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Tra il dovere di cronaca e il voyeurismo mediale: l’immagine della morte di James Foley

Aleppo - 07/12

[Immagine da http://www.freejamesfoley.org/%5D

Isis ha decapitato il giornalista americano James Foley rapito dagli jihadisti sunniti nel novembre 2012. La notizia – e il video diffuso dagli assassini – viene data da moltissime testate anche attraverso i diversi social network, nell’esigenza di sintesi tra testo e scelta di eventuali immagini. Trattandosi di un fatto cruento la forma diventa significativamente contenuto.

YouTube, ad esempio, rimuove il video (che tende a ricomparire: siamo nell’epoca della riproducibilità digitale). Io ritengo che si possa evitare di guardare questo video, anzi che non guardare quel video è un atto di resistenza alla barbarie politica e mediale.

Il valore documentale e di testimonianza di queste immagini sono però indubbie. Servono anche a certificare (o meno) l’accadimento. Le testate straniere hanno, ad esempio, meno certezza di quelle italiane sull’autenticità. Sono però le prime ore, dovremo aspettare.

Nel modo di dare l’informazione si coglie però l’esistenza un crinale sottile tra il dovere di cronaca e l’idea di pubblica opinione che abbiamo in mente, tra il raccontare il fatto e incedere nel voyeurismo mediale, quasi sconfinando nel genere gore. Un crinale che forse il giornalismo deve considerare come un problema da porsi in modo costante, tanto più in un momento in cui vive la relazione fra il fatto e il click sul link come l’unica possibilità tra la vita e la morte (della testata): l’obiettivo è contare i lettori e rivenderli.

Il Corriere.it lancia la news, segnala il video e sente il bisogno di rinforzare il tweet mostrando in modo esplicito il momento dell’uccisione.  Ne è nata una discussione sulla mia pagina Facebook particolarmente interessante che vi lascio come approfondimento.

Quel tweet questa mattina è stato cancellato. Ce n’è un altro con la stessa notizia ma con immagine diversa.

Confrontate le immagini:

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Un’immagine shockante ha un indice di attrattività più alto? Riesce a smuovere le dita di un’opinione pubblica in cerca di sensazioni forti? Fare giornalismo significa smuovere l’indignazione e la rabbia facendo leva sul trauma visivo? Raccontare ed informare significa unicamente far vedere? La notizia diventa “reale” solo attraverso la sua immagine?

Questo uso delle immagini da parte del giornalismo richiama la lezione di Jean Baudrillard. La vera violenza dell’immagine sta nel far scomparire la realtà collocandola in un regime di visibilità assoluta. Tutto deve essere visibile, tutto il reale deve farsi immagine. Viviamo ciò che vediamo. L’immagine è per il presente, ha sempre meno la funzione di ancoraggio per la memoria.

È d’ altronde proprio nel fatto che qualcosa in essa è scomparso che risiede la seduzione, il fascino dell’ immagine, ma anche la sua ambiguità; in particolare quella dell’ immagine-reportage, dell’ immagine-messaggio, dell’ immagine-testimonianza. Facendo apparire la realtà, anche la più violenta, all’ immaginazione, essa ne dissolve la sostanza reale. È un po’ come nel mito di Euridice: quando Orfeo si volta per guardarla, Euridice sparisce e ricade negli inferi. Così il traffico di immagini sviluppa un’ immensa indifferenza nei confronti del mondo reale.

Forse vale la pena domandarsi come creare un ambiente informativo che produca differenza nell’opinione pubblica rispetto all’indifferenza.  Nella catena di retweet che condividono l’immagine dello sgozzamento o rilanciano il video con estrema velocità c’è il rischio dell’indignazione istantanea che si perde lungo la timeline, catarsi di ogni responsabilità. Più difficile, forse, informare e rispettare la morte.

