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Quando @tigella Occupy Chicago: re-intermediare l’informazione disintermediata

Ci troviamo in un particolare passaggio d’epoca del modo di produrre, distribuire e consumare informazione che abbiamo vissuto prima attraverso la visione ideologica della disintermediazione (siamo tutti reporter) e oggi attraverso la consapevolezza di nuove forme di intermediazione che mettono in discussione le forme editoriali consolidate di individuazione e racconto della notizia. Capita così che emergano idee nuove e soggetti nuovi nella “cura” dell’informazione.

Claudia Vago (aka @tigella), che non è giornalista professionista ma che abbiamo imparato a conoscere dalla rivoluzione Tunisina per come cura quotidianamente online i flussi, ha proposto il progetto “Manda Tigella a occupare Chicago!”:

Dopo aver seguito e raccontato in Rete fin dal suo nascere Occupy Wall Street è giunto il momento di andare sul posto e da lì assistere direttamente e raccontare cosa succede, partecipare alle assemblee tematiche e generali, vivere la quotidianità del movimento raccogliendo immagini, filmati, interviste. L’obiettivo finale è la produzione di materiali multimediali che raccontino l’organizzazione del movimento Occupy, che rappresenta una discontinuità rispetto ai movimenti sociali dell’ultimo decennio, in termini di pratiche e obiettivi. Come conto di farlo? Con il vostro contributo.

Abbiamo deciso di parlarne assieme per rendere più trasparente ed evidente il significato che ha una proposta come questa, soprattutto in un panorama editoriale come quello italiano.

GBA: Ci sono molti modi di stare vicino alle notizie, alle cose che ci accadono intorno, alle trasformazioni che movimenti di opinioni e occupazioni di luoghi ci segnalano. Tu hai deciso di andare di persona a testimoniare l’iniziativa #occupywalstreet a Chicago, che è un modo di andare oltre il clikactivism.

Cv: Seguo il movimento Occupy Wall Street fin dal luglio 2011, quando un post e una newsletter di Adbusters hanno lanciato l’idea di creare “un momento Tahrir nel cuore di Manhattan”. Ho seguito, attraverso la Rete tutti gli sviluppi del movimento, la nascita delle decine di occupazioni in tutti gli Stati Uniti, lo sgombero di Zuccotti Park a New York e tutti gli altri sgomberi, manifestazioni a sostegno… Trovo (e non sono la sola) che Occupy sia il movimento più interessante e significativo nato da molti anni a questa parte. Osservarlo da lontano, attraverso gli occhi e le parole degli altri, è interessante. Quando però ho letto della proposta di Adbusters di creare una grande Occupy a Chicago nel mese di maggio (quando, dal 15 al 22, in città si terranno vertice NATO e G8) ho pensato che fosse un’occasione per incontrare da vicino il movimento, viverlo e osservarlo per poterlo raccontare con maggiore consapevolezza, sia durante che dopo il mio ritorno.

GBA: Ed hai deciso di farlo facendoti sostenere da un’azione di crowdfounding, raccogliendo la disponibilità delle persone a sostenerti nel viaggio, nel soggiorno e nei costi dei materiali di produzione. Al di là del fatto di farsi finanziare mi sembra un’azione che ti consenta di andare lì con un mandato di racconto più ampio e collettivo e con la responsabilità di rendere conto pubblicamente. Mi spieghi questa tua scelta?

CV: Ho scelto di sostenere l’iniziativa con un crowdfunding per diverse ragioni.
Innanzitutto, nell’ultimo anno ho iniziato a svolgere, inizialmente “mio malgrado”, un’attività di social media curation, raccontando eventi di ogni tipo durante il loro farsi attraverso quanto le persone che partecipavano agli eventi raccontavano in Rete. Gran parte degli eventi che ho seguito e raccontato sono quelli che abbiamo selezionato per yearinhashtag.com.
Sempre più persone mi seguono, principalmente su Twitter, perché hanno fiducia nel mio essere un “filtro” alla valanga di informazioni che quotidianamente circolano in Rete. Quello che io propongo a chi mi segue e ha fiducia in me è di investire una piccola cifra che mi permette di svolgere il lavoro per cui le persone mi seguono. In qualche modo è come se non avessi un editore a cui rispondere, ma decine di editori che mi danno mandato di osservare un evento e raccontarlo. Ognuno di loro avrà legittime aspettative dal mio lavoro e io dovrò rispondere a tutti loro del mio lavoro.
Mi piace l’idea del rapporto diretto “lettore”/giornalista (anche se io fatico a definirmi “giornalista”): mi piace il tuo lavoro, il tuo approccio ai fatti, il modo di raccontare le cose e allora ti pago perché tu possa farlo, uscendo sia dalla logica dell’editore che paga un giornalista e lo manda a seguire un evento sia da quella del giornalista freelance che, una volta realizzato il proprio reportage, torna e cerca di venderlo a un editore. Sono entrambi modelli in crisi e forse occorre inventare una strada alternativa. E a volte nemmeno inventare, dato che quello che sto facendo è quasi nuovo per l’Italia ma esiste da molti anni in altri Paesi.

