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I canali Telegram e l’intimità con le nicchie

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Come molti di voi sanno si sono moltiplicati in pochissimo tempo i canali telegram che veicolano news. Telegram è una piattaforma per messaggistica istantanea che consente la crittografia dei contenuti e la possibilità di cancellazione a tempo. Una delle possibilità è però anche quella di creare un canale pubblico uno-a-molti per inviare contenuti, canali che cominciano ad essere utilizzati sperimentalmente sia da testate news che da singoli utenti.
Il fenomeno è  interessante e merita alcune reazioni a caldo, solo piccole note di campo per una realtà che è in rapida evoluzione ed è parte, mi pare, di un cambiamento più ampio: rintracciare i propri lettori in percorsi della vita connessa i più diversi e adatti alle diverse sensibilità, mode e predilezioni (vedi il canale BBC su Viber o Cosmopolitan su Snapchat, per dirne solo due).
I canali Telegram:
1. costruiscono un rapporto con le nicchie: che siano una comunità di interesse, gli influencer o la nuova borghesia digitale, è possibile costruire una relazione più ristretta, capace di “cerchiare” specifici rapporti. E’ questa la sua forza più che sparare nel mucchio. La vocazione anti-generalista è quella che può fare la differenza;
2. creano una dimensione che unisce l’immediatezza della news al senso di intimità di fruizione: la notifica ti arriva sullo smartphone in un canale di un’applicazione che hai scaricato fondamentalmente come chat e che (forse) utilizzi soprattutto per quello: portare un contenuto generalista in un ambiente intimo è di per sé una bella sfida. Spesso i contenuti che ricevo sono accompagnati da un tono che può essere più confidenziale (penso al canale di Domitilla Ferrari), talvolta supportato da elementi più propri di una chat come le gif reactions, ecc. – sono riuscite, ad esempio, molte delle interazioni del canale di Wired Italia;
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3. possono sincronizzare in modo più potente il tempo mediale con quello di vita (vecchia vocazione dei media generalisti): posso cercare di sintonizzarmi con i tempi dei miei pubblici richiedendo la loro attenzione nei momenti che immagino di pausa o di bisogno nella loro quotidianità; posso curare questi momenti attraverso connessioni con  lo zeitgeist della mia nicchia: dai banali modi di introdurre la mattina alle scadenze, eventi, ecc. Si tratta di modalità che sono poco convenzionali per le testate ma che è possibile sperimentare in modo significativo su Telegram, stimolando alla lettura della notifica nel momento giusto. Per questo mi aspetto che chi crea un canale sappia avere il senso del tempo nel comunicare con me.
I social media ci hanno abituato a trovare i contenuti quando decidiamo noi, il canale Telegram gioca rovesciando la logica, perciò avere il ritmo del rapporto giusto diventa fondamentale;
4. creano quindi un contesto “diverso” per trattare informazioni che già circolano su canali con vocazione più mainstream. A che serve ributtare su Telegram contenuti che già si condividono su Facebook o Twitter? Rivedendo i punti da 1. a 3. possiamo immaginare una vocazione diversa, anti-minstream, più attenta a posizionarsi vicino ai soggetti con cui si entra in contatto. Anche a rischio di più alta selettività: ritorniamo qui alla logica delle nicchie.
Per questi motivi l’asticella si alza: richiedere l’attenzione in modo così profondo significa meritarsela. La cura del canale mi immagino avverrà attraverso un’attenzione maggiore per quei dettagli che facciano diventare la news un elemento finale di una relazione più stretta che verrà a crearsi.

Quando l’agenda si costruisce dal basso: con lo squer

L’ecosistema informativo in cui siamo oggi immersi miscela sempre di più i percorsi delle news con i meccanismi di connessione con i friend online e con i luoghi di selezione sul web, come ho già raccontato.

Il problema diventa allora distinguere ciò di cui si parla con l’inevitabile rumore di fondo e trovare modi di condividere quei contenuti interessanti che possono arrivare secondo percorsi selettivi dotati di senso, facendoli diventare un’occasione per costruire conversazioni e relazioni. Informarsi attraverso i social network richiede oggi di essersi costruiti accuratamente una propria timeline e di sapere usare le scorciatoie sociali e quelle pratiche che consentono all’informazione di emergere. Oppure affidarsi a portali professionali che filtrano in modi e forme tradizionali le news escludendo il valore sociale (e relazionale) che potrebbero avere quando diventano contenuti attorno a cui si possono aggregare i nostri “amici” ed i loro commenti.