 

IJF come commons. Il festival del giornalismo e la sua comunità

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L’esperienza di finanaziamento dal basso del Festival internazionale del giornalismo di Perugia rappresenta per me, Augusto Valeriani ed Elisabetta Zurovac un’importante opportunità per studiare molteplici aspetti collegati alle trasformazioni nel giornalismo, nella cultura giornalistica e nell’organizzazione degli eventi culturali in Italia e a livello internazionale. Per questo abbiamo deciso, con il sostegno degli organizzatori del Festival (vero Arianna Ciccone e Chris Potter?) , di avviare una ricerca.

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Dal post di Arianna che sanciva la chiusura del Festival “Stop at the Top” per la continua difficoltà di (sotto)finanziamento pubblico al lancio di una campagna di crowdfundingStay at the Top” che li ha portati in 90 giorni a raccogliere 115.420 euro c’è di mezzo una comunità di persone. Una comunità che nel Festival si riconosce, che trova “senso” nel partecipare e contribuire e che ha deciso di sostenerlo e, forse, di restituire un po’ di quel capitale affettivo e cognitivo che il Festival ha saputo donare loro in questi anni.

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Abbiamo deciso di indagare questa comunità e di raccontare i primi risultati raccolti in concomitanza con #ijf14, per restituire ai tanti che hanno risposto al questionario (il tasso di risposta è di quasi il 30%, alto per un questionario online come il nostro) il senso della loro partecipazione. Una comunità composta per il 60% da pubblico del Festival e dal 21% da speaker degli eventi (“ho partecipato almeno una volta come speaker”) e in misura minore da volontari e staff. La maggioranza ha già partecipato ad esperienze di crowdfunding (60%). D’altra parte si tratta di una platea sufficientemente colta o attenta all’ambiente web: il 26% sono giornalisti, il 10% lavora in professioni del web e il 12% sono liberi professionisti.

C’è poi un 40% che non ha mai partecipato a forme di finanziamento grassroot e che, come vedremo, lo ha fatto perché si sente parte di questa community che #ijf ha saputo costruire.

L’analisi scientifica e referata, quella che darà conto di metodologia e questionario somministrato, quella da proporre a riviste classificate, seguirà. La raccoltà dati è, d’altra parte, conclusa da pochissimo. Ma abbiamo ritenuto fosse giusto che nel nostro percorso scientifico rientrasse anche un confronto urgente con la comunità indagata (intanto i donor singoli) e che potessimo ripagare da subito la disponibilità che abbiamo avuto da loro, e da Chris & Arianna in questi mesi.

Il Festival come forum di discussione sul giornalismo, tra appassionati e professionisti

Il primo dato è che il Festival “crea una comunità tra chi è interessato al giornalismo e chi lo pratica” (68%), ha una sua natura pluralista al di là delle specializzazioni e questa sua natura di comunità, come vedremo, è probabilmente alla base della possibilità di autofinanziamento dal basso che è stata costruita.

Il Festival come forum di confronto per la professione giornalistica capace di raccontare l’innovazione ai tempi della Rete.

Ma è anche forum privilegiato di discussione sul giornalismo, cosa che sembra riuscire meno all’Ordine dei giornalisti che per l’80% non riesce a favorire il confronto e la riflessione comune tra giornalisti, “rende difficile il confronto con le altre professioni dell’informazione e gli altri attori sociali” (37%) e “rende difficile l’innovazione delle pratiche e dei prodotti giornalistici” (più del 60%). Mentre il Festival “tratta le trasformazioni del giornalismo all’epoca di Internet” (79%), sa quindi raccontare questo passaggio d’epoca di una professione ed i un modo di informare sul mondo e lo fa con respiro internazionale (“E’ un evento sul giornalismo realmente internazionale” per l’88%).

Il finanziamento di #ijf14 tra fiducia e amore

Il 46% ha trovato i motivi del suo finanziamento nel legame sviluppato nel tempo con il festival o con Arianna (“ho a cuore il festival”, “volevo ripagare per quanto ho avuto gratis per anni”, “volevo sostenere la campagna di Arianna Ciccone”). Le dinamiche del crowdloving che si associano ad un’economia del dono.

Non c’è solo affetto nella comunità ma anche fiducia consapevole nella competenza: il 35% avrebbe finanziato qualsiasi altra campagna giornalistica lanciata da Arianna o da Valigia Blu perché si fida delle competenze di Arianna (55%), o perché apprezza/crede nel progetto Valigia Blu (30%).

