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I canali Telegram e l’intimità con le nicchie

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Come molti di voi sanno si sono moltiplicati in pochissimo tempo i canali telegram che veicolano news. Telegram è una piattaforma per messaggistica istantanea che consente la crittografia dei contenuti e la possibilità di cancellazione a tempo. Una delle possibilità è però anche quella di creare un canale pubblico uno-a-molti per inviare contenuti, canali che cominciano ad essere utilizzati sperimentalmente sia da testate news che da singoli utenti.
Il fenomeno è  interessante e merita alcune reazioni a caldo, solo piccole note di campo per una realtà che è in rapida evoluzione ed è parte, mi pare, di un cambiamento più ampio: rintracciare i propri lettori in percorsi della vita connessa i più diversi e adatti alle diverse sensibilità, mode e predilezioni (vedi il canale BBC su Viber o Cosmopolitan su Snapchat, per dirne solo due).
I canali Telegram:
1. costruiscono un rapporto con le nicchie: che siano una comunità di interesse, gli influencer o la nuova borghesia digitale, è possibile costruire una relazione più ristretta, capace di “cerchiare” specifici rapporti. E’ questa la sua forza più che sparare nel mucchio. La vocazione anti-generalista è quella che può fare la differenza;
2. creano una dimensione che unisce l’immediatezza della news al senso di intimità di fruizione: la notifica ti arriva sullo smartphone in un canale di un’applicazione che hai scaricato fondamentalmente come chat e che (forse) utilizzi soprattutto per quello: portare un contenuto generalista in un ambiente intimo è di per sé una bella sfida. Spesso i contenuti che ricevo sono accompagnati da un tono che può essere più confidenziale (penso al canale di Domitilla Ferrari), talvolta supportato da elementi più propri di una chat come le gif reactions, ecc. – sono riuscite, ad esempio, molte delle interazioni del canale di Wired Italia;
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3. possono sincronizzare in modo più potente il tempo mediale con quello di vita (vecchia vocazione dei media generalisti): posso cercare di sintonizzarmi con i tempi dei miei pubblici richiedendo la loro attenzione nei momenti che immagino di pausa o di bisogno nella loro quotidianità; posso curare questi momenti attraverso connessioni con  lo zeitgeist della mia nicchia: dai banali modi di introdurre la mattina alle scadenze, eventi, ecc. Si tratta di modalità che sono poco convenzionali per le testate ma che è possibile sperimentare in modo significativo su Telegram, stimolando alla lettura della notifica nel momento giusto. Per questo mi aspetto che chi crea un canale sappia avere il senso del tempo nel comunicare con me.
I social media ci hanno abituato a trovare i contenuti quando decidiamo noi, il canale Telegram gioca rovesciando la logica, perciò avere il ritmo del rapporto giusto diventa fondamentale;
4. creano quindi un contesto “diverso” per trattare informazioni che già circolano su canali con vocazione più mainstream. A che serve ributtare su Telegram contenuti che già si condividono su Facebook o Twitter? Rivedendo i punti da 1. a 3. possiamo immaginare una vocazione diversa, anti-minstream, più attenta a posizionarsi vicino ai soggetti con cui si entra in contatto. Anche a rischio di più alta selettività: ritorniamo qui alla logica delle nicchie.
Per questi motivi l’asticella si alza: richiedere l’attenzione in modo così profondo significa meritarsela. La cura del canale mi immagino avverrà attraverso un’attenzione maggiore per quei dettagli che facciano diventare la news un elemento finale di una relazione più stretta che verrà a crearsi.

Come siamo cambiati da utenti del web: una lettura di Branch e Medium

L’ecosistema dei social media verrà presto perturbato dall’ingresso di due nuovi servizi di social networking che si stanno sperimentando con ingresso progressivo di utenti: Branch e Medium. Finanziati – più o meno direttamente – dal duo di Twitter  Evan Williams e Biz Stone i nuovi ambienti rappresentano chiaramente due modi di estendere il panorama editoriale di scritture/selezione/circolazione/lettura che Twitter ha contribuito a generare.

Branch consente ad esempio ai micro contenuti di trovare un luogo elettivo per farsi occasione di conversazione. Prendete quei Tweet che generano discussioni limitate dai 140 caratteri, con la difficoltà di inserirsi o tenere traccia della sequenza temporale; prendete quelle volte che avreste voluto che un tweet vi permettesse di avere un’occasione più ricca di scambio senza intasare la timeline di chiunque, quelle volte, per capirci, che avete avuto nostalgia di FriendFeed… Immaginate quindi si possa portare un tweet a diventare un branch e trascinare in una conversazione, peraltro aperta in quanto tale e non dipendente in fondo dalle nostre timeline.

E le conversazioni prodotte in Branch possono essere portate altrove, arricchendo blog e flussi diversi di contenuti tra incorporazione e segnalazione.