Così ci districhiamo fra timeline pubbliche con improbabili video (e non solo i lolcat), news che scompaiono dietro foto e status personali. Oppure arranchiamo nel ricercare informazioni e conversazioni usando gli #hashtag, una di quelle pratiche che gli utenti hanno ideato per mettere in connessione un tema, ma che non così spesso sappiamo utilizzare. Basta che osserviate come durante il #terremoto molti ringraziavano quelle (micro)celebrity che li informavano grazie ai retweet, forti di una micro competenza che la massa di utenti ancora non ha nell’usare la propria timeline su Twitter come una sorta di canale televisivo unico.

Per questi motivi mi sembra che la piattaforma informativa squer.it, tutta italiana, che ha da pochissimo fatto la sua comparsa, abbia tutte le potenzialità per rispondere ai bisogni di chi oggi è un news consumer online. Perché rilancia in tempo reale le conversazioni che online vengono fatte, organizzandole sotto aree tematiche generali e specifiche (provate a seguire Euro 2012 o London 2012) e consente di organizzare la propria vision delle news anche per “popolarità” e “squerability”.

Lo squer, come possiamo leggere nelle FAQ, è il “mattoncino” su cui un contenuto viene organizzato:

Lo squer è il frammento minimo di informazione nell’ecosistema, il contenuto da esplorare.
È dinamico e connesso, tramite i nostri algoritmi, con le conversazioni di tutti online.
Non solo cambia il suo valore e la sua posizione nel tempo, a seconda della popolarità del tema, dell’interazione, della freschezza e della diffusione sui Social Media, ma è la tessera di un mosaico in grado di restituire un’immagine diversa dell’ecosistema informativo in ogni momento.

 

Oltre ad avere potuto partecipare alla fase di testing, giocando con gli squer e le organizzazioni della “cura” delle news, ho approfondito con Luca Alagna, che è una delle menti dietro al progetto, il senso di una piattaforma che racconta “di cosa stiamo parlando online?”.

Puoi leggere la chiacchierata con Luca su Techeconomy.

Quando l’informazione deve dire basta alla pubblicità

Le pubblicità nei siti di news hanno un sapore invasivo che spesso crea con le notizie un contesto straniante. Non parlo di quelle che in un box si distinguono come tali ma quelle che fungono da meta contesto come quelle in background o quelle che si aprono come pop-up quando state iniziando a leggere una notizia. Spesso sono solo distrazione o fastidio, altre volte raccontano l’incapacità di saper costruire un modello online in cui advertising e news possono relazionarsi con rispetto del lettore e dei fatti.

Oggi mentre i miei occhi avevano appena finito di leggere su Repubblica.it le ultime terribili notizie da Brindisi “Muoiono due ragazze di 16 anni” si è aperta un popup con questa pubblicità.

Massimo ha postato su Twitter quello che succedeva a lui sul Corriere della Sera online.

Ora, non perdiamoci in moralismi o facili j’accuse sulle testate, anche se alcune più di altre giocano con il meta contesto pubblicitario in modo più aggressivo. Oppure non creiamo distinguo tra i nativi web e le testate tradizionali. Non mi è andata meglio con il Post in cui parte un video.

Ci troviamo in un ambiente informativo complesso online in cui la lettura dei fatti tende a raccordarsi in modi forti con i vissuti relazionali, ad esempio quando leggo una news indicata da un mio friend o recuperata seguendo un #hashtag e l’emotività che troviamo espressa di fronte a determinati fatti, come capiterà a molti oggi con #brindisi. Forse affrontare in tempo reale le news richiede più semplicemente di ripensare le strategie di inserzione pubblicitaria seguendo il flusso emotivo degli accadimenti.

A volte infatti la migliore promozione (per il brand e la testata) è farla tacere.

Il consumo di news in Italia: un’agenda costruita dal media mix e l’informazione come moneta relazionale

L’ecosistema dell’informazione, come sappiamo, sta cambiando. E abbiamo ormai diverse analisi che ci mostrano come l’offerta di news e l’accesso alla realtà dell’informazione stia mutando con il digitale. E abbiamo anche il sentore che  i comportamenti dei lettori di news stiano cambiando profondamente e che gli ambienti di social networking in Rete, partendo da Twitter e Facebook, siano rilevanti per il nostro modo di distribuire e consumare news. Si tratta di una percezione che ci sembra di vivere sulla nostra pelle di utenti assidui della Rete e che trova una conferma nell’esperienza americana del monitoraggio costante che fa Pew Research Center’s Internet & American Life Project (qui una sintesi), conferma però che riteniamo “estrema” e “più avanzata”. In fondo l’Italia ha sue logiche produttive e di consumo dell’informazione e le esperienze online ci sembrano (sembrano al sistema dei professionisti dell’informazione, per la verità) casi isolati e quasi sperimentali.