Una comunità attiva online e offline

E’ alto il numero di donors che ha condiviso sui social network contenuti prodotti da altri sulla campagna (60%) e il 38% ha prodotto contenuti propri per pubblicizzarla. I finanziatori hanno partecipato con convinzione e in modo attivo, diffondendo il messaggio e facendosi portatori di un’iniziativa in cui credevano. La loro partecipazione non si è fermata quindi all’atto del donare ma ha cercato di sviluppare e rendere visibile il legame sociale che sta dietro la loro volontà di donare. E non solo online: il 43% ne ha parlato ad amici e conoscenti.

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Il Festival è stato trattato in pratica come un bene pubblico, un commons di tipo cognitivo, una di quelle cose che è capace di unire professionalità e semplice interesse amatoriale, che viene riconosciuto come generatore di valore capace di costruire attorno a sé una community.

Alla fine c’è amore per il Festival, Arianna &Chris ma anche qualcosa di più, che ha a che fare con il rapporto che hanno costruito con il pensare il giornalismo in questo Paese. E anche fuori di qui.

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Non è la Rete ad espellere i Senatori del MoVimento 5 Stelle

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Espulsi i senatori del MoVimento 5 Stelle. Ho già sentito giornalisti dire e scrivere che così ha votato la rete. No, non ha votato LA RETE per l’espulsione. Hanno votato degli iscritti attraverso un blog  una piattaforma. 29.883 iscritti certificati hanno votato per ratificare la delibera di espulsione e 13.485 hanno votato contro. Non la rete. Iscritti. Attraverso una votazione su un blog una piattaforma. Di proprietà. Non la rete. Non attraverso la trasparenza dei Tweet, ad esempio. Persone. iscritti. Non la rete. Non sono sicuro sia mai abbastanza chiaro.

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Il citizen journalism tra sfruttamento e democratizzazione

Festival giornalismo Perugia

 

Domani al Festival Internazionale del giornalismo di Perugia discuterò con Mafe e Antonio di “citizen journalism tra sfruttamento e democratizzazione”(“cognitariato ed accesso all’informazione” era il titolo più criptico e meno pop di quello poi scelto ma che segnava una strada che tratteremo) in un panel che mette a fuoco una delle tematiche per me centrali nella mutazione dell’ecosistema informativo: la produzione e circolazione complessa di contenuti informativi “dal basso”, un free labor che entra in risonanza e viene addomesticato (quando non sollecitato) dall’industria dell’editoria. Possiamo raccontarlo così:

Se è vero che molte testate usano il crowdsourcing delle news per abbassare i costi di produzione è anche vero che per moltissime persone poter pubblicare qualcosa è un piacere una tantum che sarebbe un peccato negare: quale dei due fenomeni è più diffuso? Qual è più visibile? Qual è risolvibile? Come separare l’accesso alla professione dalla valorizzazione dei contenuti amatoriali?

Il problema è complesso sia in astratto che in concreto. Ma forse vale la pena cominciare a delineare il campo sul quale poter ragionale.

1. Il rapporto tra capitale e lavoro è di co-dipendenza e reciproca costituzione. Il lavoro libero non è quindi necessariamente immediatamente sfruttato e d’altra parte si genera all’interno delle logiche del capitale, il quale non se ne riappropria successivamente, piuttosto lo nutre e lo esaurisce. Il lavoro immateriale è visibilmente diffuso e si alimenta di passioni ed affetti, di relazioni sociali ed emotività È quello che osserviamo dietro la cura di un blog o nella condivisione di contenuti nei social network, nell’attività di citizen journalism e nei mille rivoli che stanno creando un contesto di social news. E d’altra parte nei progetti editoriali che lo incoraggiano, chiedendo, come CNN iReport, di incanalare nelle piattaforme riconosciute l’energia generata.

