Lo sguardo di Snowden da Twitter

Edward Snowden fa il suo ingresso su Twitter così:

In poche ore migliaia di Follower e un solo Following: l’account @NSAGov. Il sorvegliato si fa sorvegliante, in un cortocircuito che racconta bene il rovesciamento di senso.

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L’ingresso avviene in seguito all’intervista in cui l’astrofisico Neil deGrasse Tyson chiede a Snowden il motivo per il quale non è su Twitter:

Tyson: “You kind of need a Twitter handle. So like @Snowden, maybe? Is this something you might do?”

Snowden: “That sounds good, I think we’ve got to make it it happen… You and I will be Twitter buddies”

Tyson: “Your followers will be: the Internet, me, and the NSA.”

Smettere di essere un hashtag e diventare un account è il passaggio dal “far parlare di sé” al prendere parola. Diventare pubblico in Rete, dando un significato più profondo alla descrizione di sé che lascia nell’account:

I used to work for the government. Now I work for the public.

E’ un atto simbolico e politico quello di Snowden che ha a che fare con il riappropriarsi della propria voce nei social network, nel scendere all’interno della conversazione, nell’accettare un regime di visibilità (in fondo entrare in una piattaforma statunitense stride con tutto ciò che ha sempre dichiarato sul controllo…). Un regime di visibilità in cui si guarda e si è visti, si sa di essere visti, si accetta di essere visti: perché mostrarsi su Twitter è un atto simbolico di comunanza con tutti coloro che si mostrano in uno spazio pubblico per dare corpo alla loro Voice e contrastare, visibilmente, le forme di controllo.

L’Eco di imbecilli e web: la cartina di tornasole di un dibattito che non vogliamo fare

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Chiariamoci: il dibattito sulle parole di Umberto Eco sugli imbecilli ed il web si è da prima trasformato in uno scontro di civiltà “quelli-della-rete vs quelli-di-Eco” dove il nulla si confronta con il nulla.

Qua e là emergono, poi, ragionevoli sintesi, come quella di Dino Amenduni​ per Valigia Blu​ o di Mario Tedeschini Lalli​.

Quello che dobbiamo notare è invece come venga data rilevanza pubblica ed amplificazione mediale alle parole di Eco, parole sollecitate dai giornalisti a margine della sua laurea honoris causa a Torino. Non nella lectio tenuta: una differenza che fa differenza.

Perché il web polarizza ma il giornalismo non è da meno.

Si tratta della cartina di tornasole di un pregiudizio radicato tra progressisti e reazionari che schiaccia ogni dibattito italiano sul web e che impedisce di osservare quanto sta accadendo NON dentro la rete ma nella nostra società a proposito della rivoluzione digitale.

È un dibattito che impedisce di percepire il mutamento della nostra comunicazione quotidiana nella mediazione perenne e connessa; distoglie lo sguardo dal mutamento che attraversa il mondo dell’informazione immaginando una reductio ad unum di quello che accade online (luogo di ogni imbecillità o di virtù teologali); confonde il diritto all’opinione diffusa con la nostra incapacità di selezionare i contenuti o le difficoltà che abbiamo nel dare valore alla condivisione (cosa non ci frena dal condividere uno status imbecille? Probabilmente la stessa cosa che non ci frena nel riportare un pettegolezzo o fare cori razzisti allo stadio) …

Ed è interessante che serva la voce (un po’ roca) di Eco per fare attizzare uno pseudo-dibattito nell’opinione pubblica (o in quello che i media – e penso al giornalismo in questi giorni – pensano di rappresentare in chiave modernista).

Condurre l’opinione pubblica lungo le strade di questo dibattito polarizzante, costruire un immaginario della rete come un territorio di imbecilli o di saccenti difensori a prescindere – talvolta al limite del negazionismo: essù in rete ci stiamo e delle cose ne vediamo, come nella vita, di belle e di strazianti, di cattive e di esaltanti – forse è una via che dovremmo smettere di percorrere.