Per questo mi sembra importante per capire la mutazione in atto partire per una volta dai dati nazionali, quelli comparabili con le ricerche Pew, perché ci sanno raccontare come gli italiani stanno modificando il loro modo di costruire una dieta informativa e di consumare news. Per farlo, giocando in casa, vorrei usare  i primi risultati della ricerca 2012 del LaRiCA (Università di Urbino Carlo Bo) sui cambiamenti del consumo di informazione in Italia, Cati su un campione di 1031 Italiani adulti rappresentativo della popolazione (una sintesi è stata presentata al #ijf12 e nel sito news-italia.org è possibile trovare gli stati di avanzamento e il report dell’indagine 2011).

Il panorama che ci troviamo di fronte è caratterizzato da un 70% di italiani che dichiara di seguire anche più volte al giorno l’informazione, con un’assiduità di fruizione che decresce al decrescere dell’età, arrivando ad attestarsi al 57% per la fascia dei giovani adulti (18-29 anni). Il medium onnipresente quando parliamo di consumo di news è la televisione nazionale, che per quasi il 90% degli italiani resta un accesso irrinunciabile al mondo dell’informazione anche se va sottolineato come la TV rappresenti “un” elemento di una dieta mediale che è più ricca. Sono infatti pochi (4%) quelli che si affidano a un solo mezzo di comunicazione mentre quasi la metà degli italiani usa una combinazione compresa fra 5 e 7 mezzi di comunicazione diversi (49%) tra tv nazionale e locale, carta stampata nazionale e locale, radio, all news satellitari e Internet. Informarsi per metà degli italiani significa quindi disporre di un media mix di accesso e costruire la propria dieta in modo multicanale.

Rispetto al 2011 possiamo notare un aumento di attenzione per i canali all news (quasi il 60% con +6.6%), mentre diminuisce quella per i quotidiani nazionali (59.6%, -3.5%) e locali (54% -5%) e troviamo una crescita dell’uso di Internet per consumare news (58.5%, +7.4%). Facendo un piccolo gioco scorretto metodologicamente, ma significativo metaforicamente per raccontare lo spirito dei tempi, potremmo azzardare che la diminuzione del consumo di informazione su carta è compensata da quello sul web. Quello che è certo è che la Tv è qui per restare, aiutata probabilmente anche dalle pratiche di social television che associano fruizione televisiva a forme di condivisione e commento online (magari su un social network con i propri friend o nel flusso di un #hashtag). Mentre l’editoria di carta sembra risentire maggiormente di un mutamento dell’ecosistema a cui corrisponde un adattamento di consumo di news che ne mette in crisi formati e probabilmente linguaggi.

Passando ad analizzare gli utenti Internet (in Italia sono il 60% della popolazione) quelli che usano la Rete per accedere e consumare informazione sono più della metà, il 58% con un +7%rispetto al 2011. Ma se vogliamo capire le linee di tendenza allora forse vale la pena osservare il comportamento di consumo delle news online dei giovani adulti. Nella fascia d’età 18-29 anni è il 95% ad accedere all’informazione (anche) attraverso Internet ma solo la metà (57%) segue le news quotidianamente, mostrando un comportamento di consumo più occasionale rispetto alla media degli italiani (70%) e più dedito ad una lettura ad ampio raggio, anche su tematiche sulle quali non si è mai focalizzato particolarmente (93%). Sembra che ci troviamo di fronte ad un uso dell’informazione apparentemente molto più vicina alle logiche di intrattenimento e tempo libero che di approfondimento e quotidianità. Quello che emerge è un rapporto occasionale e meno routinizzato con il mondo news, fatto di incontri casuali e dovuti al fatto di avere tempo a disposizione per navigare più che dedicare specificatamente tempo ad approfondire gli eventi del mondo. Ma è anche un comportamento probabilmente dovuto ad un modo diverso di percepire il valore sociale dell’informazione, come emerge dall’attenzione per una condivisione sociale delle news: oltre il 50% dei giovani adulti ritiene rilevante nella sua scelta del canale news online “poter seguire il sito di informazione attraverso Facebook” e “poter condividere facilmente con gli altri le notizie contenute nel sito, via e-mail o su Facebook o altri siti di social network” (69%). Il fatto è che per i giovani adulti “incontrare” e “consumare” notizie è sempre più anche una moneta relazionale e il processo di fruizione un atto sociale di messa in connessione con gli altri.

