L’economia delle emozioni online e il bottone Dislike

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La notizia su un possibile bottone del Dislike su Facebook diventa l’occasione per fare il punto sull’immaginario pubblico sulla Rete e su come la piattaforma di Zuckerberg stia adattandosi al nostro vivere emotivamente online e “sfruttare”, anche economicamente, questa condizione al meglio.

Il dibattito emerso in Rete e nella stampa – sia specializzata che generalista – ha da subito ipotizzato una realtà binaria fatta di Like/Dislike, in cui un’umanità connessa si contrappone a colpi di voti a favore e contro. La riduzione del discorso in pubblico ad un sistema di voto emotivo fatto di pollice alzato o abbassato è la prima immagine mentale che molti hanno abbracciato. Il dato culturale che va sottolineato è come si sia trasformato negli anni il nostro immaginario sull’umanità connessa che prima, nell’epoca dei blog, ha visto descrivere l’ambiente emergente come una realtà conversazionale e che oggi guarda al web sociale come un terreno caratterizzato fortemente dalla polarizzazione e da un pensiero talmente sintetico da essere ridotto ad un binario pro o contro. Un mondo connesso privo di sfumature, quindi?

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La balcanizzazione di Facebook

Un po’ di tempo fa abbiamo discusso al festival di cultura digitale MedioEra con Antonio Pavolini e Alessio Jacona della mainstreamizzazione dei social media, di come una normalizzazione del loro uso nelle nostre vite ed una diffusione di massa abbia dato vita ad una sorta di balcanizzazione.

Questo è il video della nostra chiacchierata, giocosa e leggera ma che voleva mettere a fuoco temi che sempre di più oggi sono rilevanti.

Alla fine mi ha scritto il marito. La email campaign di Hillary Clinton

Dopo le sue molte mail di invito a cena e le richiesta di incontro, dopo avermi fatto scrivere diverse mail dalla sua amica Jennifer… alla fine mi ha scritto il marito.

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La email campaign di Hillary Clinton è fatta di contatti quasi quotidiani – oltre un centinaio  da maggio -, spesso usando nell’oggetto e nel testo un tono confidenziale, come per la raccolta di donazioni “dal basso”.

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Ha condiviso eventi importanti, come la legalizzazione del matrimonio omosessuale in USA, usando un linguaggio emotivo.

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Talvolta ha lasciato che a parlarci fosse l’account Official Clinton Campaign, per quelle componenti di campagna che passavano dal rapporto personale – quello del “friend” – al “noi” da sostenitori, collettivi, della campagna. Come per l’acquisizione della “Supporter Card”.

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Sempre senza rinunciare al linguaggio amichevole da social media, strizzando l’occhio all’uso (eccessivo) di emoticon, come nello scambio di messaggini – per capirci, l’oggetto della mail era:

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O come nel caso del “Donor Wall” in cui in cambio di una donazione è possibile avere il proprio nome scritto sul muro del quartier generale della campagna.

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Una sincronizzazione continua con la vita, con le mail di Hillary che parlano della festa della mamma, del ritorno a scuola o che ci raccontano direttamente le motivazioni dell’uso della mail personale da segretario di stato,- cosa che potrebbe crearle dei guai – condividendo prima con noi che con i media il suo punto di vista.

La email campaign ha il fondamentale ruolo di far funzionare il fundraising – a partire da 1 solo dollaro – creando una forte relazione diretta con il sostenitore o la sostenitrice. Fuori dalla retorica del “noi”, Hillary crea un rapporto diretto, amichevole e confidenziale, un rapporto caratterizzato da un senso di intimità rispettosa “Friend, I wanted you to hear this directly from me”.
Un rapporto che si costruisce già a partire dal nome del mittente e dall’oggetto che ti compare nel flusso di email spesso spiazzandoti. Perché, vi assicuro, che quando vi arriva una mail con oggetto “Dinner: you and me?” fa effetto.

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Lo sguardo di Snowden da Twitter

Edward Snowden fa il suo ingresso su Twitter così:

In poche ore migliaia di Follower e un solo Following: l’account @NSAGov. Il sorvegliato si fa sorvegliante, in un cortocircuito che racconta bene il rovesciamento di senso.

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L’ingresso avviene in seguito all’intervista in cui l’astrofisico Neil deGrasse Tyson chiede a Snowden il motivo per il quale non è su Twitter:

Tyson: “You kind of need a Twitter handle. So like @Snowden, maybe? Is this something you might do?”