GBA: Ci troviamo di fronte ad un passaggio interessante nel modo di produrre, selezionare e condividere l’informazione che nel web sociale ha visto, forse un po’ troppo ideologicamente, un momento di completa ed autentica disintermediazione del tipo: siamo di fronte a fatti che possiamo raccontare, condividere e commentare, diventando editore di noi stessi. Mi sembra che sotto questa superficie ci sia invece altro. Ad esempio nuove forme di intermediazione, nuove forme di selezione e di delega nella selezione che stanno nella cura dei flussi. In questo senso troviamo sempre più nello stesso ambiente, penso a Twitter ad esempio, dei social media curator che provengono sia da una dimensione di amatorialità che di professionismo.  E alla tua attività quotidiana online affiancandone una possibile “sul campo” tocchi un nodo che rimette in gioco la relazione pro-am in una nuova direzione che va oltre la semplice realtà di Rete mostrando che si stanno proponendo nuove forme “reali” di messa in connessione tra citizen e journalism.

Come percepisci la situazione che abbiamo online in Italia e come vedi la tua proposta oggi in relazione ad altri paesi?

CV: Io credo che in Italia siamo solo all’inizio di un percorso che all’estero invece è già arrivato lontano. Nessuna grande testata ha, in redazione, social media curator. Solo recentemente la Stampa si è dotata di un social media editor, che però non è la stessa cosa. Per i nostri giornali, radio, tv il web non è ancora una fonte di notizie, al limite un “oggetto curioso” da utilizzare per riempire le pagine e i momenti vuoti.
Anche la mia iniziativa, all’estero finanziare in questo modo un’attività giornalistica è normale. Esistono da anni siti e sistemi che gestiscono un rapporto diretto tra giornalista e lettori. Qui da noi è una novità e io spero che possa diventare un modello replicabile.

GBA: Forse dovremmo uscire da una narrazione del tipo “siamo tutti giornalisti” se vogliamo capire criticamente cosa sta accadendo e le potenzialità sia sul lato della produzione che della fruizione dell’informazione online. Di qui l’importanza anche delle nuove forme di re-intermediazione che stanno nascendo online.