Per quanto riguarda invece i siti di social network e i comportamenti correlati cresce chi dichiara di ricevere informazioni attraverso un sito come Facebook o Twitter. Il 37% di chi usa Facebook (+4% rispetto al 2011) dichiara di ottenere notizie e informazione da un’emittente tradizionale o da un singolo giornalista seguito mentre il 49% (+9% rispetto al 2011) dichiara di ricevere informazioni condivise sul social network da un non professionista dell’informazione (inclusi amici personali e parenti). Fra chi usa invece Twitter queste percentuali si attestano rispettivamente al 30 (+6%) e al 46% (+1%). In sintesi quasi la metà degli utenti di social network (equivalenti al 17% degli italiani per Facebook e al 5% per Twitter) si informa attraverso un agenda non completamente controllata dai professionisti dell’informazione. Se è vero che le informazioni condivise fra i pari rimandano spesso a fonti informative alimentate dai professionisti dell’informazione, va comunque sottolineato il cambiamento nella costruzione di un agenda che, nel caso di questi utenti, è spesso frutto degli interessi dei propri contatti sui siti di social network.

Anche ad un primo sguardo ci troviamo di fronte ad un ambiente di consumo di news online in cui i meccanismi di reciprocità relazionale contano, un ambiente in cui emergono nuovi intermediari non professionisti nella distribuzione e selezione delle news che fanno parte della nostra rete di relazioni sociali, un contesto in cui l’informazione tende sempre più a connettersi al valore sociale delle reti attraverso cui la incontriamo. Più in generale questa tendenza va a miscelarsi con bisogni di multicanalità (l’accesso in mobilità è al 31% con +3% rispetto al 2011) che raccontano una costruzione dell’agenda fatta anche da un accesso plurale ai mezzi di informazione. Costruire l’informazione e renderla accessibile sapendo leggere i comportamenti di consumo mutati rappresenta forse la sfida più urgente dal punto di vista del sistema dell’editoria nazionale.

[Potete leggere la versione su TechEconomy.it]

Lo splendore e i rischi della social news: Repubblica si fa Blu su Facebook

Ripensare i progetti editoriali dell’informazione tradizionale, ad esempio i quotidiani, all’epoca dei siti di social network, significa tenere conto di una realtà in cui i meccanismi di selezione passano sempre di più dalla propria rete sociale e dalle forme di curation che questa mette in atto. Non è solo una questione che ha a che fare con il presidio di Facebook, in cui aggregare audience che finiscono per essere pensate come likers; o di Twitter, in cui rilanciare con poca costanza le principali news: occorre confrontarsi con una realtà dei propri pubblici che è mutata e con una trasformazione dei modi in cui da utenti del web consumiamo le news in Rete.

Per questo motivo è interessante osservare il nuovo progetto di Repubblica.it, “Blu”, una app per Facebook, pensata quindi per il pubblico dei social network, che si propone di aggregare in una pagina una selezione di news incorporando un principio selettivo che tiene conto del network del lettore:

La homepage è come un mosaico che si compone in base ai gusti dell’utente e alle segnalazioni dei suoi amici. È la rete sociale dei lettori a stabilire in ogni momento il palinsesto delle notizie che compongono la prima pagina, creando in tempo reale l’agenda di tutto ciò che fa notizia e che crea dibattito in rete. In questo modo la homepage non è più un elenco statico che l’utente si limita a scorrere, ma diventa materia viva che il lettore plasma con i suoi gusti e attraverso le interazioni della comunità.

Una sorta di doppio filtro, quindi: un primo costituito dalla testata che seleziona determinati contenuti informativi e un secondo fatto dai propri friend su Facebook che leggono questi contenuti e in base alle scelte di lettura determinano il palinsesto della nostra home di Blu. Un’agenda dettata quantitativamente (immagino si tratti di numero di views, commenti e like – al momento l’algoritmo di produzione del ranking non è chiaro) dai lettori di quelle news che Repubblica ritiene adatte a Blu. Sì, perché non abbiamo a che fare con la totalità delle notizie: l’orientamento di Blu è quello di caricare principalmente video relativi ai temi adatti al target per cui l’operazione è pensata, quello dei giovani adulti, che in Italia copre la fascia 18-34 anni. Il principio di selezione editoriale è quindi: i temi che interessano i nostri “giovani” lettori, che sono “spettacolo, cinema, università, sport, musica, persone, divertimento”, e il formato che prediligono, che è quello video.