Parliamone, quindi, di questo vivere connessi, del cambiamento dei nostri costumi, di come la rivoluzione digitale in atto pervada ambiti della nostra scuola, del lavoro e dell’intrattenimento… Ma evitiamo gli scontri di civiltà. O i vaticini. O di spacciare opinioni per fatti. Anche quelle dei guru della comunicazione. Finanziamo più ricerca. Costruiamo occasioni pubbliche per confrontarci su realtà analizzate e non su impressioni. Basta col chiedere e dare le nostre opinioni sul “popolo del web”.

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O finiremo per essere convinti che il cambiamento lo si supporta portando le LIM o i tablet nelle scuole, suggerendo che basta la tecnologia per riformare l’insegnamento. O che la civiltà stia nei cartelli messi in alcuni ristoranti che invitano a parlare con chi hai di fronte e non con chi sta nel tuo cellulare, suggerendo che meno siamo digitali e più siamo sociali.

House of Cards in salsa pugliese

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House of Cards è una serie Netflix sulla politica che ha saputo talmente penetrare l’immaginario contemporaneo sul potere da permetterci di giocare con ironia su Twitter con la candidatura di Hillary Clinton.

Il Presidente USA della serie, Frank Underwood (un profilo non ufficiale della serie, sia chiaro, ma l’effetto è ugualmente dirompente), gioca con la corsa delle presidenziali in un’operazione di real time marketing in perfetta sintonia con il prodotto.

Le cose si fanno decisamente più complesse quando Michele Emiliano, candidato PD per le elezioni regionali in Puglia, replica al messaggio chiedendo ad Underwood di trovargli un avversario, alludendo alle difficoltà (e polemiche) che il centro destra ha in quel territorio ad esprimere un candidato.

Tweet al quele Underwood risponde, consigliando un Repubblicano come Rubio.

Si compie così un collasso perfetto tra spazio reale e finzionale della politica, teso a giocare con una sensibilità della Rete per dinamiche fandom e linguaggi ironici. La dinamica conversazionale tra persona e personaggio è un forte indicatore del fatto che, spariti sempre più dalla comunicazione politica i corpi intermedi e aumentata la declinazione in chiave di personalizzazione/leadearizzazione, i social media come Twitter rappresentano l’occasione di una messa in contatto diretta ed immediata tra politica e cittadinanza che passa da formule originali. In un mix fra personal branding, attivazione di una fan base, messaggio politico (l’incapacità dell’avversario ad esprimere un candidato), il Tweet ha stimolato la produzione di contenuti ad esso legati che lo hanno amplificato, rilanciato ed esaltato. Immediate anche le risposte dei media che hanno fatto da ulteriore cassa di risonanza.

Molti tweet online, anche del giro della politica, definiscono l’operazione come vincente. Io invece mi chiedo, al di là dell’effetto immediato di visibilità, come il linguaggio della politica si stia trasformando nel collasso tra reale ed immaginario. E quanto la predilezione dell'”eventizzazione” online sposti sul versante boradcast una comunicazione che in questi ambienti potrebbe sfruttare al meglio la natura conversazionale.

Update

Nella stessa giornata House of Cards viene citata indirettamente attraverso il Tweet di Enrico Letta:

Nel suo nuovo libro la serie viene presa a modello di una politica fatta di intrighi di potere da cui allontanarsi: “governare non è comandare”. Ogni riferimento al Premier in carica (amante della serie) è certamente voluto.

Quando i social media diventano di massa

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Osservare oggi la realtà dei social media in Italia significa confrontarsi con la loro mainstreamizzazione.

Questa è il prodotto di un accesso sempre più di massa a cui è corrisposto un uso sempre più “normalizzato” degli ambienti digitali. Fino a qualche anno fa ci sembrava che la condizione naturale di queste realtà fosse il loro essere aperte ad una continua sperimentazione, il loro essere in “beta permanente”, dicevamo, Anche dal punto di vista dell’uso da parte degli utenti.