CV: Siamo in una fase di transizione, nuovi strumenti e nuovi linguaggi stanno modificando il modo di fare giornalismo. Sta succedendo anche in Italia, seppure in ritardo rispetto ad altri Paesi. Il web 2.0 ha trasformato tutti in potenziali reporter: se mi trovo in un posto in cui sta succedendo qualcosa, ho la capacità e gli strumenti per capire cosa accade intorno a me e ho gli strumenti materiali per raccontarlo in rete sono, in quel momento, una reporter. Ogni giorno da ogni angolo del pianeta persone raccontano “dal basso” avvenimenti di ogni tipo. Chiunque abbia accesso a internet ha accesso a questa immensa mole di informazioni e può crearsi il proprio percorso di lettura, decidendo chi seguire, quali punti di vista privilegiare. L’impressione, quindi, è che non ci sia più bisogno di intermediari (i giornalisti) per essere informati: bastano Google, Facebook, Twitter. Questa, in realtà, è una visione semplicistica e un po’ ingenua, per diverse ragioni.
Intanto, non tutti hanno il tempo per stare ore davanti al continuo flusso di informazioni che circolano, 24 ore su 24. Chi torna a casa dal lavoro alla sera e solo in quel momento ha accesso a internet difficilmente può crearsi un’idea su quanto successo nel mondo senza l’aiuto di qualcuno che, nel corso della giornata, ha filtrato le informazioni per dare rilievo alle principali e alle più affidabili. E qui c’è la seconda ragione: non tutte le informazioni che girano in Rete sono “vere” o anche solo affidabili. Il lavoro del giornalista sulle fonti, sulla verifica della loro affidabilità resta essenziale anche quando la fonte è uno studente greco che partecipa a una manifestazione ad Atene. Cambia il modo di verificare la fonte, cambiano i criteri per cui una fonte risulta, dopo un certo tempo, essere affidabile. Questo lavoro di verifica comporta competenze, conoscenze e anche tempo da dedicare.
Ecco quindi che l’illusione dell’informazione completamente disintermediata (accedo a internet e senza l’aiuto di nessuno so cosa succede in Grecia) si scontra con la realtà e cioè con il bisogno di nuovi intermediari, figure non strettamente legate al mondo del giornalismo tradizionalmente inteso, cioè i social media curator, i “curatori” di flussi, che controllano le fonti, verificano le informazioni, le rilanciano, le riorganizzano per creare una narrazione, per esempio con strumenti come Storify (perché Twitter da solo non fa narrazione).

GBA: In questi giorni accanto al sostegno alla tua iniziativa – basta guardare alla crescita della raccolta di fondi di #occupychicago – ho letto anche alcune polemiche che sono un mix, mi sembra, fra la scarsa comprensione della necessita di attività di questo tipo e un pregiudizio che sintetizzo brutalmente: non sei giornalista, ti occupi di curare flussi online perché dovremmo pagarti un viaggio di soggiorno?

CV: Io credo che alla base delle critiche ci sia una forma di resistenza al cambiamento o una scarsa comprensione del cambiamento.
Poi io capisco che, essendo il mio lavoro quello di curare flussi online, sembri strano che io voglia andare sul posto e documentare da lì una cosa che per mesi ho raccontato a distanza. Ma è, in qualche modo, una naturale evoluzione del mio lavoro. Oltre che un tentativo di mettermi alla prova (e di farmi mettere alla prova da parte di chi mi segue, ha fiducia nel mio lavoro online e vuole sapere come me la cavo sul campo). E poi è un modo per arricchire il mio sguardo su un movimento che seguo da tanto tempo ma in maniera “mediata” e che sento il bisogno di conoscere direttamente per poter raccontare meglio, nei mesi a venire.
Poi c’è un’altra obiezione che ritorna spesso: ma i freelance non fanno così. Il punto è che io vorrei introdurre un modello differente. Sicuramente perfettibile, ma è un primo tentativo, un primo esperimento. E io sono convinta che i nuovi modelli di produzione/circolazione dell’informazione non nasceranno in un convegno (o in cento) ma dalla pratica, dal provare a fare qualcosa, correggere il tiro quando la volta successiva qualcun altro si ispirerà a quel modello, sbagliare e andare avanti. Ma facendo cose e mostrando, con l’esempio concreto, che i modelli alternativi esistono.

 

La trasformazione di Twitter vista da dentro

L’attenzione che negli ultimi tempi viene data alla cresciuta della twittersfera italiana saturerà i diversi media oltre che parte del dibattito in Rete. L’articolo di Riccardo Luna per Rapubblica “Italiani pazzi per Twitter e parte la sfida a Facebook” ha sdoganato per il mainstream italiano – leggi: il mondo del giornalismo – definitivamente il tema rendendolo un momentaneo hype: questo spiega perché nella stessa giornata  abbia parlato di Twitter il TG1 serale. Resto della mia idea che il fenomeno sia strettamente correlato alla discesa su Twitter dei personaggi noti, come ho scritto.

Ma questo rappresenta parte delle osservazioni che dovremmo fare sul lato qualitativo. Altre dovrebbero riguardare i fenomeni “invisibili”, o meno eclatanti, come l’arrivo degli adolescenti – e la presenza delle star è rilevante quanto la possibilità di commentare prodotti televisivi che si seguono ma la differenza la fa la presenza delle loro cerchie di scuola/amici –  e le pratiche conversazionali che strutturano all’interno di un ambiente poco adatto a questa forma.

