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We the Wikipedia

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Nelle ultime settimane abbiamo imparato a guardare Wikipedia in modo rovesciato: da semplici utenti, come spesso siamo, ci siamo confrontati con la possibilità di diventarne autori.

Il progetto complessivo, lo racconta bene Massimo Mantellini che lo ha sostenuto, coinvolge TIM che lo ha promosso, Wikimedia e le Università. Il progetto pilota è toccato a noi, che abbiamo proposto un metodo di lavoro e sei voci che sono centrali per capire la cultura digitale oggi e che nella versione italiana erano da arricchire, perfezionare o addirittura erano assenti. Il “numero zero” di #wikiTIM sarà realizzato oggi con un edit-a-thon all’Università di Urbino Carlo Bo e verrà raccontato dai protagonisti.

La nostra idea è stata quella di partire dagli UGC, quel contenuto generato dagli utenti che è il motore e il senso di una realtà come Wikipedia. Scegliere questa voce è stato un modo di costruire la nostra mise en abîme che tiene assieme contenuto, forma ed il modo di lavorare stesso. Le altre voci sono arrivate via via con naturalezza: intelligenza collettiva, disintermediazione, cultura partecipativa (che non esisteva in italiano), narrazione transmediale (che era “comunicazione transmediale”), social Tv.

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Con un gruppo di post-doc e miei studentesse e studenti delle lauree triennale e magistrale di Scienze della Comunicazione organizzato in tre team (ognuno con due voci attribuite) abbiamo vissuto la formazione dei wikipediani (grazie a Federico Leva e Accurimbono) e ore e ore fuori dall’orario di lezione di confronto nelle aule, in chat, nelle sandbox del progetto e sui documenti condivisi in drive.

Non abbiamo fatto niente di eccezionale. Niente che ognuno di voi non possa fare. Ma…

Ma confrontarsi con un metodo di lavoro su voci non tecniche, con un team di venti persone con competenze ed esperienze molto diverse, con lemmi che erano carenti di fonti e verifiche, spesso abbozzati e poveri, rispettando il lavoro già fatto da altri, confrontandosi con le grammatiche di Wikipedia, i suoi cinque pilastri, il suo nuovo editor e il “modifica wikitesto”, e con in testa l’idea di contribuire con un sapere qualificato perché “noi siamo l’Università” … beh, non è stato per niente semplice.

Si è trattato di affrontare una sfida non indifferente, che ha richiesto di trovare un equilibrio tra una dimensione pedagogica e la libertà di scrittura dei singoli. E di rinunciare ad una vocazione autoriale nella scrittura della voce o ad un’impostazione che vuole dettare un modo “giusto” di affrontare un tema. Wikipedia, come sappiamo, utilizza una logica partecipativa e collaborativa alla costruzione del sapere che non necessariamente si sposa con l’idea di univocità di una voce ma, piuttosto, con quella di neutralità: offrire cioè tutti gli elementi per orientarsi attraverso interpretazioni anche diverse o addirittura contrastanti. Le voci non sono pensate come la chiusura di un sapere dentro i confini di una precisione disciplinare. L’esattezza chirurgica con cui una disciplina affronta un lemma è, piuttosto, una delle versioni da porre al vaglio di una lettura collettiva.

Il senso, in definitiva, è quello di prendersi cura di voci affinché siano migliorate da altri, dove “migliorate” va intesa come la disponibilità ad aprirsi ad altri punti di vista e ad impostazioni differenti. Anche quelle delle diverse persone che ci hanno lavorato, per intenderci.

Quindi: avrei scritto così le voci se le avessi dovute fare io da solo? Ovviamente no. Scrivere una voce su Wikipedia non è come vedersi affidare la cura di una voce per la Treccani, non ha a che fare con te, con le competenze che hai, con il tuo punto di vista e restituire un sapere chiuso nei confini del testo.

Noi le voci le abbiamo discusse, abbiamo letto e studiato, cercato fonti e citazioni, abbiamo abbozzato parti, ce le siamo modificate e corrette a vicenda, le abbiamo scritte e riscritte e alla fine il prodotto è quello di una intelligenza collettiva che costruisce forse una realtà sub-ottima ma che si presenta come aperta, pronta alla vostra modifica e che dall’invito ad essere modificata trae il suo senso.

