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La democrazia digitale non ci salverà

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Il modo in cui stiamo affrontando il tema del digitale applicato a diversi ambiti della realtà manca di una teoria critica.

Abbiamo assistito ad una fase di divulgazione e di riflessione tesa tra forme di entusiasmo digitale che si sono contrapposte a quelle di pessimismo, riprendendo la sterile via di una tensione tra apocalittici ed integrati. Le prime hanno caratterizzato il nostro approccio ad Internet attribuendo doti intrinseche alla forma del digitale, qualità come la libertà e la democrazia. Sarebbe quindi sufficiente affidarsi al laissez faire per garantire un’evoluzione in direzione comunitaria (virtuale, ovviamente), collaborativa e partecipativa. Lo slogan “giù le mani da Internet”, rivolto al mercato e ai governi, esaurisce la sua spinta rivoluzionaria in una deriva di darwinismo della rete che basta a se stesso per tracciarne le sorti neo progressive.

Le teorie di stampo pessimista tracciano invece i contorni di una realtà a volte distopica dove le tracce panottiche del controllo, del narcisismo digitale, dell’odio in rete, prendono il sopravvento, spesso emotivo, segnando le tracce di un determinismo di segno opposto.

È il male di un dibattito pubblico internet centrista, che, come ricorda il politologo Evgenij Morozov, ha come referente ultimo di ogni questione politica proprio la rete. Pensiamo all’idea di democrazia diretta che ricorre nel dibattito politico italiano nella contrapposizione tra un populismo digitale proposto dal MoVimento5 Stelle nella vulgata Grillo-Casaleggio e un approccio spesso ingenuo del resto della politica (generalizzo ma non troppo) al tema.

Abbiamo quindi più che mai bisogno di una teoria critica. E il recente saggio di Fabio Chiusi “Critica della democrazia digitale. La politica 2.0 alla prova dei fatti “ (Codice Edizioni) si presenta come un importante tassello per andare in questa direzione, per affrontare concretamente un futuro in cui la rete entra in modo rilevante nel dibattito e nelle decisioni dei decisori politici. Il rischio, come scrive Chiusi, è in caso contrario alto, perché ogni problema di policy making finisce per diventare

un bug in attesa di un fix, una soluzione, che prima o poi grazie a internet giunge; come se la politica fosse un software, un codice pieno di errori da risolvere per via algoritmica, non un’arte arcana e fatta di compromessi.

Dobbiamo quindi uscire da una retorica per cui la democrazia diretta, in quest’epoca di social media e tecnologie di espressività, è solo una questione di tempo e fine tuning di tipo tecnico. Liberiamoci anche dell’idea del “netizen totale”, come lo chiama Chiusi parafrasando Norberto Bobbio, un cittadino partecipativo 24 ore su 24, che sottende l’idea di trasformare la democrazia in un referendum permanente ed istantaneo che rimanda ad un “chiediamolo alla rete” e ad un assoggettamento sempre più forte al regno dell’opinione e dell’impressione.

L’utopia della disintermediazione totale tra cittadini e polis, cancellando i corpi intermedi come i partiti, rischia di essere una distopia. Pensiamo al rischio di dittatura degli attivi che l’idea di democrazia via click comporta. O a come il mantra della trasparenza della società, garantito dalle tecnologie e dal regime di visibilità online, collida con dinamiche cibernetiche di sorveglianza che, come spiega Chiusi sulle orme di Foucault:

in termini filosofici è il rapporto tra il sogno di Rousseau e quello di Bentham”. Per questo non possiamo rinunciare ad una democrazia comunque rappresentativa che garantisca prassi effettive in cui la trasparenza “sia messa al servizio dei cittadini, non dello Stato; dei controllati, e non dei controllori.

