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I canali Telegram e l’intimità con le nicchie

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Come molti di voi sanno si sono moltiplicati in pochissimo tempo i canali telegram che veicolano news. Telegram è una piattaforma per messaggistica istantanea che consente la crittografia dei contenuti e la possibilità di cancellazione a tempo. Una delle possibilità è però anche quella di creare un canale pubblico uno-a-molti per inviare contenuti, canali che cominciano ad essere utilizzati sperimentalmente sia da testate news che da singoli utenti.
Il fenomeno è  interessante e merita alcune reazioni a caldo, solo piccole note di campo per una realtà che è in rapida evoluzione ed è parte, mi pare, di un cambiamento più ampio: rintracciare i propri lettori in percorsi della vita connessa i più diversi e adatti alle diverse sensibilità, mode e predilezioni (vedi il canale BBC su Viber o Cosmopolitan su Snapchat, per dirne solo due).
I canali Telegram:
1. costruiscono un rapporto con le nicchie: che siano una comunità di interesse, gli influencer o la nuova borghesia digitale, è possibile costruire una relazione più ristretta, capace di “cerchiare” specifici rapporti. E’ questa la sua forza più che sparare nel mucchio. La vocazione anti-generalista è quella che può fare la differenza;
2. creano una dimensione che unisce l’immediatezza della news al senso di intimità di fruizione: la notifica ti arriva sullo smartphone in un canale di un’applicazione che hai scaricato fondamentalmente come chat e che (forse) utilizzi soprattutto per quello: portare un contenuto generalista in un ambiente intimo è di per sé una bella sfida. Spesso i contenuti che ricevo sono accompagnati da un tono che può essere più confidenziale (penso al canale di Domitilla Ferrari), talvolta supportato da elementi più propri di una chat come le gif reactions, ecc. – sono riuscite, ad esempio, molte delle interazioni del canale di Wired Italia;
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3. possono sincronizzare in modo più potente il tempo mediale con quello di vita (vecchia vocazione dei media generalisti): posso cercare di sintonizzarmi con i tempi dei miei pubblici richiedendo la loro attenzione nei momenti che immagino di pausa o di bisogno nella loro quotidianità; posso curare questi momenti attraverso connessioni con  lo zeitgeist della mia nicchia: dai banali modi di introdurre la mattina alle scadenze, eventi, ecc. Si tratta di modalità che sono poco convenzionali per le testate ma che è possibile sperimentare in modo significativo su Telegram, stimolando alla lettura della notifica nel momento giusto. Per questo mi aspetto che chi crea un canale sappia avere il senso del tempo nel comunicare con me.
I social media ci hanno abituato a trovare i contenuti quando decidiamo noi, il canale Telegram gioca rovesciando la logica, perciò avere il ritmo del rapporto giusto diventa fondamentale;
4. creano quindi un contesto “diverso” per trattare informazioni che già circolano su canali con vocazione più mainstream. A che serve ributtare su Telegram contenuti che già si condividono su Facebook o Twitter? Rivedendo i punti da 1. a 3. possiamo immaginare una vocazione diversa, anti-minstream, più attenta a posizionarsi vicino ai soggetti con cui si entra in contatto. Anche a rischio di più alta selettività: ritorniamo qui alla logica delle nicchie.
Per questi motivi l’asticella si alza: richiedere l’attenzione in modo così profondo significa meritarsela. La cura del canale mi immagino avverrà attraverso un’attenzione maggiore per quei dettagli che facciano diventare la news un elemento finale di una relazione più stretta che verrà a crearsi.

Quando i social media diventano di massa

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Osservare oggi la realtà dei social media in Italia significa confrontarsi con la loro mainstreamizzazione.

Questa è il prodotto di un accesso sempre più di massa a cui è corrisposto un uso sempre più “normalizzato” degli ambienti digitali. Fino a qualche anno fa ci sembrava che la condizione naturale di queste realtà fosse il loro essere aperte ad una continua sperimentazione, il loro essere in “beta permanente”, dicevamo, Anche dal punto di vista dell’uso da parte degli utenti.