Abbiamo capito che il modo giusto per rapportarsi a Wikipedia non è quello da semplice lettore, non è affidarsi alla sua attendibilità ma affrontare ogni voce come un’opportunità di miglioramento. Ma per farlo sono sufficienti molte volte le tue competenze di lettore: leggi una frase che fa affermazioni che non contengono una fonte? La segnali. Una voce ti sembra povera ed imprecisa? Lo segnali. Chi arriverà dopo di te avrà strumenti in più per capire e, se ha le competenze, modificare.

Non abbiamo fatto niente di eccezionale. Niente che ognuno di voi non possa fare. Ma rovesciare la prospettiva di approccio a quella grande risorsa condivisa del sapere ci ha messo di fronte ad un modo diverso di pensarci, anche come Università, nelle costruzione partecipativa di conoscenza. Un modo che possiamo riassumere in quattro principi che ho raccontato in Stati di connessione e che abbiamo vissuto come pratica:

  1. principio del problem solving probabilistico: le soluzioni condivise hanno a che fare con traiettorie non predeterminate in cui i partecipanti si attivano secondo un principio di auto-selezione che si fonda sulle competenze e le passioni secondo logiche in parallelo che mettono in gioco contemporaneamente approcci anche diversi. Le condizioni strutturali della connessione consentite dalla Rete e dalle applicazioni di supporto disponibili online producono così risultati emergenti dai pubblici partecipanti;
  2. principio di equipotenza: non esistono filtri particolari di accesso alle competenze o alle linee di sviluppo di soluzioni. È la possibilità e la volontà di accesso alla cooperazione ed una valutazione connessa dei risultati e non una qualche gerarchia a definire le soglie di partecipazione. La natura eterarchica e distribuita della Rete si accoppia alle proprietà di mentorship informale delle culture partecipative proponendo una logica che non si fonda su una qualche autorità;
  3. principio molecolare: abbiamo a che fare con progetti collettivi che suddividono in moduli e compiti distinti le attività che richiedono quindi competenze ed abilità più limitate e tempi di svolgimento minori e più flessibili. I contributi dei singoli quindi contano a partire dalle capacità messe in gioco (secondo il principio di equipoteza) e l’auto-selezione partecipativa (principio probabilistico) rinviando la dimensione gestionale a modalità snelle ed auto-governate dai principi partecipativi e reputazionali e dalle caratteristiche strutturali delle piattaforme utilizzate;
  4. principio di condivisione non proprietario: la collaborazione si bassa su trasparenza e possibilità di condivisione. Le informazioni devono essere accessibili e distribuite e i contenuti prodotti devono sfruttare le possibilità di distribuzione (sharing) secondo una capacità di condividere il e partecipare al flusso.

Il futuro del progetto #wikiTIM è aperto, rappresenta uno stimolo concreto per far diventare quella bella risorsa in rete che è Wikipedia un luogo dove il sapere libero che costruiamo nelle nostre Università diventi un dono accessibile costruito secondo logiche peer tra lettori e scrittori.

L’abbraccio di Obama e Michelle: come la comunicazione costruisce il simbolico in un istante

L’immagine simbolo della vittoria di Barack Obama alle presidenziali USA 2012 ha circolato moltissimo. Basta guardare i Like su Facebook e i re-tweet. Rappresenta l’emozione di un istante, tutta la carica simbolica ed emotiva che sintetizza un percorso duro che si scioglie in un abbraccio liberatorio, per tutti.

Ed è significativo che questa immagine simbolo sia una costruzione comunicativa e non una fortunata occasione casuale ed estemporanea, come ha spiegato Vincenzo Cosenza evidenziandone la natura di “falso storico.

Sì, perché se guardandola avete pensato fosse uno scatto rubato durante l’annuncio dell’ennesimo Stato dell’unione conquistato, beh, non è così. Si tratta di una foto scattata in Iowa mesi fa, come mostra la comparazione con gli scatti di quell’evento. Una potente narrazione, come scrive Massimo, ma non solo per i giornalisti, affamati di quei bocconi rilasciati con nonchalance nei sentieri dei social media ma anche per tutti noi che l’abbiamo, da subito, eletta come simbolo di un momento storico e resa tale attraverso la circolazione. Ci siamo alimentati al bacino del simbolico e l’abbiamo diffuso attraverso sharing nelle nostre timeline prima che fossero soggetti “esterni” come i media a farlo. E nella circolazione, di re.tweet in re-tweet, di condivisione in condivisione, abbiamo sempre più legato il destino di quell’immagina con quella delle nostre relazioni sociali connesse.