In pratica siamo di fronte ad un ecosistema editoriale dell’informazione che tenta, da una parte, di incorporare lo spirito dell’abitare un contesto collettivo e condiviso di social network – la social news, passatemi il termine – e che, dall’altra, orienta fortemente il modello alla sua percezione di cosa un news consumer giovane “consuma”, incorrendo in alcuni rischi che provo a sottolineare.

Il primo ha a che fare con le selezione editoriale della tipologia di news che si orienta fortemente a cultura e tempo libero ma corre il rischio di strizzare l’occhio ad un lettore interessato al gossip, alle celebrity e ai video di “gattini che fanno cose strane”. Non dico che sarà necessariamente così ma se osserviamo oggi il palinsesto presente è un rischio consistente.

Un secondo elemento rilevante ha a che fare con la relazione fra costruzione del palinsesto news e rete di friend e il rischio corrispondente che in letteratura va sotto il nome di omofilia.

Così, tra rischio di omofilia e dell’esaltazione dei video sui gattini si finisce per depotenziare la potenzialità di curation che l’unione fra una redazione professionista ed una rete di lettori connessi potrebbe avere, diluendolo in una realtà di cerchie che rischiano di chiudersi in un’autoreferenza informativa.

(Continuate a leggere su TechEconomy.it)

Quando @tigella Occupy Chicago: re-intermediare l’informazione disintermediata

Ci troviamo in un particolare passaggio d’epoca del modo di produrre, distribuire e consumare informazione che abbiamo vissuto prima attraverso la visione ideologica della disintermediazione (siamo tutti reporter) e oggi attraverso la consapevolezza di nuove forme di intermediazione che mettono in discussione le forme editoriali consolidate di individuazione e racconto della notizia. Capita così che emergano idee nuove e soggetti nuovi nella “cura” dell’informazione.

Claudia Vago (aka @tigella), che non è giornalista professionista ma che abbiamo imparato a conoscere dalla rivoluzione Tunisina per come cura quotidianamente online i flussi, ha proposto il progetto “Manda Tigella a occupare Chicago!”:

Dopo aver seguito e raccontato in Rete fin dal suo nascere Occupy Wall Street è giunto il momento di andare sul posto e da lì assistere direttamente e raccontare cosa succede, partecipare alle assemblee tematiche e generali, vivere la quotidianità del movimento raccogliendo immagini, filmati, interviste. L’obiettivo finale è la produzione di materiali multimediali che raccontino l’organizzazione del movimento Occupy, che rappresenta una discontinuità rispetto ai movimenti sociali dell’ultimo decennio, in termini di pratiche e obiettivi. Come conto di farlo? Con il vostro contributo.

Abbiamo deciso di parlarne assieme per rendere più trasparente ed evidente il significato che ha una proposta come questa, soprattutto in un panorama editoriale come quello italiano.

GBA: Ci sono molti modi di stare vicino alle notizie, alle cose che ci accadono intorno, alle trasformazioni che movimenti di opinioni e occupazioni di luoghi ci segnalano. Tu hai deciso di andare di persona a testimoniare l’iniziativa #occupywalstreet a Chicago, che è un modo di andare oltre il clikactivism.

Cv: Seguo il movimento Occupy Wall Street fin dal luglio 2011, quando un post e una newsletter di Adbusters hanno lanciato l’idea di creare “un momento Tahrir nel cuore di Manhattan”. Ho seguito, attraverso la Rete tutti gli sviluppi del movimento, la nascita delle decine di occupazioni in tutti gli Stati Uniti, lo sgombero di Zuccotti Park a New York e tutti gli altri sgomberi, manifestazioni a sostegno… Trovo (e non sono la sola) che Occupy sia il movimento più interessante e significativo nato da molti anni a questa parte. Osservarlo da lontano, attraverso gli occhi e le parole degli altri, è interessante. Quando però ho letto della proposta di Adbusters di creare una grande Occupy a Chicago nel mese di maggio (quando, dal 15 al 22, in città si terranno vertice NATO e G8) ho pensato che fosse un’occasione per incontrare da vicino il movimento, viverlo e osservarlo per poterlo raccontare con maggiore consapevolezza, sia durante che dopo il mio ritorno.