Snowden: “That sounds good, I think we’ve got to make it it happen… You and I will be Twitter buddies”

Tyson: “Your followers will be: the Internet, me, and the NSA.”

Smettere di essere un hashtag e diventare un account è il passaggio dal “far parlare di sé” al prendere parola. Diventare pubblico in Rete, dando un significato più profondo alla descrizione di sé che lascia nell’account:

I used to work for the government. Now I work for the public.

E’ un atto simbolico e politico quello di Snowden che ha a che fare con il riappropriarsi della propria voce nei social network, nel scendere all’interno della conversazione, nell’accettare un regime di visibilità (in fondo entrare in una piattaforma statunitense stride con tutto ciò che ha sempre dichiarato sul controllo…). Un regime di visibilità in cui si guarda e si è visti, si sa di essere visti, si accetta di essere visti: perché mostrarsi su Twitter è un atto simbolico di comunanza con tutti coloro che si mostrano in uno spazio pubblico per dare corpo alla loro Voice e contrastare, visibilmente, le forme di controllo.

L’Eco di imbecilli e web: la cartina di tornasole di un dibattito che non vogliamo fare

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Chiariamoci: il dibattito sulle parole di Umberto Eco sugli imbecilli ed il web si è da prima trasformato in uno scontro di civiltà “quelli-della-rete vs quelli-di-Eco” dove il nulla si confronta con il nulla.

Qua e là emergono, poi, ragionevoli sintesi, come quella di Dino Amenduni​ per Valigia Blu​ o di Mario Tedeschini Lalli​.

Quello che dobbiamo notare è invece come venga data rilevanza pubblica ed amplificazione mediale alle parole di Eco, parole sollecitate dai giornalisti a margine della sua laurea honoris causa a Torino. Non nella lectio tenuta: una differenza che fa differenza.

Perché il web polarizza ma il giornalismo non è da meno.

Si tratta della cartina di tornasole di un pregiudizio radicato tra progressisti e reazionari che schiaccia ogni dibattito italiano sul web e che impedisce di osservare quanto sta accadendo NON dentro la rete ma nella nostra società a proposito della rivoluzione digitale.

È un dibattito che impedisce di percepire il mutamento della nostra comunicazione quotidiana nella mediazione perenne e connessa; distoglie lo sguardo dal mutamento che attraversa il mondo dell’informazione immaginando una reductio ad unum di quello che accade online (luogo di ogni imbecillità o di virtù teologali); confonde il diritto all’opinione diffusa con la nostra incapacità di selezionare i contenuti o le difficoltà che abbiamo nel dare valore alla condivisione (cosa non ci frena dal condividere uno status imbecille? Probabilmente la stessa cosa che non ci frena nel riportare un pettegolezzo o fare cori razzisti allo stadio) …

Ed è interessante che serva la voce (un po’ roca) di Eco per fare attizzare uno pseudo-dibattito nell’opinione pubblica (o in quello che i media – e penso al giornalismo in questi giorni – pensano di rappresentare in chiave modernista).

Condurre l’opinione pubblica lungo le strade di questo dibattito polarizzante, costruire un immaginario della rete come un territorio di imbecilli o di saccenti difensori a prescindere – talvolta al limite del negazionismo: essù in rete ci stiamo e delle cose ne vediamo, come nella vita, di belle e di strazianti, di cattive e di esaltanti – forse è una via che dovremmo smettere di percorrere.

Parliamone, quindi, di questo vivere connessi, del cambiamento dei nostri costumi, di come la rivoluzione digitale in atto pervada ambiti della nostra scuola, del lavoro e dell’intrattenimento… Ma evitiamo gli scontri di civiltà. O i vaticini. O di spacciare opinioni per fatti. Anche quelle dei guru della comunicazione. Finanziamo più ricerca. Costruiamo occasioni pubbliche per confrontarci su realtà analizzate e non su impressioni. Basta col chiedere e dare le nostre opinioni sul “popolo del web”.

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O finiremo per essere convinti che il cambiamento lo si supporta portando le LIM o i tablet nelle scuole, suggerendo che basta la tecnologia per riformare l’insegnamento. O che la civiltà stia nei cartelli messi in alcuni ristoranti che invitano a parlare con chi hai di fronte e non con chi sta nel tuo cellulare, suggerendo che meno siamo digitali e più siamo sociali.

House of Cards in salsa pugliese

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House of Cards è una serie Netflix sulla politica che ha saputo talmente penetrare l’immaginario contemporaneo sul potere da permetterci di giocare con ironia su Twitter con la candidatura di Hillary Clinton.