Sì perché Branch pensa ad un lettore/scrittore più estemporaneo e meno vincolato In sintesi: siamo di fronte alla consapevolezza che pubblicare sta diventando un gesto molto meno strutturato e più casuale.

Non si deve essere un blogger per pubblicare. Non è un mestiere, non richiede continuità, non ci chiude in un luogo preciso. E Medium è pensato in questo senso.

Medium è l’acquisizione della consapevolezza che l’era degli user generated content non è solo possibilità di pubblicazione e trasformazione del lettore in scrittore. È anche un’era di distributed content in cui l’audience fa il suo mestiere di leggere/vedere/ascoltare contenuti, apprezzandoli o denigrandoli, parlandone ad altri fino a produrre notorietà attorno ad un contenuto ma il tutto in modo visibile e consapevolmente connesso: con like, commenti, condivisioni, segnalazioni, tagging, ecc. Non importa essere un blogger o dover per forza riempire di post su news e gossip le timeline degli altri: siamo produttori anche quando aiutiamo a selezionare e diffondere i contenuti, quando li arricchiamo in capacità di costruirci attorno relazioni sociali che li impreziosiscono. Come viene spiegato:

Medium è stato progettato per permettere alle persone di scegliere il livello di contributo che preferiscono dare. Sappiamo che la maggior parte delle persone, per la maggior parte del tempo, si limiterà a leggere e visualizzare il contenuto, e va bene così. Se vogliono possono fare clic e indicare se un contenuto è ritenuto valido, dare un feedback al creatore e aumentare le probabilità che altri lo vedano.

Ciò che tende ad emergere non è tanto l’autore di un post ma il tema: Medium organizza infatti in “collections” i post strutturando, di fatto, una redazione collettiva di contenuti su un argomento e sganciandoli (per ora) da una pagina identitaria di chi scrive (come invece la logica del blog ci ha insegnato). Non ci abboniamo quindi più ad un autore ma ad un tema. Come scrive Luca De Biase “i tag non sono etichette che si aggiungono ai post, ma sono stimoli che invitano a scrivere un post”. E questo potrebbe diventare un elemento significativo per portare alla visibilità contenuti propri da sfera pubblica, consentendone la riorganizzazione ambientale che oppone la concentrazione alla dispersione di flusso. Qualcosa che sotto traccia possiamo leggere anche nel commento augurale che di Medium fa Dave Winer:

Please let Medium be something more than another high-walled silo for capturing people’s writing […] let it also be a lens for viewing content that’s stored elsewhere. Let people viewing content through that lens see no difference in fidelity from the content that was authored on your system, and stored on your system.

E’ presto per delineare un qualche scenario future che potrebbero o non potrebbero disegnare Branch e Medium. Quello che ci interessa è sottolineare la capacità perturbativa che possono introdurre in un ecosistema in cui Facebook. Google+ o Pinterest ma anche servizi di social tagging come Delicious ci abilitano a pensare forme di notazione e condivisione di contenuti in pubblico assecondando logiche di relazione sociale e messa in connessione. Da questo punto di vista mi sembra che siano entrambi luoghi che assecondano le tendenze alla produzione/distribuzione/consumo di contenuti che oggi si stanno delineando, tra necessità di scivolamento libero in un flusso continuo e capacità di farli emergere arricchendoli e la definizione di un utente “readwriter” che non distingue pragmaticamente quasi più tra lettura passiva e scrittura attiva, colmando lo spazio tra i due estremi con molteplici sfumature di engagement.

Il terremoto che corre su Twitter (tacendo i media): tra fatti e testimonianze organizzate dalla timeline

[immagine di geolocalizzazione dei Tweet che ho estratto alle ore 10.23]

Il terremoto di questa notte ci ha svegliati con la preoccupazione di informarci per capire cosa stava succedendo, l’entità della scossa, dove fosse l’epicentro. La cosa più naturale è stata correre su Twitter. Per quasi 40 minuti era la sola fonte informativa disponibile. La televisione dava altro – difficile mettere in moto la macchina per la diretta nella notte. Il sito dell’Ansa era crollato sotto l’eccesso di richieste di contatto. Inutilmente crollato perché alle 5 del mattino ancora non forniva nessuna notizia su quanto stava accadendo.

Allora restava Twitter, con i tweet dei tuoi amici che geolocalizzavano la scossa e la sua entità, mettendo a fuoco l’evento. Milano, Genova, Bologna, Modena, Venezia, Ferrara … finché @gluca non ha postato l’immagine di casa con gli oggetti a terra e in pochi secondi davanti a me avevo già visualizzato l’epicentro emotivo.

Si sono succeduti i racconti di ansie e preoccupazioni, con il loro carico di comunicazione fàtica che serviva a gestire il carico emozionale di chi viene svegliato nel mezzo della notte da un letto che traballa e vede oscillare il lampadario per lunghissimi secondi. Lo si vede soprattutto dal rapporto tra numero di tweet e retweet – 59% (elaborazione mia da Tweet Charts su due ore campione). Il terremoto è andato così in diretta su Twitter.