2. Il punto non è tanto chiedersi quando e come l’architettura della partecipazione diventa sfruttamento ma piuttosto come vada compresa la realtà del playbor (play+labor) al di là di una contrapposizione moderna tra sfruttatori e sfruttati. L’architettura della partecipazione non produce sfruttamento in astratto. Dobbiamo quindi concentrarci sul livello delle pratiche per osservare le dinamiche di libertà e dissipazione messe in gioco e analizzare gli universi discorsivi e l’orizzonte di senso che i soggetti implicati producono. Quello che c’è dietro alla scelta di tenere gratuitamente un blog in una testata nota, di curare online l’informazione per gli altri, ecc.

Giornalisti italiani e digitale: la trasformazione che passa dai precari

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La ricerca esplorativa del Gruppo di lavoro ‘’Qualità dell’ informazione, pubblicità e nuovi media’’ del Consiglio nazionale dell’ Ordine dei giornalisti rappresenta un’occasione di auto-riflessione all’interno del mondo del giornalismo italiano sulla crescita della cultura professionale nell’ambito digitale o, se vogliamo, su come il digitale sia entrato nella vita quotidiana della professione.

E in tal senso possiamo osservare come ci si trovi di fronte ad una trasformazione che segue quella lenta accelerazione – mi si permetta l’ossimoro – che caratterizza il rapporto tra gli italiani e la sfera digitale, con la consapevolezza della crucialità dei linguaggi digitale che caratterizza il mondo dell’editoria e lo scarto che crea il modo di pensare la produzione e distribuzione dell’informazione secondo parametri del novecento che richiedono una trasformazione.

Se leggiamo nel dettaglio i dati notiamo una naturale relazione inversa fra anzianità di servizio dei giornalisti che hanno risposto al questionario e l’uso degli strumenti e le competenze digitali. Si tratta però di dati molto meno da digital divide generazionale di quelli che coinvolgono la popolazione italiana: anche le fasce più anziane si informano online e usano i social network in modo significativo.

Ma proprio per questo i dati vanno letti più in profondità, per tentare di cogliere gli elementi di discontinuità professionale. Una discontinuità che ci porta a guardare a quel futuro del giornalismo in era post-industriale di cui ci hanno parlato nel loro libro bianco C.W. Anderson, Emily Bell, Clay Shirky e che traccia le line di adattamento al tempo presente di una professione i cui linguaggi e metodologie produttive sono ancora oggi, nell’era del digitale, fondati su forme proprie della modernità.

E per gettare questo sguardo occorre osservare quella realtà nell’in between in cui sono collocati i non iscritti all’ordine quella manciata di rispondenti che si trovano in una condizione di necessaria sensibilità nei confronti di un mercato editoriale in trasformazione. Sono questi, nel comparto della loro condizione professionale, ad usare maggiormente Internet come realtà informativa (94.7%), ad usare aggregatori di feed RSS per il lavoro o strumenti di condivisione (68.4% ), meno presenti sui blog (2.6%) perché la realtà emergente delle social news impone di essere più presenti sui social network (su tutti con un 10% di scarto con le altre categorie professionali): su Facebook con account lavorativo e personale (57.9% ) e Google+ (52.6%) e ad usare Twitter (50%) – gestendo spesso anche l’account della testate per cui lavorano.

Sono micro indicatori di una condizione che vede la professionalità del giornalista passare dalla sua esposizione in pubblico per farsi conoscere e riconoscere e costruire una corrispondenza fra professionalità e reputazione, come le logiche della Rete ci sta insegnando in questi anni. Con un’attenzione per le realtà di un’informazione che si produce e distribuisce sempre di più anche attraverso strumenti di connessione che consentono di unire il fattore news con la qualità delle reti sociali. Sono indicatori infine della necessità di “fare Rete”, e si tratta di capire se una volta passati ad altra condizione abbandoneranno questa loro disponibilità alla connessione o se questa, invece, sarà un punto di forza. Quello che è certo è che sono questi giornalisti che stanno sperimentando forme di “cura” dell’informazione e logiche di produzione e di circolazione dell’informazione che rappresentano l’adattamento al presente che il giornalismo italiano va cercando.

La ricerca la potete trovare qui.