Oggi questa condizione è diventata sempre più una nicchia evolutiva: l’eccezione e non la regola. La normalità è invece costituita dalla parte emersa, quella che si mostra con tutta la sua auto-evidenza nella nostra esperienza quotidiana, e che mostra come ci sia una centralità dei linguaggi televisivi che ha assorbito logiche e dinamiche della connessione. Ne abbiamo discusso al festival di cultura digitale MedioEra con Antonio Pavolini e Alessio Jacona di come l’uso più recente dei social media finisca per replicare in ogni micro realtà la dinamica celebrity-audience con una vocazione che dipende dall’essere “broadcaster dentro” e che spesso riversa online codici e linguaggi della neoTV caciarona, volgare, sopra le righe, ricca di sfoghi emotivi e dell’equivalenza delle opinioni rispetto alle competenze. In fondo Vittorio Sgarbi al Maurizio Costanzo Show era un esempio di come si trollano gli altri.

Questa percezione del come dover essere in Rete che tende a guidare spesso chi più recentemente è entrato, dipende anche dal racconto che della Rete stiamo costruendo nei media(ne parlo più approfonditamente su Agenda Digitale ), che esalta il carattere di personalizzazione e il culto della celebrity che comunica alle masse: tra Fiorello e Renzi, per capirci.

Non che la Rete sia solo questo, ma il racconto di questa sua parte emersa, il mutamento di scala che l’accesso generalizzato e di massa ha prodotto nei social media, genera una percezione diversa del “dover essere” nell’online che accentua più spesso l’attenzione all’avere un audience che l’esaltazione del versante conversazionale, che è il nostro vero petrolio sociale.

 

Guardare il mondo dal Periscope

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Guardare il mondo attraverso Periscope mostra una realtà polarizzata. Da una parte i micro live streaming del quotidiano: la colazione a casa, le passeggiate nel parco, le pause caffé durante il lavoro, le dirette da scuola sbirciando tra i compagni… Dall’altra il macro live streaming dei media : le dirette di Mashable sull’esplosione a Manhattan o l’occupazione del canale con un account da parte dei diversi mainstream media.

In mezzo troviamo tutta la complessità che lega la diretta di tipo televisivo con la dimensione conversazionale della Rete e le dinamiche da (micro) celebrity.

Un paio di esempi VIP tutti italiani per mettere a fuoco.

Da una parte Fiorello che si manda in onda durante un viaggio in auto, inquadrando l’autostrada sotto la pioggia,  commentando le musiche che passano alla radio per un flusso in entrata di 100 spettatori che hanno apprezzato producendo 3.735 cuori.

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Dall’altra Rudy Zerbi che invece costruisce una diretta “Riflessioni su Periscope” per discutere con il pubblico del suo stream (34 spettatori), salutando chi entra, leggendo i commenti fatti durante la diretta, facendo domande, proponendo usi in comune, come l’ascolto serale di nuovi brani musicali attraverso una sua diretta da commentare assieme (1.180 cuori).

Da una parte la messa in onda di se stessi attraverso un canale che crea una diretta istantanea e che si lascia guardare dal pubblico. Dall’altra una diretta che è social TV in sé, che si costruisce attraverso una conversazione con chi commenta e che guarda il pubblico mettendolo in connessione (la chat che non si limita a commentare quanto visto ma che serve per costruire risposte tra chi commenta).

Ora: provate ad applicare queste due dinamiche alle realtà di micro-celebrity così presenti in Rete ed avrete un mix esplosivo tra messa in narrazione di sé e sovraesposizione, logiche puramente spettatoriali e creazione di comunità. Il tutto nella direzione di una creazione di format che costruiranno (ed è questa la vera novità che Periscope introduce) un palinsesto delle nostre vite connesse, fatto di appuntamenti lungo la giornata e la settimana con i micro broadcaster che sapranno fare di noi una comunità di visione.

La democrazia digitale non ci salverà

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Il modo in cui stiamo affrontando il tema del digitale applicato a diversi ambiti della realtà manca di una teoria critica.