Ma Twitter questa notte non è stato solo testimonianza di chi si trova di fronte ad un fatto e lo racconta o la messa in connessione delle emozioni. Le prime informazioni su epicentro e magnitudo sono comparse da chi ha twittato i dati dei sismografi, i primi consigli sono stati dati da profili di persone che si occupano di sicurezza. Molti hanno messo a frutto la loro creatività e competenza per mappare gli eventi restituendo una sintesi efficace e geolocalizzata che ha il sapore di un’informazione  costruita collettivamente dai cittadini.

Come la mappa aggiornabile in tempo reale con segnalazioni di video, news, ecc. (la segnala anche Massimo).

A seguire abbiamo avuto le molte immagini scattate e messe online dai cittadini, le stesse che troveremo sulle testate online stamattina assieme ad un liveblogging dei tweet che di ora in ora si fa più confuso perché cresce un rumore di fondo che i media non filtrano. La mia timeline sì. Posso distinguere fra i contenuti di un #hashtag #terremoto che aggrega tutto e un filtro curato di quei contatti che nella notte sono stati informativi e continuano ad esserlo in queste ore: il mio canale pubblico/privato che in un mix fra competenza (selezione e cura) e presenza sui luoghi (testimonianza) mi restituisce una fotografia in tempo reale.

Per questo le istituzioni, come la Protezione Civile, avrei voluto fosse presente da subito su Twitter, per lasciare curare le informazioni a chi lo fa di mestiere e può rispondere attraverso un mezzo diffusivo e potente (e che può raggiungere anche le persone in strada grazie alla mobilità delle connessioni socialmediali) aiutando a gestire i momenti di crisi. Per questa volta ci siamo arrangiati tra noi, con le nostre reti emotive che quando serve possono diventare un luogo in cui auto-organizzare fatti e testimonianze.

Update:

Credo sia importante anche ricordare che in momenti come questi ci siano anche informazioni intrusive e collaterali ma spesso preoccupanti e stranianti. Red Ronnie (personaggio pubblico con oltre 24.500 follower su @RedRonnieRoxy) ha twittato per moltissime ora alla sua timeline spesso retwittando umori, emozioni, visioni e fatti sul terremoto. E’ stato per molti il collante di connessione di quelle ore (non tutto il “pubblico” su Twitter che magari è entrato per seguire personaggi famosi sa usare gli #hashtag). Ad esempio ‏@Guido0669 scrive “Caro @RedRonnieRoxy ribadisco: stanotte sei stato il VERO servizio pubblico X ore nessuna rete TV sulla notizia in tempo reale!!#terremoto”. Non i tweet aggregati attorno a #terremoto ma  @RedRonnieRoxy. Una funzione importante che una celebrity può avere, quindi. Quello che turba è quando twitta, quasi da subito, la relazione fra il terremoto e le profezie dei Maya.

Ecco, questo miscelarsi fra fatti e pure opinioni (millenariste) lo trovo un servizio scarsamente informativo. Ma, potremmo dire, ognuno ha la timeline che si merita (che è costruito). Il fatto veramente grave a livello informativo, per me, è che SKYTG24 e TG1 (servizio a pagamento e servizio pubblico pagato da un canone) lo abbiano chiamato per avere una sua testimonianza rilanciando ai telespettatori la relazione fra terremoto e Maya. Ecco questa credo sia un bruttissimo modo di fare informazione.

 


Il consumo di news in Italia: un’agenda costruita dal media mix e l’informazione come moneta relazionale

L’ecosistema dell’informazione, come sappiamo, sta cambiando. E abbiamo ormai diverse analisi che ci mostrano come l’offerta di news e l’accesso alla realtà dell’informazione stia mutando con il digitale. E abbiamo anche il sentore che  i comportamenti dei lettori di news stiano cambiando profondamente e che gli ambienti di social networking in Rete, partendo da Twitter e Facebook, siano rilevanti per il nostro modo di distribuire e consumare news. Si tratta di una percezione che ci sembra di vivere sulla nostra pelle di utenti assidui della Rete e che trova una conferma nell’esperienza americana del monitoraggio costante che fa Pew Research Center’s Internet & American Life Project (qui una sintesi), conferma però che riteniamo “estrema” e “più avanzata”. In fondo l’Italia ha sue logiche produttive e di consumo dell’informazione e le esperienze online ci sembrano (sembrano al sistema dei professionisti dell’informazione, per la verità) casi isolati e quasi sperimentali.

Per questo mi sembra importante per capire la mutazione in atto partire per una volta dai dati nazionali, quelli comparabili con le ricerche Pew, perché ci sanno raccontare come gli italiani stanno modificando il loro modo di costruire una dieta informativa e di consumare news. Per farlo, giocando in casa, vorrei usare  i primi risultati della ricerca 2012 del LaRiCA (Università di Urbino Carlo Bo) sui cambiamenti del consumo di informazione in Italia, Cati su un campione di 1031 Italiani adulti rappresentativo della popolazione (una sintesi è stata presentata al #ijf12 e nel sito news-italia.org è possibile trovare gli stati di avanzamento e il report dell’indagine 2011).