Il fatto che possa essere considerata un falso storico dipende dal nostro sguardo partecipativo: abitare la Rete ci porta a sentire una vicinanza con gli accadimenti e le persone, a percepirci parte di un ambiente che viviamo in una continua diretta (anche nel differimento della nostra fruizione), spesso confidenziale. Così quell’abbraccio per noi è avvenuto lì, in quel momento, davanti ai nostri sguardi da timeline.

Falso storico, se volete, ma non fake: semplicemente comunicazione. Il Tweet che abbiamo visto/letto costruisce nel rapporto testo/immagine (non dimentichiamoci il testo: “Four more years.”) una campagna di comunicazione istantanea, che gioca sul coinvolgimento emotivo dell’attimo (il nostro) e la potenza comunicativa di un’immagine autentica (l’abbraccio non è, ricordiamolo, frutto di uno scatto in posa). È come quando scegliamo di dire una cosa importante a qualcuno a cui teniamo, quando cerchiamo la metafora giusta per spiegargli cosa proviamo: selezioniamo dalla nostra memoria e costruiamo strategicamente: “è come quella volta quando in Iowa…”

L’account Twitter del Presidente Obama è uno strumento di comunicazione, mette in narrazione i fatti non cerca di trattarli asetticamente (se mai, poi, fosse possibile farlo).

Quella immagine è lì per essere un pezzo della (nostra) storia (di cittadini connessi), è adatta al contesto e al mezzo. Più avanti, quando la rivedremo nella compattezza testo/immagine, forse – e questa è l’unica nota che farei ai curatori della campagna istantanea – quel “Ancora quattro anni” che dialoga con l’abbraccio fra marito e moglie rischia di far pensare ad una storia a termine 🙂

Come spesso capita un post è il precipitato di conversazioni che avvengono altrove e in altri momenti. Questo post è in debito con le conversazioni avute su Twitetr con @salvomizzi @marcomassarotto @vincos @mante @paolabonini @barbarasgarzi @lulla @svaroschi @fabiolalli @pm10

SOPA, Twitter e le proteste sul web: verso una strategia della tensione digitale?

Il dibattito in corso su Twitter e la censura – la mia posizione in merito alle ragioni o meno dello sciopero le ho espresse ieri – si arricchisce in un confronto che vede, tra gli altri, Fabio Chiusi descrivere bene il problema di un rapporto tra censura che può essere anche legittima e il limite di accettabilità etica, Massimo Mantellini chiarire il rischio che si ha quando “l’interesse aziendale può improvvisamente azzerare ogni valutazione morale”  e Luca Conti richiamare al realismo per evitare di idealizzare o attribuire funzioni salvifiche ad una piattaforma che, come le altre, ha limiti con i quali dobbiamo confrontarci.

In un commento al suo post Fabio descrive quello che per me un punto centrale sul quale dobbiamo riflettere: dobbiamo

immaginare a cosa stia conducendo questa  ‘sinergia’ (involontaria credo) tra governi ignoranti/disinteressati/corrotti, aziende approfittatrici (non è necessariamente il caso di twitter, ma pensa al mercato della sorveglianza digitale dei regimi nutrito da aziende occidentali) e cittadini digitali inconsapevoli e/o strumentalizzati se protestano. Ecco, a me sembra il cocktail sia pericoloso, micidiale.

Concordo sul fatto che il cocktail sia esplosivo e che capirne le ragioni possa mostrarci meglio cosa ci aspetta nei prossimi mesi. Si tratta infatti di una miscela che è frutto di un momento di maturità del web sociale e delle sue relazioni effettive con la società. Il fatto che non si tratti più solo di “conversazioni” ma di “azioni”, che si sia vista la stretta relazione fra quello che si comunica dentro la Rete e quello che si produce fuori dalla Rete sta creando evidenti forme di resistenza istituzionale che, nel regolare il campo di gioco, stanno in realtà combattendo posizioni di potere e forme organizzative consolidatesi con la modernità.

Non è casuale che ci troviamo in uno snodo in cui convergono auto-regolamentazioni di piattaforme che lavorano secondo le logiche di mercato (vedi Twitter e la sua attenzione ad essere accolto in nuovi Paesi ed espandersi al di là dell’occidente), azioni di “legittima” censura sospinti dal mercato (vedi la chiusura di Megaupload) e tentativi di legiferare poco discussi con la società civile (SOPA, PIPA, ACTA ecc.) e in concordanza, piuttosto, con un modello del  capitale che si è costruito con nozioni di copyright, proprietà, ecc. pensate per un contesto antropologico e socio-economico differente.