Oggi questa condizione è diventata sempre più una nicchia evolutiva: l’eccezione e non la regola. La normalità è invece costituita dalla parte emersa, quella che si mostra con tutta la sua auto-evidenza nella nostra esperienza quotidiana, e che mostra come ci sia una centralità dei linguaggi televisivi che ha assorbito logiche e dinamiche della connessione. Ne abbiamo discusso al festival di cultura digitale MedioEra con Antonio Pavolini e Alessio Jacona di come l’uso più recente dei social media finisca per replicare in ogni micro realtà la dinamica celebrity-audience con una vocazione che dipende dall’essere “broadcaster dentro” e che spesso riversa online codici e linguaggi della neoTV caciarona, volgare, sopra le righe, ricca di sfoghi emotivi e dell’equivalenza delle opinioni rispetto alle competenze. In fondo Vittorio Sgarbi al Maurizio Costanzo Show era un esempio di come si trollano gli altri.

Questa percezione del come dover essere in Rete che tende a guidare spesso chi più recentemente è entrato, dipende anche dal racconto che della Rete stiamo costruendo nei media(ne parlo più approfonditamente su Agenda Digitale ), che esalta il carattere di personalizzazione e il culto della celebrity che comunica alle masse: tra Fiorello e Renzi, per capirci.

Non che la Rete sia solo questo, ma il racconto di questa sua parte emersa, il mutamento di scala che l’accesso generalizzato e di massa ha prodotto nei social media, genera una percezione diversa del “dover essere” nell’online che accentua più spesso l’attenzione all’avere un audience che l’esaltazione del versante conversazionale, che è il nostro vero petrolio sociale.

 

L’anno che verrà. Giornalismo e conversazioni dal basso sul lutto connesso per Lucio Dalla

I giornalisti hanno scelto di contornare come al solito la news del momento con quel plus di notiziabilità che è offerto da sentimenti ed emozioni raccolti in 140 caratteri su Twitter o su uno status di Facebook. Il fenomeno è noto, lo abbiamo visto ricorrere anche recentemente nei momenti di grande tragedia come quello della Costa Concordia o, più banalmente, nella quotidianità della neve. L’occasione in questi giorni è data dalla morte di Lucio Dalla.

La celebrazione collettiva e pubblica della morte nella nostra epoca assume la dimensione di un lutto mediale in cui si intrecciano sempre più le forme della comunicazione di massa con le narrazioni interpersonali in pubblico.

E allora via al racconto costruito da programmi televisivi, dallo speciale di Porta a Porta al bellissimo Blob Lucio Dalla su RAI3, per prendere due estremi nella mia personale valutazione; e telegiornali: non c’è stata testata che non abbia dato ampio spazio al racconto della vita di Lucio Dalla inventando anche modi originali per commemorarlo come il pessimo Karaoke de L’anno che verrà cantato dalla “gente” e montato dal TG di La7; e quotidiani nazionali e locali: la pagine “Bologna” de La Repubblica e de Il Resto del Carlino erano nelle scorse giornate praticamente monografici.

E contemporaneamente non c’è stata testata giornalistica che non abbia sottolineato anche “Il dolore sul Web”, “L’addio su Internet” e altre titoli simili con poche varianti che miscelavano l’affetto colletivo con il dolore connesso attraverso i social network. Niente di strano, il fenomeno, come detto lo conosciamo. Solo che questa volta abbiamo assistito ad una forma del racconto diversa da quella usuale. I protagonisti che hanno rappresentato “il popolo della Rete”, che erano al centro del racconto sono stati i vip. Lo esprime bene Massimo:

Il giornalismo usuale prende un video in cui un Jovanotti stonato si riprende in auto mentre canticchia Disperato Erotico Stop e ignora la marea di cose interessanti e cariche di senso che migliaia di persone che hanno amato Dalla hanno riversato in rete in questi giorni. Oppure organizza, come molti hanno fatto in queste ore, una galleria di cinguettii VIP dove Paola Saluzzi o altre star incontrastate staccano su Twitter le proprie prime parole una volta raggiunte dalla triste notizia.