Il panorama che ci troviamo di fronte è caratterizzato da un 70% di italiani che dichiara di seguire anche più volte al giorno l’informazione, con un’assiduità di fruizione che decresce al decrescere dell’età, arrivando ad attestarsi al 57% per la fascia dei giovani adulti (18-29 anni). Il medium onnipresente quando parliamo di consumo di news è la televisione nazionale, che per quasi il 90% degli italiani resta un accesso irrinunciabile al mondo dell’informazione anche se va sottolineato come la TV rappresenti “un” elemento di una dieta mediale che è più ricca. Sono infatti pochi (4%) quelli che si affidano a un solo mezzo di comunicazione mentre quasi la metà degli italiani usa una combinazione compresa fra 5 e 7 mezzi di comunicazione diversi (49%) tra tv nazionale e locale, carta stampata nazionale e locale, radio, all news satellitari e Internet. Informarsi per metà degli italiani significa quindi disporre di un media mix di accesso e costruire la propria dieta in modo multicanale.

Rispetto al 2011 possiamo notare un aumento di attenzione per i canali all news (quasi il 60% con +6.6%), mentre diminuisce quella per i quotidiani nazionali (59.6%, -3.5%) e locali (54% -5%) e troviamo una crescita dell’uso di Internet per consumare news (58.5%, +7.4%). Facendo un piccolo gioco scorretto metodologicamente, ma significativo metaforicamente per raccontare lo spirito dei tempi, potremmo azzardare che la diminuzione del consumo di informazione su carta è compensata da quello sul web. Quello che è certo è che la Tv è qui per restare, aiutata probabilmente anche dalle pratiche di social television che associano fruizione televisiva a forme di condivisione e commento online (magari su un social network con i propri friend o nel flusso di un #hashtag). Mentre l’editoria di carta sembra risentire maggiormente di un mutamento dell’ecosistema a cui corrisponde un adattamento di consumo di news che ne mette in crisi formati e probabilmente linguaggi.

Passando ad analizzare gli utenti Internet (in Italia sono il 60% della popolazione) quelli che usano la Rete per accedere e consumare informazione sono più della metà, il 58% con un +7%rispetto al 2011. Ma se vogliamo capire le linee di tendenza allora forse vale la pena osservare il comportamento di consumo delle news online dei giovani adulti. Nella fascia d’età 18-29 anni è il 95% ad accedere all’informazione (anche) attraverso Internet ma solo la metà (57%) segue le news quotidianamente, mostrando un comportamento di consumo più occasionale rispetto alla media degli italiani (70%) e più dedito ad una lettura ad ampio raggio, anche su tematiche sulle quali non si è mai focalizzato particolarmente (93%). Sembra che ci troviamo di fronte ad un uso dell’informazione apparentemente molto più vicina alle logiche di intrattenimento e tempo libero che di approfondimento e quotidianità. Quello che emerge è un rapporto occasionale e meno routinizzato con il mondo news, fatto di incontri casuali e dovuti al fatto di avere tempo a disposizione per navigare più che dedicare specificatamente tempo ad approfondire gli eventi del mondo. Ma è anche un comportamento probabilmente dovuto ad un modo diverso di percepire il valore sociale dell’informazione, come emerge dall’attenzione per una condivisione sociale delle news: oltre il 50% dei giovani adulti ritiene rilevante nella sua scelta del canale news online “poter seguire il sito di informazione attraverso Facebook” e “poter condividere facilmente con gli altri le notizie contenute nel sito, via e-mail o su Facebook o altri siti di social network” (69%). Il fatto è che per i giovani adulti “incontrare” e “consumare” notizie è sempre più anche una moneta relazionale e il processo di fruizione un atto sociale di messa in connessione con gli altri.

Per quanto riguarda invece i siti di social network e i comportamenti correlati cresce chi dichiara di ricevere informazioni attraverso un sito come Facebook o Twitter. Il 37% di chi usa Facebook (+4% rispetto al 2011) dichiara di ottenere notizie e informazione da un’emittente tradizionale o da un singolo giornalista seguito mentre il 49% (+9% rispetto al 2011) dichiara di ricevere informazioni condivise sul social network da un non professionista dell’informazione (inclusi amici personali e parenti). Fra chi usa invece Twitter queste percentuali si attestano rispettivamente al 30 (+6%) e al 46% (+1%). In sintesi quasi la metà degli utenti di social network (equivalenti al 17% degli italiani per Facebook e al 5% per Twitter) si informa attraverso un agenda non completamente controllata dai professionisti dell’informazione. Se è vero che le informazioni condivise fra i pari rimandano spesso a fonti informative alimentate dai professionisti dell’informazione, va comunque sottolineato il cambiamento nella costruzione di un agenda che, nel caso di questi utenti, è spesso frutto degli interessi dei propri contatti sui siti di social network.