Una perfetta sintesi che richiama la condizione contemporanea fatta di una crescita di “controdemocrazia” tra i cittadini che, come spiega Pierre Rosanvallon “è costituita dall’insieme delle attività che non mirano ad associare il cittadino all’esercizio del potere, ma a organizzare il suo controllo su chi governa”. Si tratta dell’emergere di un bisogno che si esprime attraverso un insieme di pratiche partecipative che non sempre portano ad influire direttamente sulle decisioni politiche ma che vedono nei cittadini la possibilità di poter esprimere pubblicamente critiche e partecipare in modo diretto ad una vigilanza critica nei confronti del potere. Questa trasformazione si intreccia con la crescita di uno stato di connessione che ha costruito attraverso la diffusione e l’accesso ad Internet e ad una quotidianizzazione dell’uso di siti di social network un ambiente ad alto tasso di comunicazione.

Certo, in questo contesto scontiamo i rischi di esposizione alle derive propagandistiche del web, alle invasioni di “trollatori” che inquinano ogni tentativo di dibattito online. Oppure di cadere in una deriva di consultazioni all’insegna della retorica della partecipazione che finiscono per svuotarsi di significato: “la classe politica ha buon gioco ad aprire piattaforme informatiche, raccogliere idee e poi lasciarle chiuse in un cassetto, molto spesso insieme al progetto cui facevano riferimento”.

Una semplice disponibilità di maggiori opportunità di partecipazione non è sufficiente a stimolare l’impegno dei cittadini. È il percorso di costruzione dell’essere cittadini e dello strutturarsi di culture civiche, la costruzione di una percezione di rilevanza del proprio impegno e del significato che la partecipazione ha per ognuno, che costituisce il prerequisito. La rete, tanto più in questa narrazione continua che la ideologizza, non garantisce democrazia diretta né partecipazione politica. Può stimolarla e facilitare la costituzione di forme adatte a rispondere ai bisogni di partecipazione e democrazia in un contesto mutato. Non è Internet, sono le persone, i contesti culturali, il quadro normativo di riferimento in interazione con le tecnologie. E per questo avremmo bisogno di costruire narrazioni più consapevoli e meno ideologiche sulla rete. Il saggio di Fabio Chiusi sembra essere una di queste.

Nota: questo scritto è uscito su Pagina99 nella sua versione cartacea ed è stato presente nel sito del quotidiano fino a che non è stato chiuso pochi giorni fa, seguendo la chiusura del giornale avvenuta a Gennaio 2015. Mi sono sentito libero di mantenere attiva la memoria in rete delle cose che in rete c’erano ripubblicandolo nel mio blog. Così farò per altre cose…

Come siamo cambiati da utenti del web: una lettura di Branch e Medium

L’ecosistema dei social media verrà presto perturbato dall’ingresso di due nuovi servizi di social networking che si stanno sperimentando con ingresso progressivo di utenti: Branch e Medium. Finanziati – più o meno direttamente – dal duo di Twitter  Evan Williams e Biz Stone i nuovi ambienti rappresentano chiaramente due modi di estendere il panorama editoriale di scritture/selezione/circolazione/lettura che Twitter ha contribuito a generare.

Branch consente ad esempio ai micro contenuti di trovare un luogo elettivo per farsi occasione di conversazione. Prendete quei Tweet che generano discussioni limitate dai 140 caratteri, con la difficoltà di inserirsi o tenere traccia della sequenza temporale; prendete quelle volte che avreste voluto che un tweet vi permettesse di avere un’occasione più ricca di scambio senza intasare la timeline di chiunque, quelle volte, per capirci, che avete avuto nostalgia di FriendFeed… Immaginate quindi si possa portare un tweet a diventare un branch e trascinare in una conversazione, peraltro aperta in quanto tale e non dipendente in fondo dalle nostre timeline.

E le conversazioni prodotte in Branch possono essere portate altrove, arricchendo blog e flussi diversi di contenuti tra incorporazione e segnalazione.

Sì perché Branch pensa ad un lettore/scrittore più estemporaneo e meno vincolato In sintesi: siamo di fronte alla consapevolezza che pubblicare sta diventando un gesto molto meno strutturato e più casuale.

Non si deve essere un blogger per pubblicare. Non è un mestiere, non richiede continuità, non ci chiude in un luogo preciso. E Medium è pensato in questo senso.