E si parla di cosa hanno scritto Ligabue o Vasco su Facebook oppure si rincorrono i vip tweet con #luciodalla per raccontare che Milly Carlucci scrive “Se ne va un grande amico” o che Gerry Scotti twitta “Addio Lucio. La tua musica resterà per sempre”. Segnalazioni anche per le operazioni (dubbie?) di commozione celebrativa di colleghi famosi, come Dolcenera che improvvisa Com’è profondo il mare caricandolo su YouTube.

Il pubblico diventa improvvisamente poco rilevante, come spiega Laura, ed è il personaggio noto che twitta a fare notizia. Dopo un certo periodo in cui la forza di racconto dei social network stava nella produzione intrecciata di conversazioni fra le persone (pubblici, consumatori e cittadini) e la loro resa in pubblico anche da parte dei media, oggi il giornalismo dei mass media sembra riprendere la via dell’autoreferenza per cui è rilevante ciò che già è rilevante, cioè noto. La crescita della presenza delle celebrity italiane (di diversa natura e “pezzatura”) all’interno di Facebook o, ancora meglio, Twitter e il loro produrre contenuti istantanei ed estemporanei, frasi lapidarie che funzionano come commenti disponibili sui fatti del mondo da usare senza passare dalla forma dell’intervista, fa gioco ad un giornalismo che vuole coniugare la “freschezza” informativa di un ambiente come il web con l’immediatezza della notiziabilità: “l’ha detto un personaggio famoso”. Il contenuto non è necessario sia rilevante.

Così le migliaia di micro storie che le persone dedicano a Lucio Dalla passando dai loro ricordi alle emozioni, la ritualità connettiva di stringersi attorno ad un #hashtag, passa in secondo piano rispetto ad un “Ciao Lucio” scritto da un vip qualsiasi.

Questa forma di resistenza della società dello spettacolo, la battaglia di retroguardia di un giornalismo poco avvezzo ad interpretare e trattare i linguaggi del web sociale e che si rifugia nelle formule trite che più gli sono consone (il tweet di una persona famosa è come una dichiarazione che gli ho strappato e da usare per dare più valore al mio pezzo), rappresenta solo una fase della trasformazione che stiamo vivendo. Una trasformazione che riguarda l’anno che verrà in cui “i muti potranno parlare mentre i sordi già lo fanno”. Sì perché la presa di parola dal basso – e lo scrivo ideologicamente, permettetemelo – di coloro che non avevano parola in pubblico (i muti) tende sempre più ad emergere e i linguaggi della comunicazione di massa che possono pensarsi come un discorso senza bisogno di ascolto (i sordi) faticano a sintonizzarsi con la mutazione dei nostri tempi. Perché la forza dei racconti dal basso, la loro capacità di aggregarsi e rendersi visibili, e l’azione di curatela – sempre dal basso – di questi flussi per farli ricircolare sottolineandone il “senso” è una possibilità interessante che si dischiude per la comunicazione. Anche per quella di massa e istituzionale.

Mi piace allora quando allo spettacolo generalista si affianca la forza di azioni aggreganti capaci di raccontare, come lo Storify che raccoglie i tweet #Ciao Lucio dei bolognesi organizzato da @twiperbole account ufficiale della Rete Civica Iperbole di Bologna.

Network pragmatism ed ecosistema dell’informazione

Luca De Biase ha scritto un importante post per mettere a fuoco alcune mutazioni e rischi del sistema dell’informazione al tempo dei civic media. Anche in contrappunto ad alcune riflessioni di Gianni Riotta.
Trovo però che il limite di molti dei ragionamenti che facciamo attorno al contesto attuale sia che cerchino di trasporre le caratteristiche moderne dell’informazione, il modo di produrre-distribuire-consumare nato con i mass media, all’interno di un ambiente in cui la forma dell’informazione impatta e collide con le dinamiche relazionali che avvengono nello stesso luogo: cioè il fatto che la relazione fra forme di comunicazione interpersonale e di massa si è riarticolato attraverso forme di accoppiamento nuove.