A questo va aggiunta la realtà “umorale” che sembra emergere dal web – sospinta anche dai venti del mercato – in un’ottica che spesso non ha a che fare con la costruzione di un dibattito e, quindi, di una pubblica opinione che è l’unico strumento organico alla produzione di una rapporto di equilibrio tra stato, mercato e cittadini.

In pratica questa miscela produce un cocktail che rischia, attraverso le forme di estremizzazione, di giustificare proposte contro-evolutive (vogliamo dire contro-rivoluzionarie o di restaurazione pre-digitale?) che non costruiscono un dibattito culturale ma si attestano su una strategia della tensione digitale nella quale rischiamo di finire invischiati.

Conservatori e riottosi: come delegittimare culturalmente la Rete

Ha ragione Massimo Mantellini: è in atto una strategia culturale di delegittimazione della Rete e della sua evoluzione in Italia travestita da atteggiamento (pseudo)critico. L’editoria italiana ha cominciato a dedicare spazi permanenti ad Internet ed alle sue culture che stanno incorporando dosi massicce di quelle posizioni prudenziali, dubitative e di allerta attenzionale che provengono da una tradizione polemista americana che spesso non ha grande seguito in casa (vedi le posizioni di Jaron Lanier che ho già discusso).

Di critica avremmo bisogno. Cioè di uscire da posizioni tecno-entusiaste per partito preso e anche da una certa enfasi messianica che ogni tanto aleggia in qualche rubrica o rivista italiana dedicata alla Rete sempre in ricerca del prossimo guru. Ma quella che ci viene propinata come tale semplicemente non lo è. Come scrive Massimo:

La discussione nostrana fra costi e benefici è una sottile adulterazione del reale, un arzigogolo dialettico un po’ provinciale, ad uso e consumo dei professionisti del “Sì ma…”. Il metodo utilizzato è quello di citare sempre e farsi ispirare solo da quelle posizioni utile alla propria causa. Carr è perfetto, Doctorow nemmeno un po’, visto che si occupa di analizzare rischi e automatismi dei monopoli intellettuali, luoghi sacri dai quali incidentalmente molti di questi opinionisti provengono.

Ah c’è poi da ricordare che la cosa importante è che le riflessioni proposte devono avvenire in assenza di dati – che, invece, sono sempre un buon punto di partenza per descrivere un fenomeno – e attraverso il conforto del pensiero di un autore straniero che, essendo appunto straniero, già di per sé offre un valore.

Trovate così risposte pseudo scientifiche passate come scientifiche al tema “Siamo così presi dal pubblicare la nostra vita su Facebook da dimenticarci di viverla nel presente?”. Tema che, ovviamente, viene posto incorporando la sua tragica risposta. Ti senti come quando accendi la televisione per un approfondimento su un avvenimento e vedi Bruno Vespa con il plastico già in mano.

Born Again: conversazioni attorno alla “rinascita dei blog”

[Nota: questo post esce su Apogeonline che ha rappresentato per moltissimi mesi per me una utile palestra per riflettere su quanto sta accadendo nella mutazione che nasce attorno al digitale. Nel bilancio di fine anno ho deciso con Sergio Maistrello, editor e compagno di viaggio di questi anni, di mettere anche sul mio blog quello che rappresenta al momento un contributo allargato al dibattito#risorgiblog. Prendetelo un po’ come i miei botti di Capodanno scoppiati con amici che frequentano gli stessi territori online. Molti altri fanno scoppiare petardi e luccicare girandole assieme a noi in Rete (e lo storify sta lì a fotografarli). Non è un punto di arrivo o una celebrazione di quello che è stato; festeggiamo, piuttosto, l’ingresso in un nuovo anno con il digitale a modo nostro: attraverso una conversazione allargata che mostra l’esistenza di un network senza che ci sia bisogno che sia uno spazio deputato ad essere un “social network” e pensato da altri.

Questo è stato anche il mio ultimo post per la rubrica Mutazioni Digitali su Apogeonline. Le scelte editoriali di Apogeo trasformeranno infatti il nostro magazine di cultura digitale curato in questi anni con saggezza da Sergio Maistrello in qualcosa più adatto alle nuove strategie: come mi hanno scritto ” è necessario cambiare, riportando il flusso di contenuti più vicino alla tecnologia praticata”. Ringrazio pubblicamente Sergio per quanto ha fatto in questi anni e credo di poter dire che la cultura digitale in Italia sarà un po’ più sola. Ma ci aspettiamo altri progetti. Perciò Buon 2012 a tutti.]