Medium è l’acquisizione della consapevolezza che l’era degli user generated content non è solo possibilità di pubblicazione e trasformazione del lettore in scrittore. È anche un’era di distributed content in cui l’audience fa il suo mestiere di leggere/vedere/ascoltare contenuti, apprezzandoli o denigrandoli, parlandone ad altri fino a produrre notorietà attorno ad un contenuto ma il tutto in modo visibile e consapevolmente connesso: con like, commenti, condivisioni, segnalazioni, tagging, ecc. Non importa essere un blogger o dover per forza riempire di post su news e gossip le timeline degli altri: siamo produttori anche quando aiutiamo a selezionare e diffondere i contenuti, quando li arricchiamo in capacità di costruirci attorno relazioni sociali che li impreziosiscono. Come viene spiegato:

Medium è stato progettato per permettere alle persone di scegliere il livello di contributo che preferiscono dare. Sappiamo che la maggior parte delle persone, per la maggior parte del tempo, si limiterà a leggere e visualizzare il contenuto, e va bene così. Se vogliono possono fare clic e indicare se un contenuto è ritenuto valido, dare un feedback al creatore e aumentare le probabilità che altri lo vedano.

Ciò che tende ad emergere non è tanto l’autore di un post ma il tema: Medium organizza infatti in “collections” i post strutturando, di fatto, una redazione collettiva di contenuti su un argomento e sganciandoli (per ora) da una pagina identitaria di chi scrive (come invece la logica del blog ci ha insegnato). Non ci abboniamo quindi più ad un autore ma ad un tema. Come scrive Luca De Biase “i tag non sono etichette che si aggiungono ai post, ma sono stimoli che invitano a scrivere un post”. E questo potrebbe diventare un elemento significativo per portare alla visibilità contenuti propri da sfera pubblica, consentendone la riorganizzazione ambientale che oppone la concentrazione alla dispersione di flusso. Qualcosa che sotto traccia possiamo leggere anche nel commento augurale che di Medium fa Dave Winer:

Please let Medium be something more than another high-walled silo for capturing people’s writing […] let it also be a lens for viewing content that’s stored elsewhere. Let people viewing content through that lens see no difference in fidelity from the content that was authored on your system, and stored on your system.

E’ presto per delineare un qualche scenario future che potrebbero o non potrebbero disegnare Branch e Medium. Quello che ci interessa è sottolineare la capacità perturbativa che possono introdurre in un ecosistema in cui Facebook. Google+ o Pinterest ma anche servizi di social tagging come Delicious ci abilitano a pensare forme di notazione e condivisione di contenuti in pubblico assecondando logiche di relazione sociale e messa in connessione. Da questo punto di vista mi sembra che siano entrambi luoghi che assecondano le tendenze alla produzione/distribuzione/consumo di contenuti che oggi si stanno delineando, tra necessità di scivolamento libero in un flusso continuo e capacità di farli emergere arricchendoli e la definizione di un utente “readwriter” che non distingue pragmaticamente quasi più tra lettura passiva e scrittura attiva, colmando lo spazio tra i due estremi con molteplici sfumature di engagement.

Quando l’agenda si costruisce dal basso: con lo squer

L’ecosistema informativo in cui siamo oggi immersi miscela sempre di più i percorsi delle news con i meccanismi di connessione con i friend online e con i luoghi di selezione sul web, come ho già raccontato.

Il problema diventa allora distinguere ciò di cui si parla con l’inevitabile rumore di fondo e trovare modi di condividere quei contenuti interessanti che possono arrivare secondo percorsi selettivi dotati di senso, facendoli diventare un’occasione per costruire conversazioni e relazioni. Informarsi attraverso i social network richiede oggi di essersi costruiti accuratamente una propria timeline e di sapere usare le scorciatoie sociali e quelle pratiche che consentono all’informazione di emergere. Oppure affidarsi a portali professionali che filtrano in modi e forme tradizionali le news escludendo il valore sociale (e relazionale) che potrebbero avere quando diventano contenuti attorno a cui si possono aggregare i nostri “amici” ed i loro commenti.