Anche ad un primo sguardo ci troviamo di fronte ad un ambiente di consumo di news online in cui i meccanismi di reciprocità relazionale contano, un ambiente in cui emergono nuovi intermediari non professionisti nella distribuzione e selezione delle news che fanno parte della nostra rete di relazioni sociali, un contesto in cui l’informazione tende sempre più a connettersi al valore sociale delle reti attraverso cui la incontriamo. Più in generale questa tendenza va a miscelarsi con bisogni di multicanalità (l’accesso in mobilità è al 31% con +3% rispetto al 2011) che raccontano una costruzione dell’agenda fatta anche da un accesso plurale ai mezzi di informazione. Costruire l’informazione e renderla accessibile sapendo leggere i comportamenti di consumo mutati rappresenta forse la sfida più urgente dal punto di vista del sistema dell’editoria nazionale.

[Potete leggere la versione su TechEconomy.it]

L’anno che verrà. Giornalismo e conversazioni dal basso sul lutto connesso per Lucio Dalla

I giornalisti hanno scelto di contornare come al solito la news del momento con quel plus di notiziabilità che è offerto da sentimenti ed emozioni raccolti in 140 caratteri su Twitter o su uno status di Facebook. Il fenomeno è noto, lo abbiamo visto ricorrere anche recentemente nei momenti di grande tragedia come quello della Costa Concordia o, più banalmente, nella quotidianità della neve. L’occasione in questi giorni è data dalla morte di Lucio Dalla.

La celebrazione collettiva e pubblica della morte nella nostra epoca assume la dimensione di un lutto mediale in cui si intrecciano sempre più le forme della comunicazione di massa con le narrazioni interpersonali in pubblico.

E allora via al racconto costruito da programmi televisivi, dallo speciale di Porta a Porta al bellissimo Blob Lucio Dalla su RAI3, per prendere due estremi nella mia personale valutazione; e telegiornali: non c’è stata testata che non abbia dato ampio spazio al racconto della vita di Lucio Dalla inventando anche modi originali per commemorarlo come il pessimo Karaoke de L’anno che verrà cantato dalla “gente” e montato dal TG di La7; e quotidiani nazionali e locali: la pagine “Bologna” de La Repubblica e de Il Resto del Carlino erano nelle scorse giornate praticamente monografici.

E contemporaneamente non c’è stata testata giornalistica che non abbia sottolineato anche “Il dolore sul Web”, “L’addio su Internet” e altre titoli simili con poche varianti che miscelavano l’affetto colletivo con il dolore connesso attraverso i social network. Niente di strano, il fenomeno, come detto lo conosciamo. Solo che questa volta abbiamo assistito ad una forma del racconto diversa da quella usuale. I protagonisti che hanno rappresentato “il popolo della Rete”, che erano al centro del racconto sono stati i vip. Lo esprime bene Massimo:

Il giornalismo usuale prende un video in cui un Jovanotti stonato si riprende in auto mentre canticchia Disperato Erotico Stop e ignora la marea di cose interessanti e cariche di senso che migliaia di persone che hanno amato Dalla hanno riversato in rete in questi giorni. Oppure organizza, come molti hanno fatto in queste ore, una galleria di cinguettii VIP dove Paola Saluzzi o altre star incontrastate staccano su Twitter le proprie prime parole una volta raggiunte dalla triste notizia.

E si parla di cosa hanno scritto Ligabue o Vasco su Facebook oppure si rincorrono i vip tweet con #luciodalla per raccontare che Milly Carlucci scrive “Se ne va un grande amico” o che Gerry Scotti twitta “Addio Lucio. La tua musica resterà per sempre”. Segnalazioni anche per le operazioni (dubbie?) di commozione celebrativa di colleghi famosi, come Dolcenera che improvvisa Com’è profondo il mare caricandolo su YouTube.

Il pubblico diventa improvvisamente poco rilevante, come spiega Laura, ed è il personaggio noto che twitta a fare notizia. Dopo un certo periodo in cui la forza di racconto dei social network stava nella produzione intrecciata di conversazioni fra le persone (pubblici, consumatori e cittadini) e la loro resa in pubblico anche da parte dei media, oggi il giornalismo dei mass media sembra riprendere la via dell’autoreferenza per cui è rilevante ciò che già è rilevante, cioè noto. La crescita della presenza delle celebrity italiane (di diversa natura e “pezzatura”) all’interno di Facebook o, ancora meglio, Twitter e il loro produrre contenuti istantanei ed estemporanei, frasi lapidarie che funzionano come commenti disponibili sui fatti del mondo da usare senza passare dalla forma dell’intervista, fa gioco ad un giornalismo che vuole coniugare la “freschezza” informativa di un ambiente come il web con l’immediatezza della notiziabilità: “l’ha detto un personaggio famoso”. Il contenuto non è necessario sia rilevante.