GBA: Ed hai deciso di farlo facendoti sostenere da un’azione di crowdfounding, raccogliendo la disponibilità delle persone a sostenerti nel viaggio, nel soggiorno e nei costi dei materiali di produzione. Al di là del fatto di farsi finanziare mi sembra un’azione che ti consenta di andare lì con un mandato di racconto più ampio e collettivo e con la responsabilità di rendere conto pubblicamente. Mi spieghi questa tua scelta?

CV: Ho scelto di sostenere l’iniziativa con un crowdfunding per diverse ragioni.
Innanzitutto, nell’ultimo anno ho iniziato a svolgere, inizialmente “mio malgrado”, un’attività di social media curation, raccontando eventi di ogni tipo durante il loro farsi attraverso quanto le persone che partecipavano agli eventi raccontavano in Rete. Gran parte degli eventi che ho seguito e raccontato sono quelli che abbiamo selezionato per yearinhashtag.com.
Sempre più persone mi seguono, principalmente su Twitter, perché hanno fiducia nel mio essere un “filtro” alla valanga di informazioni che quotidianamente circolano in Rete. Quello che io propongo a chi mi segue e ha fiducia in me è di investire una piccola cifra che mi permette di svolgere il lavoro per cui le persone mi seguono. In qualche modo è come se non avessi un editore a cui rispondere, ma decine di editori che mi danno mandato di osservare un evento e raccontarlo. Ognuno di loro avrà legittime aspettative dal mio lavoro e io dovrò rispondere a tutti loro del mio lavoro.
Mi piace l’idea del rapporto diretto “lettore”/giornalista (anche se io fatico a definirmi “giornalista”): mi piace il tuo lavoro, il tuo approccio ai fatti, il modo di raccontare le cose e allora ti pago perché tu possa farlo, uscendo sia dalla logica dell’editore che paga un giornalista e lo manda a seguire un evento sia da quella del giornalista freelance che, una volta realizzato il proprio reportage, torna e cerca di venderlo a un editore. Sono entrambi modelli in crisi e forse occorre inventare una strada alternativa. E a volte nemmeno inventare, dato che quello che sto facendo è quasi nuovo per l’Italia ma esiste da molti anni in altri Paesi.

GBA: Ci troviamo di fronte ad un passaggio interessante nel modo di produrre, selezionare e condividere l’informazione che nel web sociale ha visto, forse un po’ troppo ideologicamente, un momento di completa ed autentica disintermediazione del tipo: siamo di fronte a fatti che possiamo raccontare, condividere e commentare, diventando editore di noi stessi. Mi sembra che sotto questa superficie ci sia invece altro. Ad esempio nuove forme di intermediazione, nuove forme di selezione e di delega nella selezione che stanno nella cura dei flussi. In questo senso troviamo sempre più nello stesso ambiente, penso a Twitter ad esempio, dei social media curator che provengono sia da una dimensione di amatorialità che di professionismo.  E alla tua attività quotidiana online affiancandone una possibile “sul campo” tocchi un nodo che rimette in gioco la relazione pro-am in una nuova direzione che va oltre la semplice realtà di Rete mostrando che si stanno proponendo nuove forme “reali” di messa in connessione tra citizen e journalism.

Come percepisci la situazione che abbiamo online in Italia e come vedi la tua proposta oggi in relazione ad altri paesi?

CV: Io credo che in Italia siamo solo all’inizio di un percorso che all’estero invece è già arrivato lontano. Nessuna grande testata ha, in redazione, social media curator. Solo recentemente la Stampa si è dotata di un social media editor, che però non è la stessa cosa. Per i nostri giornali, radio, tv il web non è ancora una fonte di notizie, al limite un “oggetto curioso” da utilizzare per riempire le pagine e i momenti vuoti.
Anche la mia iniziativa, all’estero finanziare in questo modo un’attività giornalistica è normale. Esistono da anni siti e sistemi che gestiscono un rapporto diretto tra giornalista e lettori. Qui da noi è una novità e io spero che possa diventare un modello replicabile.

GBA: Forse dovremmo uscire da una narrazione del tipo “siamo tutti giornalisti” se vogliamo capire criticamente cosa sta accadendo e le potenzialità sia sul lato della produzione che della fruizione dell’informazione online. Di qui l’importanza anche delle nuove forme di re-intermediazione che stanno nascendo online.