Così ci districhiamo fra timeline pubbliche con improbabili video (e non solo i lolcat), news che scompaiono dietro foto e status personali. Oppure arranchiamo nel ricercare informazioni e conversazioni usando gli #hashtag, una di quelle pratiche che gli utenti hanno ideato per mettere in connessione un tema, ma che non così spesso sappiamo utilizzare. Basta che osserviate come durante il #terremoto molti ringraziavano quelle (micro)celebrity che li informavano grazie ai retweet, forti di una micro competenza che la massa di utenti ancora non ha nell’usare la propria timeline su Twitter come una sorta di canale televisivo unico.

Per questi motivi mi sembra che la piattaforma informativa squer.it, tutta italiana, che ha da pochissimo fatto la sua comparsa, abbia tutte le potenzialità per rispondere ai bisogni di chi oggi è un news consumer online. Perché rilancia in tempo reale le conversazioni che online vengono fatte, organizzandole sotto aree tematiche generali e specifiche (provate a seguire Euro 2012 o London 2012) e consente di organizzare la propria vision delle news anche per “popolarità” e “squerability”.

Lo squer, come possiamo leggere nelle FAQ, è il “mattoncino” su cui un contenuto viene organizzato:

Lo squer è il frammento minimo di informazione nell’ecosistema, il contenuto da esplorare.
È dinamico e connesso, tramite i nostri algoritmi, con le conversazioni di tutti online.
Non solo cambia il suo valore e la sua posizione nel tempo, a seconda della popolarità del tema, dell’interazione, della freschezza e della diffusione sui Social Media, ma è la tessera di un mosaico in grado di restituire un’immagine diversa dell’ecosistema informativo in ogni momento.

 

Oltre ad avere potuto partecipare alla fase di testing, giocando con gli squer e le organizzazioni della “cura” delle news, ho approfondito con Luca Alagna, che è una delle menti dietro al progetto, il senso di una piattaforma che racconta “di cosa stiamo parlando online?”.

Puoi leggere la chiacchierata con Luca su Techeconomy.

La scossa nei brand

Il nostro abitare i media sociali è recente e stiamo lentamente abituandoci a vivere la nostra cittadinanza in una realtà del web in cui i social network con le loro possibilità di comunicazione scalabile e ricercabile, replicabile e adatta alla diffusione e le relazioni che costruiamo al loro interno si intrecciano alla quotidianità.

Un evento come il terremoto che ha colpito l’Emilia e il modo che abbiamo di sperimentarlo e comunicarlo in questo intreccio diventa allora un luogo di osservazione che mette in luce sia le potenzialità che le ombre della nostra immaturità digitale.

La terribile scossa del 29 maggio e quei 700 tweet al minuto che, ad esempio, hanno riempito le nostre timeline e l’#hashtag #terremoto dalle 9 del mattino, raccontano della necessità di testimoniare in tempo reale la presenza all’evento, i nostri sentimenti e anche il bisogno, in fondo, di condivisione e conoscenza che ci prende quando sentiamo di fare parte di una realtà che va al di là del nostro piccolo Io individuale.

Brand, istituzioni di governo del territorio e mediali, così come realtà pubbliche, si trovano a sperimentare necessariamente questa umanità connessa e il modo di utilizzare un potente canale di comunicazione in un momento di crisi.

Groupalia Italiamha giocato in modo (in)tempestivo nel flusso di tweet sul terremoto creando un tweet nelle intenzioni spiritoso proprio mentre arrivavano le prime notizie di vittime della scossa ed è stato travolto.

Altri soggetti commerciali, come le imprese di telefonia, hanno invece forse giocato ugualmente la loro presenza sui social network potenziando la loro immagine agganciandosi al #terremoto ma attraverso un versante di comunicazione di pubblica utilità. I brand sono pezzi di società e producono senso, vale la pena ricordarlo. Allora abbiamo accolto con molti retweet Vodafone IT e Telecom Italia con le spiegazioni di come sbloccare il wifi per favorire le comunicazioni.

Questo in sintesi. La differenza nell’essere maturi comunicativamente nell’ambiente digitale sta nella capacità di produrre “senso”. Ma questo e il giudizio tranchant su quanto accaduto potete leggerlo nel post completo su Techeconomy.