Così le migliaia di micro storie che le persone dedicano a Lucio Dalla passando dai loro ricordi alle emozioni, la ritualità connettiva di stringersi attorno ad un #hashtag, passa in secondo piano rispetto ad un “Ciao Lucio” scritto da un vip qualsiasi.

Questa forma di resistenza della società dello spettacolo, la battaglia di retroguardia di un giornalismo poco avvezzo ad interpretare e trattare i linguaggi del web sociale e che si rifugia nelle formule trite che più gli sono consone (il tweet di una persona famosa è come una dichiarazione che gli ho strappato e da usare per dare più valore al mio pezzo), rappresenta solo una fase della trasformazione che stiamo vivendo. Una trasformazione che riguarda l’anno che verrà in cui “i muti potranno parlare mentre i sordi già lo fanno”. Sì perché la presa di parola dal basso – e lo scrivo ideologicamente, permettetemelo – di coloro che non avevano parola in pubblico (i muti) tende sempre più ad emergere e i linguaggi della comunicazione di massa che possono pensarsi come un discorso senza bisogno di ascolto (i sordi) faticano a sintonizzarsi con la mutazione dei nostri tempi. Perché la forza dei racconti dal basso, la loro capacità di aggregarsi e rendersi visibili, e l’azione di curatela – sempre dal basso – di questi flussi per farli ricircolare sottolineandone il “senso” è una possibilità interessante che si dischiude per la comunicazione. Anche per quella di massa e istituzionale.

Mi piace allora quando allo spettacolo generalista si affianca la forza di azioni aggreganti capaci di raccontare, come lo Storify che raccoglie i tweet #Ciao Lucio dei bolognesi organizzato da @twiperbole account ufficiale della Rete Civica Iperbole di Bologna.

La costruzione della news dalle conversazioni su Twitter: appunti sparsi sul #fake Alemanno, Rita dalla Chiesa e la nevicata a Roma

La Repubblica di Roma riporta un battibecco fra il primo cittadino, il sindaco Gianni Alemanno, e la conduttrice televisiva Rita dalla Chiesa, che su Forum, mette in scena cause civili. Il tema è la nevicata romana e la discussione polemica nasce su Twitter – come segnala @talentosprecato.

Vale la pena di leggerlo a mo’ di conversazione e di soffermarsi sui dettagli:

RDC: @AlemannoTW scusi, sindaco, ma dopo cinque ore di macchina, una domanda: dove sono i vigili per regolare un po’ di traffico agli incroci?

GA: @ritadallachiesa tutti gli uomini disponibili sono in azione per interventi e soccorsi – stiamo facendo l’impossibile.

RDC: @AlemannoTW in macchina da ormai sette ore. Roma nord bloccata! Alberi caduti dappertutto. Ma al nord, con la neve vera, come fanno?

GA: @ritadallachiesa scusi, secondo lei mezzo metro di neve è finta. Capisco la sua rabbia ma noi abbiamo fatto l’impossibile.

GA: @ritadallachiesa Rita come va? Sto inviando due termos di the caldo. Faccio il possibile.

GA: EMERGENZA NEVE: PREGHEREI @ER_PALETTA DI SGOMBRARE IL VIALETTO DI @ritadallachiesa PER CORTESIA (tweet che poi è scomparso)

RDC: @AIemannoTW @er_paletta al vialetto di casa mia ci penso io! lei dica a @erpaletta di andare ad aiutare i romani che hanno bisogno di aiuto

GA: @ritadallachiesa Rita passeremo la notte a organizzare Carnevale On Ice grande idea per la grande Roma E per i cittadini#romacarnevaleonice

RDC: @AlemannoTW potrebbe spiegare perché e’ sparito il suo tweet Dite ar Paletta di andare a spalare il vialetto di@ritadallachiesa?

GA: @ritadallachiesa Rita non è sparito c’è solo un po’ di traffico sulla nomentana. Sono un suo grande fan cmq!

GA: @messaggiodiretto : @ER_PALETTA aggiorname ‘n po’ su ‘sta questione #vialetto de rita; e @magalli poi t’aa fatto er l’autogrefo p’a bimba?

Non occorre essere acuti verificatori di fonti, un po’ di pratica digitale associata a Twitter (ricostruire ad esempio le conversazioni, andarsi a vedere i profili) e si scopre immediatamente che quello di Alemanno è un account fake. Trovate scritte cose come “EMERGENZA NEVE PER GLI STUDENTI: SPERO SIATE ANDATI BENE IL PRIMO QUADRIMESTRE, LE SCUOLE RIMARRANNO CHIUSE PER SEMPRE” oppure “Si prega di segnalare persone particolarmente bisognose di soccorso: bimbi, anziani, ammalati. Zingari, negri, omosessuali.#romacittaaperta”.

Sulla funzione di detournement del senso degli account fake dei politici – nel bene e nel male – e della necessità di “curare” i propri flussi informativi, da giornalisti e da cittadini, ho già detto quello che penso.