C’è una profezia che aleggia sul mondo Internet da molti anni e che riemerge nei periodi di bilancio, come quelli di fine anno: la morte dei blog. Lo sappiamo: la realtà del web, penso all’Italia, si è trasformata in dieci anni da una prateria punteggiata da blog personali – che mettevano in relazione contenuti e lettori in una (quasi) spesso coincidenza fra chi scrive e chi legge. Il lettore solitamente era un altro gestore di blog che da lì, oltre che dai commenti, rispondeva e rilanciava – a un suk denso di update di status, flussi di tweet, comunicazioni spesso fatiche (like, retweet), spalmabilità di contenuti raddoppiati tra i profili Facebook, Twitter, Google+, FriendFeed eccetera.

Ecosistema

L’afflusso massificato degli ultimi anni prima su Facebook poi su Twitter mi sembra abbia riportato alla nostra attenzione la necessità di riflettere sulla forma che questo ecosistema dei social media sta assumendo e lo spazio che il blog può avere come luogo in cui fermare il pensiero sottraendolo al flusso e alla necessità dell’essere continuamente newsificato, concedendo ai contenuti un archivio in chiave social (benvenuti a commenti di ampi respiro, risposte da altri blog, segnalazioni a compendio eccetera) che possano resistere al deperimento e alla volatilità di pseudo conversazioni a basso tasso di ricercabilità, come quelle presenti su Facebook o Twitter.

Su questo #risorgiblog (perdonate l’#hashtag volutamente ideologico lanciato su Twitter durante uno scambio sul tema) ho provato a stimolare una riflessione a partire dal post “Per un uso ecologico di Twitter”, nel quale ho cercato di mettere a fuoco l’emergere di un bisogno che avremo di ridare vita agli spazi blog in nuovi modi, tutti da sperimentare, relazionati ai flussi dei social network. La conversazione che è nata attorno a #rinasciblog è cresciuta attraverso diverso interventi dispersi tra blog e social network che ho cominciato ad aggregare “storificandoli” su #risorgiblog. A partire da questi stimoli ho cercato di approfondire parlandone con alcuni osservatori interni alla realtà dei social media italiani che in questi anni hanno saputo vivere e interpretare il mutamento, anche in modi molto diversi, e che, qualche anno fa, i giornalisti compiacenti avrebbero chiamato blogger. Il dato di partenza me lo ha fornito Vincenzo Cosenza partendo dai dati di fatto e spiegandomi che:

i blog su WordPress, la piattaforma più usata, sono in aumento e stanno per toccare i 70 milioni. Quelli su Tumblr sfiorano i 40 milioni. Certo non è dato conoscere il tasso di abbandono, ma la crescita delle nuove aperture è significativa. Quello che vedo è una mutazione del modo di usare i blog. Prima venivano usati per condividere lunghe elucubrazioni, brevi pensieri o contenuti scovati in rete. Ora si tende a mettere sul blog ciò che si vuole far rimanere nel tempo e ritrovare. Ai social network il compito di amplificare i pensieri del blog e accogliere frammenti di esistenza fuggevoli, utili a segnalare la nostra posizione in rete e a curare le relazioni amicali.

Conti

Luca Conti, che ha recentemente scritto un post sulla sua decisione di ridurre l’uso dei social network nel 2012 a favore dei suoi blog, mi ha spiegato le motivazioni di fondo:

Leggendo un po’ di ebook su minimalismo, stile di vita, dieta digitale, ecc., mi sono reso conto che Facebook e Twitter sono diventati quasi una droga, nel senso letterale. Posso farne a meno, certo, ma quando sono davanti al computer sono portato a controllare se qualcuno ha reagito a cosa ho scritto e questo è fonte di grande perdita di tempo e di interruzione. A proposito devo assolutamente stoppare le notifiche e i blip di iPad ogni volta che qualcuno fa qualcosa su Twitter e Facebook perché è una continua tentazione!! 🙂

GBA: La tua è una decisione personale e professionale assieme, mi sembra. Ma come vedi la relazione che si strutturerà fra mondo dei social network e blog? Credi sia una tendenza alla ricrescita di spazi conversazionali diversi oppure solo una distinzione tra luoghi più affollati e pubblici (e di immediata gratificazione: like, commenti, eccetera) e luoghi (seppur pubblici) più intimi con un pubblico?