Si tratta, inoltre, di un contesto in cui troviamo anche la presenza di quei media di massa che fanno informazione. Social curator e redazioni stazionano assieme su Twitter, giornalisti e amici che segnalano news li abbiamo, magari, tra i nostri friend. E anche i contesti informativi che creiamo, come i quotidiani online, generano la realtà da cui, nel dibattito, vorremmo allontanarci. Ad esempio scrive Riotta:

Sui primi due giornali italiani, Repubblica e Corriere, i video più visti online questo sabato comprendono la ragazza che si tuffa nel lago e sbatte il sedere perché è gelato, la scema che fa la capriola e cade dal letto, il fusto che solleva 150 chili e sviene, il reporter sfiorato da un aereo e la cliente infuriata che devasta il locale perché il panino non le piace troppo.

Possiamo concentrarci sulla gente che sceglie l’intrattenimento dentro un contesto informativo o su chi (la testata) inserisce in un contesto informativo video come questi. Una circolarità da cui difficilmente usciremmo.

La realtà è che molte delle critiche che si stanno producendo echeggiano ancora le posizioni di Andrew Keen presentate nel suo saggio “The Cult of the Amateur” – tradotto in “Dilettanti.com” – dove viene denunciata la “grande seduzione” che sta generando un punto di vista superficiale sul mondo prodotto da

un puro e semplice rumore generato dalle centinaia di milioni di blogger [ma aggiungete pure persone sui social network] simultaneamente impegnati a parlare di sé stessi.

Si tratta di una tagliente critica generalizzata che colpisce la generazione UGC, così come le pratiche di citizen journalism, la realtà della wikinomics, ecc.
E qui veniamo ad un primo punto. Internet rischia di generare differenze senza valore per cui sulla crisi asiatica il Nobel Amartya Sen è sullo stesso piano del suo anonimo aguzzino via blog. Occorrerebbe allora, sostiene Riotta, “riportare gerarchia di valori (il bene migliore del male), autorevolezza di tesi (il Nobel Amartya Sen la sa più lunga sulla crisi asiatica del suo anonimo aguzzino via blog), limpidezza di discussione”
Il “pragmatismo digitale” punta il dito sulla dittatura del dilettante, dell’anonimo, che si impone su quella dell’esperto e dietro alle apparenze di una disintermediazione capace di democratizzare i processi conoscitivi e produttivi nasconde un’ideologia, quella del web 2.0, che in realtà propone una forma di appiattimento del mondo e di svaporamento dei valori che tengono insieme processi educativi, conoscitivi e produttivi. Si tratterebbe di una miscela di tecno-illuminismo e principi libertari, quelli propri delle ideologie che stanno alla base di molta vulgata sullo sviluppo di Internet, che tende a valorizzare l’esistenza dei mercati di nicchia eliminando la fondamentale funzione degli intermediari culturali – ad esempio i giornalisti professionisti, gli editori, le case discografiche  – a favore di una big conversation su ogni argomento, quando in realtà abbiamo a che fare con, come scrive Keen, “milioni e milioni di scimmie esuberanti […] che stanno dando vita a una foresta infinita di mediocrità”.

Al di là di tutto, la polemica culturale su questi temi tiene sveglia l’attenzione critica rispetto ad atteggiamenti di esaltazione delle virtù salvifiche del web partecipativo. Eppure la logica di fondo che contrappone il valore dei media tradizionali e delle figure professionali istituzionalizzate ad un disvalore deterministicamente prodotto dall’amatorialità diffusa di massa nel web, non mi convince fino in fondo.