Vale la pena soffermarsi invece ad osservare l’associarsi fra lo “sbrigatismo” informativo di un giornalismo che rincorre oggi quello che si sente/legge su Twitter, l’utilizzare un social network come fonte affidabile rinunciando al principio di verifica e la crescente abitudine del giornalismo nazionale a “condire” le notizie pubblicate pescando nel mare dei Tweet o costruire una notizia a partire da lì. C’è in tutto questo un principio di illusione: quello di credere sia possibile accedere in modo im-mediato ai fatti, perché online si producono eventi o si commentano eventi in modo continuativo e costante. Così la mediazione della Rete viene scambiata per una immediatezza di accesso al mondo, dimenticando che dietro la comunicazione vige sempre un principio di “costruzione” della realtà: io ti posso dire quale esperienza sto vivendo dal mio punto di vista e tu puoi fare esperienza della comunicazione non dell’evento che io sto vivendo.

Fare di quest’anno l’anno zero delle social media news e sposare un atteggiamento di pragmatismo digitale del sistema dell’informazione significa cominciare ancora più seriamente a riflettere sulla relazione tra eventi e comunicazione degli eventi nell’epoca della connessione di Rete – e quindi tra percezione e costruttivismo.

Network pragmatism ed ecosistema dell’informazione

Luca De Biase ha scritto un importante post per mettere a fuoco alcune mutazioni e rischi del sistema dell’informazione al tempo dei civic media. Anche in contrappunto ad alcune riflessioni di Gianni Riotta.
Trovo però che il limite di molti dei ragionamenti che facciamo attorno al contesto attuale sia che cerchino di trasporre le caratteristiche moderne dell’informazione, il modo di produrre-distribuire-consumare nato con i mass media, all’interno di un ambiente in cui la forma dell’informazione impatta e collide con le dinamiche relazionali che avvengono nello stesso luogo: cioè il fatto che la relazione fra forme di comunicazione interpersonale e di massa si è riarticolato attraverso forme di accoppiamento nuove.

Si tratta, inoltre, di un contesto in cui troviamo anche la presenza di quei media di massa che fanno informazione. Social curator e redazioni stazionano assieme su Twitter, giornalisti e amici che segnalano news li abbiamo, magari, tra i nostri friend. E anche i contesti informativi che creiamo, come i quotidiani online, generano la realtà da cui, nel dibattito, vorremmo allontanarci. Ad esempio scrive Riotta:

Sui primi due giornali italiani, Repubblica e Corriere, i video più visti online questo sabato comprendono la ragazza che si tuffa nel lago e sbatte il sedere perché è gelato, la scema che fa la capriola e cade dal letto, il fusto che solleva 150 chili e sviene, il reporter sfiorato da un aereo e la cliente infuriata che devasta il locale perché il panino non le piace troppo.

Possiamo concentrarci sulla gente che sceglie l’intrattenimento dentro un contesto informativo o su chi (la testata) inserisce in un contesto informativo video come questi. Una circolarità da cui difficilmente usciremmo.

La realtà è che molte delle critiche che si stanno producendo echeggiano ancora le posizioni di Andrew Keen presentate nel suo saggio “The Cult of the Amateur” – tradotto in “Dilettanti.com” – dove viene denunciata la “grande seduzione” che sta generando un punto di vista superficiale sul mondo prodotto da

un puro e semplice rumore generato dalle centinaia di milioni di blogger [ma aggiungete pure persone sui social network] simultaneamente impegnati a parlare di sé stessi.

Si tratta di una tagliente critica generalizzata che colpisce la generazione UGC, così come le pratiche di citizen journalism, la realtà della wikinomics, ecc.
E qui veniamo ad un primo punto. Internet rischia di generare differenze senza valore per cui sulla crisi asiatica il Nobel Amartya Sen è sullo stesso piano del suo anonimo aguzzino via blog. Occorrerebbe allora, sostiene Riotta, “riportare gerarchia di valori (il bene migliore del male), autorevolezza di tesi (il Nobel Amartya Sen la sa più lunga sulla crisi asiatica del suo anonimo aguzzino via blog), limpidezza di discussione”
Il “pragmatismo digitale” punta il dito sulla dittatura del dilettante, dell’anonimo, che si impone su quella dell’esperto e dietro alle apparenze di una disintermediazione capace di democratizzare i processi conoscitivi e produttivi nasconde un’ideologia, quella del web 2.0, che in realtà propone una forma di appiattimento del mondo e di svaporamento dei valori che tengono insieme processi educativi, conoscitivi e produttivi. Si tratterebbe di una miscela di tecno-illuminismo e principi libertari, quelli propri delle ideologie che stanno alla base di molta vulgata sullo sviluppo di Internet, che tende a valorizzare l’esistenza dei mercati di nicchia eliminando la fondamentale funzione degli intermediari culturali – ad esempio i giornalisti professionisti, gli editori, le case discografiche  – a favore di una big conversation su ogni argomento, quando in realtà abbiamo a che fare con, come scrive Keen, “milioni e milioni di scimmie esuberanti […] che stanno dando vita a una foresta infinita di mediocrità”.