Luca Conti: Personale nel senso che voglio ridurre il tempo dedicato alle relazioni attraverso i social network, a favore di relazioni fuori dai social network. Nel 2011 mi son reso conto di aver speso e investito molto tempo in cura di relazioni con persone a distanza, alcune anche mai ancora conosciute di persone. Alcuni di questi investimenti non sono stati fruttuosi e quindi mi interrogo quanto paghi e quale equilibrio avere nel curare relazioni mediate dai social network. Non li rifuggo, ma credo di dover tornare su un equilibrio che ne riduce il tempo e l’investimento. Non necessariamente questo significa sostituire quel tempo con la cura del blog personale. Non ho mai usato le note su Facebook, per capirci, quindi non intendo usare il blog personale in sostituzione degli aggiornamenti di stato di Facebook o Twitter. Questi restano per segnalazioni brevi sul piano professionale.

Mi rendo conto di aver disperso parte del potenziale accumulato nel tempo con Pandemia, un po’ per naturale uso dei social network come complemento alla produzione, diffusione, personal personal branding, un po’ per mancata cura degli spazi propri, come avrebbero necessitato. Oggi chi vuole farsi una opinione professionale del sottoscritto può dedurre qualcosa da Pandemia ma dai miei blog personali, in italiano e in inglese, trova poco a cui riferirsi e questo è un potenziale danno per le mie attività. Danno a cui devo riparare, anche con un aggiornamento grafico di Pandemia, troppo trascurato e vecchio ormai.

GBA: In Italia abbiamo sempre parlato annualmente di “fine dei blog”. L’arrivo dei social network – e l’affluenza di massa – mi sembra abbia mostrato l’esistenza di luoghi sensati per produrre e condividere contenuti senza la “pesantezza” della struttura editoriale del blog. Eppure oggi mi sembra che (a livello non solo italiano) ci sia l’esigenza di riaffermare una rinascita del blog.

Luca Conti: Credo che ognuno che abbia cominciato a vivere il social web con un blog, trovi oggi il proprio equilibrio nell’uso del blog e dei social network dopo averne sperimentato l’uso per un tempo ormai sufficientemente ampio da capirne i pro e i contro. Voglio dire che ognuno di questi strumenti risponde a esigenze solo in parte sovrapponibili, quindi poco sostituibili tra loro. L’uso e l’abuso dei social network, per novità, per affezione, per facilità d’uso, per dipendenza da attenzione, vedono oggi un riflusso da parte dei blogger della prima ora o di quelli più consapevoli, non perché ci sia un male nell’uso dei social network e un bene nel blog, ma perché il blog mantiene e rafforza la propria identità digitale e la conserva nel tempo.

La differenza oggi e il potenziale riflusso verso il blog è determinato da una maggiore consapevolezza, tutto qua. Non vedo contrapposizioni e non vedo i blogger duri e puri come vincitori, anzi! Dal mio punto di vista la vita di cittadino digitale oggi non può prescindere dalla cura e dall’interazione su Facebook e su Twitter, perché quelli sono i luoghi di dibattito pubblici. Arroccarsi sul proprio blog è un po’ come restare chiusi in casa con la porta aperta, lasciando entrare gli amici e i passanti, più o meno fedeli, ma la vita online è anche altrove.

Mantellini

Massimo Mantellini, intervenendo e rilanciando il dibattito – va ricordato che il suo è uno dei blog più letti del panorama nazionale – notava come nell’ultimo anno i post dei blog da lui seguiti sono calati inesorabilmente e per questo gli ho chiesto di approfondirne le motivazioni.

GBA: Mi interessa approfondire la tua percezione di una presenza ridotta dei contenuti della blogosfera. Al di là del numero dei blog esistenti, come tu dici, dipende anche da quanti contenuti produci e da quanta conversazione (aggiungerei io) si produce. Mi interessa capire allora se secondo te – a parte anomalie – la realtà della forma blog sta assumendo i tratti del commento (vedi i singoli blog dei quotidiani online) o dell’editoria (vedi ilPost) e se, di conseguenza, il blog “personale” tradizionalmente inteso ha ancora senso.

Massimo Mantellini: Io credo che per quello che leggo io i blog abbiano abbandonato in gran parte la loro connotazione diaristica (ci sono strumenti che un tempo non esistevano molto più affini al diario) e mostrino oggi due vie di sviluppo principali: una strettamente personale simile a quella degli esordi ma liberata dai piccoli contenuti che oggi finiscono altrove, si tratta di luoghi che mantengono necessariamente un basso profilo numerico e producono in gran parte opinioni e punti di vista con un raggio di esplorazione vario.