Abbiamo assistito ad una fase di divulgazione e di riflessione tesa tra forme di entusiasmo digitale che si sono contrapposte a quelle di pessimismo, riprendendo la sterile via di una tensione tra apocalittici ed integrati. Le prime hanno caratterizzato il nostro approccio ad Internet attribuendo doti intrinseche alla forma del digitale, qualità come la libertà e la democrazia. Sarebbe quindi sufficiente affidarsi al laissez faire per garantire un’evoluzione in direzione comunitaria (virtuale, ovviamente), collaborativa e partecipativa. Lo slogan “giù le mani da Internet”, rivolto al mercato e ai governi, esaurisce la sua spinta rivoluzionaria in una deriva di darwinismo della rete che basta a se stesso per tracciarne le sorti neo progressive.

Le teorie di stampo pessimista tracciano invece i contorni di una realtà a volte distopica dove le tracce panottiche del controllo, del narcisismo digitale, dell’odio in rete, prendono il sopravvento, spesso emotivo, segnando le tracce di un determinismo di segno opposto.

È il male di un dibattito pubblico internet centrista, che, come ricorda il politologo Evgenij Morozov, ha come referente ultimo di ogni questione politica proprio la rete. Pensiamo all’idea di democrazia diretta che ricorre nel dibattito politico italiano nella contrapposizione tra un populismo digitale proposto dal MoVimento5 Stelle nella vulgata Grillo-Casaleggio e un approccio spesso ingenuo del resto della politica (generalizzo ma non troppo) al tema.

Abbiamo quindi più che mai bisogno di una teoria critica. E il recente saggio di Fabio Chiusi “Critica della democrazia digitale. La politica 2.0 alla prova dei fatti “ (Codice Edizioni) si presenta come un importante tassello per andare in questa direzione, per affrontare concretamente un futuro in cui la rete entra in modo rilevante nel dibattito e nelle decisioni dei decisori politici. Il rischio, come scrive Chiusi, è in caso contrario alto, perché ogni problema di policy making finisce per diventare

un bug in attesa di un fix, una soluzione, che prima o poi grazie a internet giunge; come se la politica fosse un software, un codice pieno di errori da risolvere per via algoritmica, non un’arte arcana e fatta di compromessi.

Dobbiamo quindi uscire da una retorica per cui la democrazia diretta, in quest’epoca di social media e tecnologie di espressività, è solo una questione di tempo e fine tuning di tipo tecnico. Liberiamoci anche dell’idea del “netizen totale”, come lo chiama Chiusi parafrasando Norberto Bobbio, un cittadino partecipativo 24 ore su 24, che sottende l’idea di trasformare la democrazia in un referendum permanente ed istantaneo che rimanda ad un “chiediamolo alla rete” e ad un assoggettamento sempre più forte al regno dell’opinione e dell’impressione.

L’utopia della disintermediazione totale tra cittadini e polis, cancellando i corpi intermedi come i partiti, rischia di essere una distopia. Pensiamo al rischio di dittatura degli attivi che l’idea di democrazia via click comporta. O a come il mantra della trasparenza della società, garantito dalle tecnologie e dal regime di visibilità online, collida con dinamiche cibernetiche di sorveglianza che, come spiega Chiusi sulle orme di Foucault:

in termini filosofici è il rapporto tra il sogno di Rousseau e quello di Bentham”. Per questo non possiamo rinunciare ad una democrazia comunque rappresentativa che garantisca prassi effettive in cui la trasparenza “sia messa al servizio dei cittadini, non dello Stato; dei controllati, e non dei controllori.

Una perfetta sintesi che richiama la condizione contemporanea fatta di una crescita di “controdemocrazia” tra i cittadini che, come spiega Pierre Rosanvallon “è costituita dall’insieme delle attività che non mirano ad associare il cittadino all’esercizio del potere, ma a organizzare il suo controllo su chi governa”. Si tratta dell’emergere di un bisogno che si esprime attraverso un insieme di pratiche partecipative che non sempre portano ad influire direttamente sulle decisioni politiche ma che vedono nei cittadini la possibilità di poter esprimere pubblicamente critiche e partecipare in modo diretto ad una vigilanza critica nei confronti del potere. Questa trasformazione si intreccia con la crescita di uno stato di connessione che ha costruito attraverso la diffusione e l’accesso ad Internet e ad una quotidianizzazione dell’uso di siti di social network un ambiente ad alto tasso di comunicazione.

