.

Il blocco di Twitter in Turchia: tra doppia morale ed effetti perversi

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Non sappiamo abbastanza sull’impatto relativo dei social media sui movimenti tanto da poterci fare un’idea definitiva sul tipo di mutamento che stanno creando nei modi in cui si svolgono azioni collettive come quelle di protesta.

Possiamo però continuare ad osservarne l’evoluzione, calandoci nel fenomeno vivo, quello che riguarda cittadini, istituzioni, movimenti e media nei diversi Paesi laddove emerga con evidenza.

Come ci sta mostrando di nuovo la Turchia in questi giorni. In Turchia abbiamo già potuto osservare nei giorni di #occupygezi come su Twitter 3 milioni e mezzo di cittadini abbiano parlato al paese (la maggior parte dei tweet era in lingua turca), si siano auto organizzati e abbiano dato visibilità al dissenso anche a livello internazionale (con tweet in inglese, immagini reportage, ecc.).

Giovedì 20 marzo durante un comizio elettorale il premier turco Erdoğan ha detto: “Estirperemo Twitter e gli altri, non mi interessa cosa dice la comunità internazionale”. E il 21 marzo molti account sono diventati irraggiungibili spegnendo, di fatto, Twitter in parti via via crescenti del paese. Opera dell’autorità per le tecnologie dell’informazione e della comunicazione turca (BTK) che ha esercitato il suo potere di oblio dei contenuti a partire dal potere conferitogli da una “legge bavaglio” su Internet osteggiata dall’opposizione.

La reazione è stata immediata: hanno cominciato a circolare online e offline le informazione di come cambiare i nomi di dominio (DNS) su cellulari, tablet e computer, i consigli per usare VPN e utilizzare Tor per violare il blocco .

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Non è la Rete ad espellere i Senatori del MoVimento 5 Stelle

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Espulsi i senatori del MoVimento 5 Stelle. Ho già sentito giornalisti dire e scrivere che così ha votato la rete. No, non ha votato LA RETE per l’espulsione. Hanno votato degli iscritti attraverso un blog  una piattaforma. 29.883 iscritti certificati hanno votato per ratificare la delibera di espulsione e 13.485 hanno votato contro. Non la rete. Iscritti. Attraverso una votazione su un blog una piattaforma. Di proprietà. Non la rete. Non attraverso la trasparenza dei Tweet, ad esempio. Persone. iscritti. Non la rete. Non sono sicuro sia mai abbastanza chiaro.

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L’urgenza comunicativa della politica in un tweet

Dario Franceschini è il nuovo Ministro dei beni, delle attività culturali e del turismo del governo Renzi. L’abbiamo letto da subito sulla sua short bio di Twitter. Da subito, ancora prima che giurasse nelle mani del Presidente della Repubblica.

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La tempestività è una forma efficace dell’essere presenti sui social network, una best practice cui il politico online deve attenersi. É la documentazione del valore di un rapporto diretto, disintermediato con i propri elettori e con i cittadini, tanto più per un Ministro.

Peccato però che questa tempestività l’ex Ministro dei rapporti con il parlamento del governo Letta non l’abbia mostrata nella gestione dei contenuti del suo account Twitter @dariofrance.

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Hackerare la politica

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Sono stati violati gli account Twitter della senatrice Paola Taverna (@PDedde) del MoVimento 5 Stelle e della parlamentare Alessandra Moretti (@ale_moretti) del Partito Democratico che hanno cominciato uno scambio a colpi di insulti volgari e a sfondo sessuale che coinvolgono nelle citazioni anche altri parlamentari e la Presidente della Camera.

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Il fake si diffonde tra retweet e apprezzamenti “stellinati” di ogni tweet, tra incredulità e svelamento dell’operazione di hackeraggio.

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Un partito in franchising

M5S franchising

Basta leggere il non Statuto.

Beppe Grillo è  “unico titolare dei diritti d’uso” (art.3) del MoVimento 5 Stelle e il brand viene concesso a gruppi che lo richiedono per costruire liste locali dopo aver vagliato se i candidati rispettano i requisiti di idoneità.

I contatti con l’Europa sono cominciati da un po’ e  Slovacchia, Romania, Bulgaria a Est, ma anche Grecia, Spagna e Portogallo più a Sud, sono tra i dialoganti possibili. D’altra parte il risultato elettorale italiano è una buona premessa, mutatis mutandis, per raccontare l’efficacia del modello culturale.

Tecnicamente è possibile immaginarlo come un partito in franchising – in Italia è di fatto già così –, anche se ricorda Grillo “È ovvio che non sarà usato il marchio a 5 stelle ma i programmi e gli strumenti sono gli stessi. E in ogni Paese si devono trovare i rappresentanti”.

Detto così sembra di avere a che fare con un modello di mercato connesso a logiche di business. E alcune letture che connettono il M5S alla pubblicità che si trova sul blog beppegrillo.it vanno in questa direzione. Vale la pena ricordare che per l’art.1 è questo blog la sede del movimento, da qui quindi si passa per avere informazioni, per le votazioni, ecc. e che un’analisi spannometrica valuta il guadagno tra i 5 e i 10 milioni annui.

Ma se lo pensiamo in senso più politico (ed astratto) quello del franchising è un modello capace di rispondere alle forme di stratarchia delle comunità politiche, per come lo descrive Kenneth Carty. Dove per stratarchia va intesa una proliferazione del gruppo dirigente al posto di una concentrazione, con una concezione del potere e del suo esercizio diffusa in strati di comando con gradi diversi di indipendenza. È questa la natura, di fatto, del “partito leggero”.

La forza del modello di  franchising sta nel riconoscere che gli impulsi stratarchici delle comunità politiche funzionano in modo non uniforme nello spazio e nel tempo e fornisce un framework per soluzioni organizzative differenti a fronte di sfide che i politici devono affrontare.

Anche se so che pensando a Grillo pensate maliziosamente ad un potere oligarchico. Ma si tratta di capire come la relativa indipendenza degli eletti sul territorio- autonomia su scelte adottate localmente – , il mutamento sociale che sta alla base del collante del movimento, saprà rispondere alle sfide future e alla trasformazione che sia l’istituzionalizzazione che le derive dell’essere una forma politica online information-based proporranno.