Il tweet anonimo

Dipollina nella sua rubrica Dekoder ha scritto alcuni appunti sulla presenza televisiva di Berlusconi usando spunti tratti da commenti televisivi o dalle pratiche di social television. Quindi citando qua un pensiero di Daniela Santanché  da Quinta Colonna su Retequattro e là un tweet di @Spinoza. Chiude, come ha sottolineato Massimo Gentile, con “un Tweet anonimo”:

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Ora, sappiamo bene che la definizione “Tweet anonimo” non ha alcun senso, sia perché ogni tweet è scritto da un account che è visibile sia perché la ricercabilità e la catena dei re-tweet ti consente, con un minimo di impegno, di risalire alla fonte. Un’attività minima di fact checking che ripaga in completezza dell’informazione.

Chiunque avesse assistito in modalità dual screen al dibattito televisivo Santoro/Berlusconi seguendo l’#hashtag #serviziopubblico o #miconsenta avrebbe visto questo tweet nella timeline disanomizzarsi dietro l’account @ezekiel e avrebbe potuto attribuirlo a Luca Alagna.

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Forse per Dipollina – preso a metafora del giornalismo da sbornia twitterhype – il senso sta nel fatto che provenga da Twitter e non da una persona che twitta. È come dire che è “il popolo di Twitter” a dire, nel suo anonimato di moltitudine eterogenea. Vale la pena citare precisamente solo se una celebrity, nota nei media, riporta qualcosa su Twitter. Anzi, a volte è già sufficiente che “stia” su Twitter, come ci ha insegnato la vicenda del @SenatoreMonti.

Oppure Dipollina ha una tale scarsa dimestichezza con il mezzo da farsi passare un appunto su qualcosa “di cui si parla” senza aver  interesse ad approfondire.

Sia come sia è una “distrazione” giornalistica che abbassa l’asticella della qualità che, come si sa, sta nei particolari. Come l’attribuzione di una dichiarazione o di un Tweet. Anche se questa poi finisce per fare parte di un pezzo con il copyright “Riproduzione riservata”. Ma questa, come si dice, è un’altra storia.

Fare parte dello Huffington Post o farsi da parte

In questi giorni nella parte abitata della Rete si è discusso del fatto che lo Huffington Post Italia non paga coloro che curano i moltissimi (annunciati) blog che rappresentano il corpo vivo del progetto editoriale– cosa perfettamente in linea, peraltro, con quanto avviene nella testata online fondata da Arianna Huffington.

Le posizioni tra detrattori e sostenitori è chiara e riconduce, da una parte, all’annosa quanto inutile contrapposizione fra giornalisti e blogger e, dall’altra, alla relazione tra sfruttatori e sfruttati più o meno inconsapevoli che indebolisce il mercato editoriale professionale (una curation del dibattito la trovate nello Scoop.it di Rosy Battaglia).

Carlo Gubitosa, sul primo versante, quello blogger vs. giornalisti scrive:

il tuo hobbismo [blogger] che se ne frega del salario per le ragioni piu’ varie e’ una seria minaccia alla sopravvivenza di gente che fino a ieri viveva col valore dei propri scritti e oggi stenta a mettere insieme una paga decente perche’ sono arrivati in massa sulla rete persone come te che lavorano gratis pur di mettersi in vetrina […] Non mi illudo che si possa rispolverare la “lotta di classe” per farsi valere come categoria professionale, ma almeno si potrebbe concordare sul fatto che il lavoro gratuito che genera profitto per altri e’ cosa negativa che non danneggia solamente chi lo pratica

La tesi è limpida: il regime di abbondanza di produzione di contenuti si associa ad una ricerca di visibilità che porta alla “dittatura del dilettante” (versione Andrew Keen) e alla mortificazione della professionalità retribuita.

Silvio Gulizia, che cura uno dei blog della testata online, gli risponde:

Tecnicamente parlando, l’HuffPo mi offre la stessa opportunità che mi offrono Twitter o Facebook: entrare in contato con le persone. Il giornalista oggi non può prescindere dall’ascoltare la gente. Perché siamo al servizio del lettore. E se questo lettore continuiamo a ignorarlo, finiamo con lo scrivere solo perché un editore ci paga […]Non scrivo per l’HuffPo, ci tengo a sottolinearlo. Ho aperto un blogger-account per condividere certe riflessioni che altrove non riesco a fare. E posso smettere quando voglio, se avrò la sensazione di essere sfruttato.