Il Presidente USA della serie, Frank Underwood (un profilo non ufficiale della serie, sia chiaro, ma l’effetto è ugualmente dirompente), gioca con la corsa delle presidenziali in un’operazione di real time marketing in perfetta sintonia con il prodotto.

Le cose si fanno decisamente più complesse quando Michele Emiliano, candidato PD per le elezioni regionali in Puglia, replica al messaggio chiedendo ad Underwood di trovargli un avversario, alludendo alle difficoltà (e polemiche) che il centro destra ha in quel territorio ad esprimere un candidato.

Tweet al quele Underwood risponde, consigliando un Repubblicano come Rubio.

Si compie così un collasso perfetto tra spazio reale e finzionale della politica, teso a giocare con una sensibilità della Rete per dinamiche fandom e linguaggi ironici. La dinamica conversazionale tra persona e personaggio è un forte indicatore del fatto che, spariti sempre più dalla comunicazione politica i corpi intermedi e aumentata la declinazione in chiave di personalizzazione/leadearizzazione, i social media come Twitter rappresentano l’occasione di una messa in contatto diretta ed immediata tra politica e cittadinanza che passa da formule originali. In un mix fra personal branding, attivazione di una fan base, messaggio politico (l’incapacità dell’avversario ad esprimere un candidato), il Tweet ha stimolato la produzione di contenuti ad esso legati che lo hanno amplificato, rilanciato ed esaltato. Immediate anche le risposte dei media che hanno fatto da ulteriore cassa di risonanza.

Molti tweet online, anche del giro della politica, definiscono l’operazione come vincente. Io invece mi chiedo, al di là dell’effetto immediato di visibilità, come il linguaggio della politica si stia trasformando nel collasso tra reale ed immaginario. E quanto la predilezione dell'”eventizzazione” online sposti sul versante boradcast una comunicazione che in questi ambienti potrebbe sfruttare al meglio la natura conversazionale.

Update

Nella stessa giornata House of Cards viene citata indirettamente attraverso il Tweet di Enrico Letta:

Nel suo nuovo libro la serie viene presa a modello di una politica fatta di intrighi di potere da cui allontanarsi: “governare non è comandare”. Ogni riferimento al Premier in carica (amante della serie) è certamente voluto.

Quando i social media diventano di massa

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Osservare oggi la realtà dei social media in Italia significa confrontarsi con la loro mainstreamizzazione.

Questa è il prodotto di un accesso sempre più di massa a cui è corrisposto un uso sempre più “normalizzato” degli ambienti digitali. Fino a qualche anno fa ci sembrava che la condizione naturale di queste realtà fosse il loro essere aperte ad una continua sperimentazione, il loro essere in “beta permanente”, dicevamo, Anche dal punto di vista dell’uso da parte degli utenti.

Oggi questa condizione è diventata sempre più una nicchia evolutiva: l’eccezione e non la regola. La normalità è invece costituita dalla parte emersa, quella che si mostra con tutta la sua auto-evidenza nella nostra esperienza quotidiana, e che mostra come ci sia una centralità dei linguaggi televisivi che ha assorbito logiche e dinamiche della connessione. Ne abbiamo discusso al festival di cultura digitale MedioEra con Antonio Pavolini e Alessio Jacona di come l’uso più recente dei social media finisca per replicare in ogni micro realtà la dinamica celebrity-audience con una vocazione che dipende dall’essere “broadcaster dentro” e che spesso riversa online codici e linguaggi della neoTV caciarona, volgare, sopra le righe, ricca di sfoghi emotivi e dell’equivalenza delle opinioni rispetto alle competenze. In fondo Vittorio Sgarbi al Maurizio Costanzo Show era un esempio di come si trollano gli altri.

Questa percezione del come dover essere in Rete che tende a guidare spesso chi più recentemente è entrato, dipende anche dal racconto che della Rete stiamo costruendo nei media(ne parlo più approfonditamente su Agenda Digitale ), che esalta il carattere di personalizzazione e il culto della celebrity che comunica alle masse: tra Fiorello e Renzi, per capirci.

Non che la Rete sia solo questo, ma il racconto di questa sua parte emersa, il mutamento di scala che l’accesso generalizzato e di massa ha prodotto nei social media, genera una percezione diversa del “dover essere” nell’online che accentua più spesso l’attenzione all’avere un audience che l’esaltazione del versante conversazionale, che è il nostro vero petrolio sociale.

 

La mutazione che vedo attorno a me. Prove di pensiero di GIOVANNI BOCCIA ARTIERI

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