Ad esempio gli obiettivi di un regista e la macchina industriale di massa che sta alle sue spalle e quelli di un teenager che carica un video su YouTube con l’intento di intrattenere gli amici sono, ovviamente, diversi e non in competizione. Quando però ci troviamo di fronte ad un servizio con contenuto giornalistico prodotto dal basso, con riprese, ad esempio, da una zona di guerra o con la messa online del video “Morti collaterali” da parte di Wikileaks, denuncia anonimizzata rispetto alle fonti, in cui si vede l’uccisione da parte dei militari USA di una dozzina di civili – compresi due membri di Reuters – in Iraq, allora la realtà che stiamo valutando si fa un po’ più complessa. Oppure se pensiamo alla distribuzione di contenuti su blog e Twitter della rivoluzione Verde in Iran non possiamo pensare di liquidare in modo semplicistico gli UGC. Logiche relazionali e forme dell’informazioni si connettono in modi complessi.

E anche quando si pensa alla realtà dei contenuti online come ad una melassa indifferenziata di mediocrità, con la difficoltà di selezionare non avendo più efficaci intermediari culturali e, quindi, ad una conseguenza deterministica sulla cultura nei termini di un appiattimento, forse si generalizzano meccanismi che in realtà funzionano diversamente.

Un secondo punto ha quindi a che fare con la capacità di selezione ed il rischio di omofilia, per cui tendiamo ad incontrare contenuti incapaci di produrre differenze rispetto al nostro modo di pensare, meccanismo dovuto sia a come operiamo personalmente che attraverso motori di ricerca come Google – come scrive Eli Pareser “dal 2009 vediamo i risultati che secondo il PageRank sono più adatti a noi, mentre altre persone vedono cose completamente diverse. In poche parole, Google non è più uguale per tutti”.
Quello che è certo è che la strada aperta dall’interconnessione tra contenuti e relazioni sociali è da considerare un punto di non ritorno e anche una delle forze del web sociale. Il fatto che questo si traduca in un principio generalizzato di selezione per cui «posso incontrare solo ciò che possono incontrare e non posso incontrare ciò che non posso incontrare» è, invece, qualcosa che non necessariamente dobbiamo accettare.
Sul lato della selezione una prima risposta può provenire dalle nuove forme di intermediazione collaborativa tra professionisti ed amatori che, non dissolvendo il processo di mediazione, in realtà mostrano nuove e complesse forme di collaborazione e di co-dipendenza. Saper costruire una rete efficace in cui la sintesi e il trattamento dell’informazione è prodotto da un mix fra diversi “curatori” più vicini e distanti da noi in termini di friendship, miscelando così dimensione emotiva e conoscitiva dell’informazione, diventerà una necessità.

Sul lato dell’omofilia dobbiamo imparare a non accettare il fatto che «non sappiamo che non possiamo incontrare ciò che non possiamo incontrare» in termini informativi. Spesso alcuni comportamenti di ricerca di informazione aprono alle differenze rispetto ad altri: pensiamo a quello che emerge quando seguiamo il flusso di un #hashtag. Dobbiamo ripensare la rete in modo consapevole come un luogo in cui dobbiamo preservare la serendipità, riconoscerla, sperimentarla e pretenderla, ad esempio nella progettazione di interfacce – che oggi tendono a segnalare ciò che è “simile a te”.

Per questo alla fine concordo con De Biase che “I commons culturali hanno bisogno di comunità consapevoli. Attive. Colte.”. E con Riotta che occorre “Riportare sulla rete quei canoni di serenità, autorevolezza, vivacità, impegno, buona volontà, dibattito, critica che sono da sempre trade mark della libertà, dell’onestà, della ragione. Senza perderne la ricchezza, la spontaneità, l’uguaglianza”.

Ma per farlo dobbiamo cominciare a pensare la Rete attraverso parametri culturali diversi da quelli che hanno caratterizzato il ‘900 che siano in grado di tenere conto del fatto che la relazione fra forme di comunicazione interpersonale e forme di comunicazione di massa si è riarticolata ed ha assunto nuove possibilità di raccordo dopo che per lungo tempo ci siamo abituati a pensarle e ad osservarle come ambiti distinti e inaccoppiabili. Ecco credo che molto del lavoro che abbiamo da fare e delle cose che dobbiamo capire stiano su questo versante, in un’ottica di network pragmatism.