Poi una seconda via di sviluppo che è più francamente editoriale e che segmenterei in due gruppi: blog gestiti spesso da un singolo che si occupano di temi specifici, progetti con una qualche aspirazione giornalistica/specialistica, e invece progetti multiautore, anche in forma di aggregatore sul tipo di quelli nati negli ultimi due anni da Il Post in avanti ma anche del tipo “aggregazione di persone intorno ad un tema” (pensa a ValigiaBlu) Questi ultimi strumenti si immaginano generalisti in uno spazio in parte occupato dal nanopublishing (che per quanto sia in Italia fa ancora bei numeri) ma con chiare aspirazioni editoriali

GBA: Che relazione fra blog e social network si sta a tuo parere sviluppando in Italia (e se la ritieni diversa da quella che osservi altrove).

Massimo Mantellini: Mi pare di vedere una grande divaricazione: mentre il flusso dai blog verso i social network è naturale e voluto, il contrario avviene per forza di cose con meno frequenza. La riduzione di attenzione verso i blog è in buona parte secondaria alla migrazione dell’attenzione verso i social network. Se c’è una economia dell’attenzione questa moneta prima o poi finisce. Resta da capire quanto ci convenga in termini generali (visto che sono un lurido moralista, moraleggio) preferire la navigazione rapida sulla superficie delle cose piuttosto che tentare la sua analisi in profondità. Ma ho come la sensazione che la direzione di simili scelte sia molto adeguata ai nostri tempi.

Granieri

Poiché questo dibattito chiama in causa direttamente il modo che abbiamo di usare i nostri blog, Giuseppe Granieri ha scritto un bel post per descrivere i motivi che abbiamo oggi per tenere un blog: «Se hai qualcosa da dire, probabilmente il blog è il posto migliore per farlo. Per una serie di ragioni: è completamente ricercabile, hai totale controllo sul contesto e sul messaggio».

GBA: È ovvio che siamo passati dalla supremazia della blogosfera alla distribuzione dispersa di contenuti che i social network ci ha insegnato. Questo forse ha modificato in Italia il modo di “dire” e “fare” in Rete. Pensi che i blog rappresentino, quindi, una specie di battaglia di retroguardia o la loro posizione nell’ambiente dei social media ha nuovo senso?

Giuseppe Granieri: Non so se sia vera supremazia. Dipende dalle abitudini e dalla posizione che ciascuno di noi sceglie in rete. Se guardo le mie abitudini i blog (quelli che leggo) stravincono sui social network, che uso fondamentalmente come ripetitori, come canali di distribuzione. Le mie fonti, cui non rinuncerei per nulla al mondo, sono i blog. Anche quando vengono riassemblate con strumenti molto evoluti come Zite. Alla fine la tecnologia va verso la specializzazione e ciascuno utilizza alcuni degli strumenti disponibili e lo fa nel modo in cui gli servono. Con tanta offerta di strumenti e con attenzione limitata non si può fare diversamente.

I blog sono l’approdo per chi ha qualcosa da dire e vuole farlo, ma non possiamo pensare che tutti, tutti i giorni abbiano qualcosa da dire. Io vedo abbastanza fisiologico l’assetto che si sta delineando, con i contenuti di segnalazione e relazione che si spostano sui social network. Ma personalmente reagirei in modo tiepido alla chiusura di un social network, mentre invece mi sentirei molto meno intelligente se perdessi l’accesso alle mie fonti che mi danno modo di costruirmi opinioni più ricche e strutturate.

GBA: Oltre al tuo blog personale gestisci anche blog di lavoro e un blog per la Stampa. Abbiamo pensato nel passato che la produzione dei contenuti dal basso stesse nei nostri walled garden ben pettinati. Ci siamo trovati di fronte ai suk prodotti dai social network. Mi sembra che il blog stia diventando uno strumento che necessita di una maggiore cura editoriale, più vicino ad un prodotto meno estemporaneo. Che sia l’indice di come nella relazione pro-am la dimensione pro conti?

Giuseppe Granieri: Anche qui, non c’è più spazio secondo me per le grandi generalizzazioni. Il blog è sempre più un canale editoriale, ma editorale nel senso che ti obbliga a editorializzare il tuo pensiero, a dargli una forma compiuta, a farne una lettura in qualche modo completa. Poi, puoi usarlo per scopi professionali o personali, o di finzione, in un contesto comunque sempre più strutturato rispetto ai social network. Il ragionamento a mio parere va impostato rispondendo alla domanda: qual è il lavoro che fa lo strumento che uso? Il blog è per i contenuti, per la loro permanenza e ricercabilità. I social network sono l’estemporaneo, l’evenemenziale, la relazione, la distribuzione. È vero che ciclicamente si parla di “morte del blog” o si fa il punto della situazione sugli strumenti ma io credo che stavolta stiamo entrando in una nuova fase.