CV: Siamo in una fase di transizione, nuovi strumenti e nuovi linguaggi stanno modificando il modo di fare giornalismo. Sta succedendo anche in Italia, seppure in ritardo rispetto ad altri Paesi. Il web 2.0 ha trasformato tutti in potenziali reporter: se mi trovo in un posto in cui sta succedendo qualcosa, ho la capacità e gli strumenti per capire cosa accade intorno a me e ho gli strumenti materiali per raccontarlo in rete sono, in quel momento, una reporter. Ogni giorno da ogni angolo del pianeta persone raccontano “dal basso” avvenimenti di ogni tipo. Chiunque abbia accesso a internet ha accesso a questa immensa mole di informazioni e può crearsi il proprio percorso di lettura, decidendo chi seguire, quali punti di vista privilegiare. L’impressione, quindi, è che non ci sia più bisogno di intermediari (i giornalisti) per essere informati: bastano Google, Facebook, Twitter. Questa, in realtà, è una visione semplicistica e un po’ ingenua, per diverse ragioni.
Intanto, non tutti hanno il tempo per stare ore davanti al continuo flusso di informazioni che circolano, 24 ore su 24. Chi torna a casa dal lavoro alla sera e solo in quel momento ha accesso a internet difficilmente può crearsi un’idea su quanto successo nel mondo senza l’aiuto di qualcuno che, nel corso della giornata, ha filtrato le informazioni per dare rilievo alle principali e alle più affidabili. E qui c’è la seconda ragione: non tutte le informazioni che girano in Rete sono “vere” o anche solo affidabili. Il lavoro del giornalista sulle fonti, sulla verifica della loro affidabilità resta essenziale anche quando la fonte è uno studente greco che partecipa a una manifestazione ad Atene. Cambia il modo di verificare la fonte, cambiano i criteri per cui una fonte risulta, dopo un certo tempo, essere affidabile. Questo lavoro di verifica comporta competenze, conoscenze e anche tempo da dedicare.
Ecco quindi che l’illusione dell’informazione completamente disintermediata (accedo a internet e senza l’aiuto di nessuno so cosa succede in Grecia) si scontra con la realtà e cioè con il bisogno di nuovi intermediari, figure non strettamente legate al mondo del giornalismo tradizionalmente inteso, cioè i social media curator, i “curatori” di flussi, che controllano le fonti, verificano le informazioni, le rilanciano, le riorganizzano per creare una narrazione, per esempio con strumenti come Storify (perché Twitter da solo non fa narrazione).

GBA: In questi giorni accanto al sostegno alla tua iniziativa – basta guardare alla crescita della raccolta di fondi di #occupychicago – ho letto anche alcune polemiche che sono un mix, mi sembra, fra la scarsa comprensione della necessita di attività di questo tipo e un pregiudizio che sintetizzo brutalmente: non sei giornalista, ti occupi di curare flussi online perché dovremmo pagarti un viaggio di soggiorno?

CV: Io credo che alla base delle critiche ci sia una forma di resistenza al cambiamento o una scarsa comprensione del cambiamento.
Poi io capisco che, essendo il mio lavoro quello di curare flussi online, sembri strano che io voglia andare sul posto e documentare da lì una cosa che per mesi ho raccontato a distanza. Ma è, in qualche modo, una naturale evoluzione del mio lavoro. Oltre che un tentativo di mettermi alla prova (e di farmi mettere alla prova da parte di chi mi segue, ha fiducia nel mio lavoro online e vuole sapere come me la cavo sul campo). E poi è un modo per arricchire il mio sguardo su un movimento che seguo da tanto tempo ma in maniera “mediata” e che sento il bisogno di conoscere direttamente per poter raccontare meglio, nei mesi a venire.
Poi c’è un’altra obiezione che ritorna spesso: ma i freelance non fanno così. Il punto è che io vorrei introdurre un modello differente. Sicuramente perfettibile, ma è un primo tentativo, un primo esperimento. E io sono convinta che i nuovi modelli di produzione/circolazione dell’informazione non nasceranno in un convegno (o in cento) ma dalla pratica, dal provare a fare qualcosa, correggere il tiro quando la volta successiva qualcun altro si ispirerà a quel modello, sbagliare e andare avanti. Ma facendo cose e mostrando, con l’esempio concreto, che i modelli alternativi esistono.