Al di là di tutto, la polemica culturale su questi temi tiene sveglia l’attenzione critica rispetto ad atteggiamenti di esaltazione delle virtù salvifiche del web partecipativo. Eppure la logica di fondo che contrappone il valore dei media tradizionali e delle figure professionali istituzionalizzate ad un disvalore deterministicamente prodotto dall’amatorialità diffusa di massa nel web, non mi convince fino in fondo.

Ad esempio gli obiettivi di un regista e la macchina industriale di massa che sta alle sue spalle e quelli di un teenager che carica un video su YouTube con l’intento di intrattenere gli amici sono, ovviamente, diversi e non in competizione. Quando però ci troviamo di fronte ad un servizio con contenuto giornalistico prodotto dal basso, con riprese, ad esempio, da una zona di guerra o con la messa online del video “Morti collaterali” da parte di Wikileaks, denuncia anonimizzata rispetto alle fonti, in cui si vede l’uccisione da parte dei militari USA di una dozzina di civili – compresi due membri di Reuters – in Iraq, allora la realtà che stiamo valutando si fa un po’ più complessa. Oppure se pensiamo alla distribuzione di contenuti su blog e Twitter della rivoluzione Verde in Iran non possiamo pensare di liquidare in modo semplicistico gli UGC. Logiche relazionali e forme dell’informazioni si connettono in modi complessi.

E anche quando si pensa alla realtà dei contenuti online come ad una melassa indifferenziata di mediocrità, con la difficoltà di selezionare non avendo più efficaci intermediari culturali e, quindi, ad una conseguenza deterministica sulla cultura nei termini di un appiattimento, forse si generalizzano meccanismi che in realtà funzionano diversamente.

Un secondo punto ha quindi a che fare con la capacità di selezione ed il rischio di omofilia, per cui tendiamo ad incontrare contenuti incapaci di produrre differenze rispetto al nostro modo di pensare, meccanismo dovuto sia a come operiamo personalmente che attraverso motori di ricerca come Google – come scrive Eli Pareser “dal 2009 vediamo i risultati che secondo il PageRank sono più adatti a noi, mentre altre persone vedono cose completamente diverse. In poche parole, Google non è più uguale per tutti”.
Quello che è certo è che la strada aperta dall’interconnessione tra contenuti e relazioni sociali è da considerare un punto di non ritorno e anche una delle forze del web sociale. Il fatto che questo si traduca in un principio generalizzato di selezione per cui «posso incontrare solo ciò che possono incontrare e non posso incontrare ciò che non posso incontrare» è, invece, qualcosa che non necessariamente dobbiamo accettare.
Sul lato della selezione una prima risposta può provenire dalle nuove forme di intermediazione collaborativa tra professionisti ed amatori che, non dissolvendo il processo di mediazione, in realtà mostrano nuove e complesse forme di collaborazione e di co-dipendenza. Saper costruire una rete efficace in cui la sintesi e il trattamento dell’informazione è prodotto da un mix fra diversi “curatori” più vicini e distanti da noi in termini di friendship, miscelando così dimensione emotiva e conoscitiva dell’informazione, diventerà una necessità.

Sul lato dell’omofilia dobbiamo imparare a non accettare il fatto che «non sappiamo che non possiamo incontrare ciò che non possiamo incontrare» in termini informativi. Spesso alcuni comportamenti di ricerca di informazione aprono alle differenze rispetto ad altri: pensiamo a quello che emerge quando seguiamo il flusso di un #hashtag. Dobbiamo ripensare la rete in modo consapevole come un luogo in cui dobbiamo preservare la serendipità, riconoscerla, sperimentarla e pretenderla, ad esempio nella progettazione di interfacce – che oggi tendono a segnalare ciò che è “simile a te”.

Per questo alla fine concordo con De Biase che “I commons culturali hanno bisogno di comunità consapevoli. Attive. Colte.”. E con Riotta che occorre “Riportare sulla rete quei canoni di serenità, autorevolezza, vivacità, impegno, buona volontà, dibattito, critica che sono da sempre trade mark della libertà, dell’onestà, della ragione. Senza perderne la ricchezza, la spontaneità, l’uguaglianza”.

Ma per farlo dobbiamo cominciare a pensare la Rete attraverso parametri culturali diversi da quelli che hanno caratterizzato il ‘900 che siano in grado di tenere conto del fatto che la relazione fra forme di comunicazione interpersonale e forme di comunicazione di massa si è riarticolata ed ha assunto nuove possibilità di raccordo dopo che per lungo tempo ci siamo abituati a pensarle e ad osservarle come ambiti distinti e inaccoppiabili. Ecco credo che molto del lavoro che abbiamo da fare e delle cose che dobbiamo capire stiano su questo versante, in un’ottica di network pragmatism.