Facegram: note a margine di un’acquisizione

Funziona così: hai una bella idea in stile 2.0 da fare  sviluppare attraverso una start up che ha un modello di business semplice: accumulare molte relazioni sociali che siano abbastanza interessanti da costituire un interesse per un pesce più grande. Se poi la tua crescita è sufficientemente preoccupante allora  sei pronto per essere acquisito. È così che Instagram è stato acquistato da Facebook per 1 miliardo di dollari. 30 milioni di utenti registrati da iPhone e il lancio su Android sono numeri interessanti tanto che Mark Zuckerberg ha scritto nell’annuncio fatto su Facebook:

This is an important milestone for Facebook because it’s the first time we’ve ever acquired a product and company with so many users. We don’t plan on doing many more of these, if any at all. But providing the best photo sharing experience is one reason why so many people love Facebook and we knew it would be worth bringing these two companies together.

Sì, perché un secondo elemento da considerare è la centralità delle immagini che caratterizza la strategia di sviluppo di Facebook, come mostra la trasformazione sia della timeline dei profili che dei gruppi: è nella narrazione con accento visuale che risiede il senso futuro del social network.

Come scrive Paolo “L’integrazione con Instagram e soprattutto l’acquisizione di know how, tramite il suo team, non può far altro che favorire ulteriori sviluppi, magari anche in chiave editing”.

E poi c’è ovviamente la capacità di Instagram di aver lavorato con successo sulla relazione fra mobilità, social networking e condivisione di eventi della vita. Che poi spesso si è sviluppata nella continua pubblicazione degli utenti di immagini Instagram nella propria timeline.

In Rete si è sviluppato immediatamente un rumore di fondo sull’acquisizione, tra toni sarcastici e preoccupati e segnalazioni su come cancellarsi da Instagram e conservare le proprie foto o su quali altre app utilizzare. Una di quelle conversazioni umorali fatte di mi piace/non mi piace che mostrano come questa acquisizione parli, di fatto, del nostro immaginario e di come ci percepiamo nell’ecosistema dei social network. Molti utenti si sono sentiti venduti a Facebook per poco più di 30 dollari, come se il loro immaginario per immagini non fosse già stato loro espropriato dall’aver accettato le condizioni che Instagram impone per usarlo.

In realtà viviamo in un’epoca in cui cediamo pezzi di “senso” personale e connesso a fronte di alcuni servizi che consentono di uniformare le nostre immagini attorno ad un appiattimento del gusto guidato da pochi filtri che rendono le nostre foto così tutte uguali da rassicurarci. Incorniciando fotografie da condividere in lo-fi o seppiate o esaltando i colori con il filtro X-Pro II ci riconosciamo gli uni con gli altri come parte di un’unica melassa che rende uguale ciò che è diverso: forme per contenuti. Il resto è economia di mercato al tempo del web e bolle che non scoppiano perché, come quelle di sapone fatte da bambini, sono lì per stupirci ed intrattenerci. Per ora.

L’IA come dispositivo culturale e la mimesi dell’artificiale

Domani parteciperò al seminario “Dall’Intelligenza Artificiale alle tecnologie sociali: l’attualità del pensiero di Achille Ardigò” dove coordino la tavola rotonda su “Il micro-macro link fra asimmetrie e mediazione tecno-sociale”. Si tratta di riprendere le fila ed attualizzare il pensiero di uno dei padri fondatori della sociologia italiana – la cui voce su wikipedia non rappresenta al momento al meglio il suo lavoro e la sua influenza intellettuale sul pensiero di stampo post-modernista in Italia all’intreccio fra socio-cibernetica e teoria della complessità.

Trattare il pensiero di Achille Ardigò in quel passaggio d’epoca per la sociologia italiana rappresentato dalla svolta della cibernetica di secondo ordine e della complessità – che ha trovato un proficuo terreno epistemologico nelle convergenze tra scienze sociali e riflessione teorica sull’Intelligenza Artificiale – è un’operazione non banale. Non lo è per chi, come me, ha avuto la fortuna di seguire il suo corso di sociologia avanzata a Scienze Politiche all’Università di Bologna e di impattare con le molte iniziative – presentazione di volumi, seminari, convegni, visiting professor – che hanno costituito l’attività continuativa del Cerdsi, Centro di Ricerca e Documentazione «Sociologia e Informatica» del Dipartimento di Sociologia dell’Università di Bologna, che Ardigò ha diretto assieme a Lella Mazzoli. Il Centro ha rappresentato un ambiente capace di generare l’humus culturale di una sociologia aperta alle forme transdisciplinari, capace di risposte “forti” in termini epistemologici e pronta a fare dell’innovazione tecnologica un ambito di riflessione interno alla disciplina. D’altra parte come Ardigò dice di sé:

non amo fermarmi a valutare il passato, il cammino percorso da me e dagli altri, a fare storiografia della sociologia. Sono di preferenza sollecitato – c’è forse in tale mia inclinazione una qualche forma di nevrosi – a gettarmi su aspetti e problemi sempre nuovi del presente/futuro, possibilmente aspetti e problemi da cui sperare qualche ricaduta di bene comune.

Sono tre le motivazioni che hanno spinto Achille Ardigò ad occuparsi di IA.

1. La prima è relativa al mutamento socio-culturale nel quale la società di allora è immersa. L’IA rappresenta in tal senso un dispositivo culturale capace di forgiare l’immaginario della mutazione introdotta dalle scienze computazionali attraverso i prodotti dell’informatica, anche in chiave sociale, alimentando speranze e preoccupazioni delle persone circa una relazione con la “macchina” cibernetica, pensata come analogon dell’uomo e capace di operazioni percepite come autonome.

2. La seconda, più connessa all’ambito disciplinare della sociologia, vede la cibernetica alla base degli avanzamenti dell’IA come ambito di riflessione analogico per la teoria e l’epistemologia sociologica.

Esiste un’analogia di fondo tra il pensiero che è alla base della progettazione di macchine intelligenti e quello sociologico che si rifà ad un sistema sociale pensato come autoreferenziale (il riferimento al neo-illuminismo di Niklas Luhmann è qui centrale) che porta la società a pensarsi in una direzione artificiale ed astratta con conseguenze rilevanti sia sul piano epistemico che del governo delle società (e su questo si può vedere la connessione con le riflessioni di Simon).

3. La terza via è relativa all’impatto sociale relativo alla diffusione dei prodotti IA nella vita relazionale e produttiva. L’interesse è, da una parte, per i sistemi esperti, applicazione della tecnologia IA, che consentono di supportare processi analitici e decisionali – pur nel rischio di una crescita di “mentalizzazione” rispetto alla prassi; dall’altra è relativo alle forme di interazione uomo-macchina e uomo-macchina-uomo.

Rispetto a questi percorsi mi piacerebbe lasciare due rapide – ne scrivo più diffusamente qui – linee di sviluppo.

La prima ha a che fare con le questioni poste da Ardigò relative all’irriducibilità della persona e ai confini antropologici tra natura e cultura, ma anche all’aprirsi alle forme di intelligenza diversa, à côté de l’humain. Temi che la riflessione sul post-umano tratterà vent’anni dopo ma che già Ardigò aveva intuito ipotizzando il processo mimetico con le macchine.

La seconda, di vaglio critico rispetto alla mutazione in atto, è quella dell’inclusione sistemica per via tecno-comunicativa. Gli individui operano una forma di “inclusione” volontaria rendendo le loro comunicazioni interpersonali, comprese quelle affettive e di solidarietà, funzionali alla riproduzione sistemica di comunicazione. Pensiamo alla natura odierna dei Social Network (ad esempio Facebook, MySpace, Orkut, ecc.) e al loro rendere disponibili, ricercabili ed aggregabili le comunicazioni connesse di milioni di persone che possono così meglio essere trattate a fini di mercato o di “manipolazione” politica. Le opinioni personali su prodotti, tendenze, personaggi vengono rese pubbliche dagli utenti stessi e visibili agli altri ma anche a chi quei prodotti li promuove, a chi progetta tendenza e a chi “costruisce” personaggi. Le conversazioni connesse diventano cioè fungibili alle strategie di sistema. Le logiche sistemiche possono alimentarsi dei vissuti individuali, delle storie dei singoli, dei processi amicali, ecc. appropriandosene in chiave trasformativa, mutandoli in linguaggi pubblicitari o politici, ad esempio.