La tesi è altrettanto trasparente: i blog dello Huffington Post Italia (o non Italia) sono uno spazio di messa in connessione che consente di prendere la parola in pubblico e renderla visibile, uno spazio di condivisione di un ethos comune: quello di essere parte di una comunità di scrittolettori che mettono in narrazione la realtà attraverso la moltiplicazione di approcci e punti di vista.

Il dibattito utilizza, insomma, linguaggi e logiche del ‘900 (“sfruttamento”, “lotta di classe”) per interpretare uno scenario che è radicalmente mutato.

Ci troviamo oggi di fronte alle tracce di una crescita di processi complessi di negoziazione simbolica e di significato tra produzioni e pubblici nella costruzione di una piattaforma narrativa comune in cui auto ed etero riferimenti ai vissuti (concreti ed immaginati) convergono.

Dal punto di vista dei singoli portatori di interesse (giornalisti, ad esempio, o autori dei blog) diventa facile dire “chi usa chi”: “L’Huffington Post è un cancro che sta diffondendo la sua malattia del “lavora gratis” in tutto il mondo. Produce benefici solo per i suoi proprietari.” – come dichiara  Jonathan Tasini – oppure “I blogger. […] si tratta di voci importanti, che provengono da campi diversi, con sensibilità politiche e culturali diverse, che salgono sulla piattaforma della Annunziata perché da lì possono farsi sentire meglio. Ha molto senso.” – come scrive Riccardo Luna.

Sul piano dell’interpretazione interna al dibattito sono punti di vista irriducibili, inconciliabili. Ma la realtà che stiamo osservando (del giornalismo, del web sociale, delle nuove forme di produzione/distribuzione/consumo online, ecc.) non può essere letta solo attraverso una prospettiva dicotomica “o questo o quello”. Rischiamo di perdere la possibilità di osservare l’emergere di elementi di discontinuità che riguardano sia le forme (simboliche) che i contenuti (i significati). La ricchezza di quanto sta avvenendo online sotto i nostri occhi ha a che fare con l’immediatezza dell’esperienza, che non viene (non può essere) assoggettata ad un’astrazione di stampo utilitaristico, che non è cioè necessariamente riconducibile ad una visione di sfruttamento e di dominio se non applicando sistematicamente un’ermeneutica del sospetto. Esiste invece un significato che si produce da dentro, una semantica che si stabilizza nelle pratiche e che è sociale prima di farsi società. Si tratta di un significato che può essere anche problematizzato da dentro, a partire da quelle differenze che consentono di rendere visibile anche le forme di dissenso.

Sul piano della formula editoriale per me il punto non è tanto che qualcuno accetti di scrivere gratis a fronte di visibilità (potenziale). Il punto è che vengano utilizzate da Lucia Annunziata, come excusatio non petita, affermazioni come questa: ““I blog non sono un prodotto giornalistico. Sono commenti, opinioni su fatti in genere noti: è uno dei motivi per cui i blogger non vengono pagati“.
Come dire: un fatto è giornalismo, un’opinione no. I fatti si pagano, i corsivi no. Con buona pace della tradizione degli elzeviri che hanno svolto una funzione culturale straordinaria.
Non c’è da fare nessuna polemica. Nessuno scontro blogger vs giornalisti. L’attenzione va posta solo sulla scelta di una direzione che sembra avere una sensibilità lontana dalla trasformazione del mondo dell’informazione oggi. Non basta la formula “chiavi in mano” o dare il format. Serve interpretazione del contesto culturale (digitale) in cui si andrà ad operare e visione del mondo dell’editoria italiana online e della sua evoluzione. Abbiamo più che mai bisogno che venga dato “senso” e che si costruiscano premesse meno analogiche di quelle prodotte dalle dichiarazione che l’Annunziata ha fatto.