La prospettiva non è più uniforme come prima, le informazioni (nel senso più generale possibile) si stanno sgretolando non solo in più strumenti ma in più livelli di percezione. È vero che il blog non è mai morto, o forse è morto e poi resuscitato, ma è anche vero che il mondo dei blog di 10 anni fa non esiste più. Da una prospettiva “editoriale” non è più possibile una Teoria del Tutto, in cui il blog aveva un suo posto ben preciso (e un suo ritmo), i social media offrono più livelli di percezione e il blog ne esce cambiato. L’informazione ora è un fiume che scorre a diverse velocità in differenti punti e quindi non ha più senso cercare il “social network” perfetto che possa racchiudere contemporaneamente conversazione, coinvolgimento, identità, relazioni. Lo strumento blog, quindi, diventa ancora più importante come complemento di questi fattori, a patto di adattarsi.

Alagna

La complessa relazione fra blog e ambiente dei social network ci porterà quindi a ripensare il nostro modo di “confezionare” editorialmente un blog. Per questo credo occorra il coraggio di sperimentare nuovi formati, nuovi linguaggi e forme di integrazione. E non parlo del lato “tecnico” della faccenda. Non quindi di come integrare i like di Facebook o le segnalazioni facili di Twitter in coda ai post. Ma di come cambiare il frame in cui incorniciare nel blog – per quello che sta diventando – contenuti “adatti” alle grammatiche dei social network e allo “spirito” di quell’ambiente. Trovo che una bella sperimentazione in questo senso la stia facendo Luca Alagna a cui ho chiesto di condividere il suo modo di pensare/confezionare i post.

GBA: Come vedi la relazione fra il blog personale e la presenza delle segnalazioni/conversazioni sui social network? E quale modello stai usando tu di integrazione? Dico integrazione non in senso tecnico ma concettuale perché mi sembra che sia nel design che nel modo di concepire i post e le sezioni, hai sviluppato un’integrazione che presenta una piattaforma interessante.

Luca Alagna: Il modello che ho iniziato a usare nel mio blog dedicato alle news instant.stilografico.com è abbastanza chiaro, lo sperimento da tempo (come nel caso del post che scrissi in questo modo su Sucate per 140nn, riscoperto e dibattuto mesi dopo) e ormai lo identifico concettualmente con “instant”: il blog si inserisce nel flusso più veloce ma mantiene una sua natura più lenta. Il tweet è un post, ma il post è incapsulato in un tweet, le informazioni dei social media vengono rallentate per poterle approfondire, espandere, e poi vengono riaffidate alla corrente veloce. È anche fratello di altri tentativi (tra i quali quello eccellente è il blog The Lede sul New York Times), a volte nati per necessità (dalla blogosfera iraniana del 2009 ai blog della Primavera Araba), altre volte già presenti sui quotidiani online (come fa a volte Il Post o l’Huffington Post).

Ma mi interessa rimarcare la differenza concettuale di questa idea, che vive volutamente nel suo ambito con una linea editoriale ben precisa, non dettata necessariamente dall’Agenda generale, e si presta per sua natura alla cooperazione. Anche graficamente l’intento è di chiarezza e di priorità cronologica. Mi sto convincendo sempre più che i quotidiani del prossimo futuro (che saranno ancora il punto di riferimento dell’informazione) su web avranno definitivamente la forma del blog.

Newsification

Una lunga panoramica, la nostra, sulla complessità da mettere in gioco sul tema #risorgiblog. Quello che è certo che mi sembra ci sia spazio nel 2012 per ripensare la bulimia da social network ed osservare come la blogosfera italiana risponda a nuovi bisogni latenti di approfondimento e cura editoriale post segnalazione e newsification. Perché, come ha scritto Massimo Mantellini in un accorato post:

lo strumento blog resta un campo di gioco formidabile e sarà ancora frequentato da chi ha voglia e idee. E la metadiscussione sui blog di questi giorni ci dice anche che la blogosfera, grande o piccola che sia, può essere anche un grande social network. Molto meglio strutturato e stabile di tanti altri, capace di tirar fili in mezzo al niente, collegando persone che magari non si conoscono: senza che qualcuno li abbia fatti diventare amici o followers.