 

La costruzione della news dalle conversazioni su Twitter: appunti sparsi sul #fake Alemanno, Rita dalla Chiesa e la nevicata a Roma

La Repubblica di Roma riporta un battibecco fra il primo cittadino, il sindaco Gianni Alemanno, e la conduttrice televisiva Rita dalla Chiesa, che su Forum, mette in scena cause civili. Il tema è la nevicata romana e la discussione polemica nasce su Twitter – come segnala @talentosprecato.

Vale la pena di leggerlo a mo’ di conversazione e di soffermarsi sui dettagli:

RDC: @AlemannoTW scusi, sindaco, ma dopo cinque ore di macchina, una domanda: dove sono i vigili per regolare un po’ di traffico agli incroci?

GA: @ritadallachiesa tutti gli uomini disponibili sono in azione per interventi e soccorsi – stiamo facendo l’impossibile.

RDC: @AlemannoTW in macchina da ormai sette ore. Roma nord bloccata! Alberi caduti dappertutto. Ma al nord, con la neve vera, come fanno?

GA: @ritadallachiesa scusi, secondo lei mezzo metro di neve è finta. Capisco la sua rabbia ma noi abbiamo fatto l’impossibile.

GA: @ritadallachiesa Rita come va? Sto inviando due termos di the caldo. Faccio il possibile.

GA: EMERGENZA NEVE: PREGHEREI @ER_PALETTA DI SGOMBRARE IL VIALETTO DI @ritadallachiesa PER CORTESIA (tweet che poi è scomparso)

RDC: @AIemannoTW @er_paletta al vialetto di casa mia ci penso io! lei dica a @erpaletta di andare ad aiutare i romani che hanno bisogno di aiuto

GA: @ritadallachiesa Rita passeremo la notte a organizzare Carnevale On Ice grande idea per la grande Roma E per i cittadini#romacarnevaleonice

RDC: @AlemannoTW potrebbe spiegare perché e’ sparito il suo tweet Dite ar Paletta di andare a spalare il vialetto di@ritadallachiesa?

GA: @ritadallachiesa Rita non è sparito c’è solo un po’ di traffico sulla nomentana. Sono un suo grande fan cmq!

GA: @messaggiodiretto : @ER_PALETTA aggiorname ‘n po’ su ‘sta questione #vialetto de rita; e @magalli poi t’aa fatto er l’autogrefo p’a bimba?

Non occorre essere acuti verificatori di fonti, un po’ di pratica digitale associata a Twitter (ricostruire ad esempio le conversazioni, andarsi a vedere i profili) e si scopre immediatamente che quello di Alemanno è un account fake. Trovate scritte cose come “EMERGENZA NEVE PER GLI STUDENTI: SPERO SIATE ANDATI BENE IL PRIMO QUADRIMESTRE, LE SCUOLE RIMARRANNO CHIUSE PER SEMPRE” oppure “Si prega di segnalare persone particolarmente bisognose di soccorso: bimbi, anziani, ammalati. Zingari, negri, omosessuali.#romacittaaperta”.

Sulla funzione di detournement del senso degli account fake dei politici – nel bene e nel male – e della necessità di “curare” i propri flussi informativi, da giornalisti e da cittadini, ho già detto quello che penso.

Vale la pena soffermarsi invece ad osservare l’associarsi fra lo “sbrigatismo” informativo di un giornalismo che rincorre oggi quello che si sente/legge su Twitter, l’utilizzare un social network come fonte affidabile rinunciando al principio di verifica e la crescente abitudine del giornalismo nazionale a “condire” le notizie pubblicate pescando nel mare dei Tweet o costruire una notizia a partire da lì. C’è in tutto questo un principio di illusione: quello di credere sia possibile accedere in modo im-mediato ai fatti, perché online si producono eventi o si commentano eventi in modo continuativo e costante. Così la mediazione della Rete viene scambiata per una immediatezza di accesso al mondo, dimenticando che dietro la comunicazione vige sempre un principio di “costruzione” della realtà: io ti posso dire quale esperienza sto vivendo dal mio punto di vista e tu puoi fare esperienza della comunicazione non dell’evento che io sto vivendo.

Fare di quest’anno l’anno zero delle social media news e sposare un atteggiamento di pragmatismo digitale del sistema dell’informazione significa cominciare ancora più seriamente a riflettere sulla relazione tra eventi e comunicazione degli eventi nell’epoca della connessione di Rete – e quindi tra percezione e costruttivismo.