Certo, in questo contesto scontiamo i rischi di esposizione alle derive propagandistiche del web, alle invasioni di “trollatori” che inquinano ogni tentativo di dibattito online. Oppure di cadere in una deriva di consultazioni all’insegna della retorica della partecipazione che finiscono per svuotarsi di significato: “la classe politica ha buon gioco ad aprire piattaforme informatiche, raccogliere idee e poi lasciarle chiuse in un cassetto, molto spesso insieme al progetto cui facevano riferimento”.

Una semplice disponibilità di maggiori opportunità di partecipazione non è sufficiente a stimolare l’impegno dei cittadini. È il percorso di costruzione dell’essere cittadini e dello strutturarsi di culture civiche, la costruzione di una percezione di rilevanza del proprio impegno e del significato che la partecipazione ha per ognuno, che costituisce il prerequisito. La rete, tanto più in questa narrazione continua che la ideologizza, non garantisce democrazia diretta né partecipazione politica. Può stimolarla e facilitare la costituzione di forme adatte a rispondere ai bisogni di partecipazione e democrazia in un contesto mutato. Non è Internet, sono le persone, i contesti culturali, il quadro normativo di riferimento in interazione con le tecnologie. E per questo avremmo bisogno di costruire narrazioni più consapevoli e meno ideologiche sulla rete. Il saggio di Fabio Chiusi sembra essere una di queste.

Nota: questo scritto è uscito su Pagina99 nella sua versione cartacea ed è stato presente nel sito del quotidiano fino a che non è stato chiuso pochi giorni fa, seguendo la chiusura del giornale avvenuta a Gennaio 2015. Mi sono sentito libero di mantenere attiva la memoria in rete delle cose che in rete c’erano ripubblicandolo nel mio blog. Così farò per altre cose…

Internet delle cose e wearable technology: prendersi cura dei dati

Schermata 2015-01-27 alle 23.19.38 E’ certo che il futuro espanderà la relazione fra corpi ed informazioni in modi più complessi che coinvolgeranno le cose e i processi all’interno dei diversi contesti sociali di vita. Modi che dovremo affrontare all’interno delle nostre culture di connessione. E’ l’Internet delle cose che avanza, coniugandosi ad una dimensione di tecnologie wearable. La realtà delle tecnologie indossabili è in forte espansione perché sono mutate le condizioni di possibilità:

  1. ci troviamo innanzitutto di fronte ad una legittimazione sociale delle tecnologie wearable: le persone hanno familiarizzato con l’esperienza di avere una tecnologia di connessione costantemente con sé attraverso lo smartphone;
  1. la miniaturizzazione dei sensori unitamente alle batterie che durano più a lungo e allo sviluppo molto veloce di tecnologie capaci di dialogare con gli smartphone: perché le tecnologie indossabili non sostituiranno i cellulari che diventeranno gli hub per l’esperienza;
  1. il collasso del confine tra uomo e computer viene vissuto come condizione sempre più naturale: dalla nostra esperienza con la wii alla facilità di interazione vocale e touch con gli schermi.

E’ questo un passaggio fatto di una narrazione dominante costruita dal mercato (l’entusiasmo per la proliferazione di device personali e la propensione crescente a dover condividere dati) e dall’affermazione di culture di propensione alla raccolta e condivisioni di dati “intimi”, come quella del quantified self. Dovremo riflettere sulla necessità di imparare a prenderci cura dei dati. Ne parliamo domani ala giornata europea della privacy.

Ne ho scritto in modo più approfondito su Wired: La consapevolezza dei dati (ora che indosseremo l’Internet)

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La mutazione che vedo attorno a me. Prove di pensiero di GIOVANNI BOCCIA ARTIERI

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