Un altro punto di vista da monitorare è come i profili già presenti su Twitter si siano trasformati nel passaggio d’epoca. Per questo vi sottopongo questi due punti di vista di chi ha riflettuto recentemente sul suo modo di stare su Twitter:

@tigella in questo post:

Mi capita spesso di fermarmi a ripensare a come il mio uso di twitter sia cambiato nel corso dell’ultimo anno. La rivoluzione tunisina, per motivi personali e non, ha segnato per me un momento significativo, uno spartiacque, il punto oltre il quale twitter non è stato più solo strumento per condividere pensieri e letture interessanti ma soprattutto per cercare e diffondere notizie, solitamente in tempo reale, di cose che succedevano e succedono nel mondo.

@RudyBandiera su quest’altro:

io non capisco bene cosa stia accadendo negli ultimi tempi ma credo che sia dimostrato che ilteorema di Rudy Bandiera funziona: “ogni 5 cose che si scrivono 3 devono essere divertenti“. Usando questa semplice teoria sono diventato “popolare” su Twitter, sono stato consigliato da Wired tra i 50 “influencer” italiani di Twitter appunto, e sono stato intervistato da diversi siti […] io ho sempre detto di essere un cazzaro quindi o anche gli altri “influencer” sono dei cazzari, o fare il cazzaro paga, o NON sono un cazzaro. Io propendo per la seconda ipotesi.

Update.

Una utile analisi per capire come Twitter è entrato nella dieta televisiva la trovate sul blog As audience (Gli stili della social tv: un contributo in tre puntate (più una). Il caso Twitter). Altra lettura fortemente consigliata è il post di Diletta, Ma in fondo che tweetimporta?, che, a dispetto del titolo, non rientra nel genere “cazzaro”, e puntualizza le logiche sottese al rapporto con il mondo dell’informazione.

Intanto Luca commenta metriche e limiti dell’analisi in contrappunto al post di Francesca che allarga gli orizzonti all’analisi scientifica del social network. Perché vale sempre la pena unire la riflessione culturale a quella strutturale: dispositivi e pratiche si connettono fortemente.

E poi c’è Stefano che scrive un post sul perché Twitter è un social network in risposta all’analisi di Massimo sul fatto che si sta trasformando in un ambiente di puro spargimento di notizie. Capisco quanto sottolinea Massimo ma conconrdo con Stefano che dal punto di vista scientifico e strutturale Twitter è un Social Network: risponde ai 3 requisti definitori  introdotti da boyd & Ellison 2007. Resta il fatto che ogni social network possiede caratteristiche diverse, affordance che rappresentano condizioni di possibilità (Facebook è differente da Twitter, ad esempio). Su Twitter la differenza di potenziale dei nodi – in termini di followers ma anche di capacità di penetrazione: non conta solo quanti seguaci hai ma chi ti re-twitta – si relaziona alla forma di comunicazione della timeline e della ricercabilità per #hashtag.

Ho saputo della rivolta in Kuwait da Twitter, con buona pace dei media

Comincia con un tweet, quello di @tigella aka Claudia Vago che scrive:

In #Kuwait è stato occupato il parlamento.

Sono le 21.27, ci vorrà del tempo prima che i media coprano la notizia.

Scrive @l0r3nzo85: @tigella “bello” venirlo a sapere da twitter e non dall’ansa. Lei risponde: nel 2011 non c’è nulla che non abbia saputo prima da qui 🙂

Ecco, sono persone come @tigella che ci aiutano a colmare i vuoti informativi seguendo con immediatezza le news e rilanciandole, aiutandoci a fare pulizia rispetto ai possibili falsi ( no, non seguite @MachahirNews non è vero che è un reporter di AJ) e sviluppando competenze che ci mancano (Dato che la situazione in piazza #Erada ora è tranquilla, direi che mi metto a studiare un po’ il #Kuwait, ché nei prossimi giorni servirà). E sono persone come quelle che re-twittano, che aggregano con gli #hashtag, che rendono ricercabili i contenuti e li ricercano … Uno stare in Rete che dà consistenza ad ogni sospetta esistenza “liquida”, che raccorda gli spazi immateriali con i luoghi, le virtualità con le piazze. C’è una qualità simbolica interessante in questi vissuti digitali.

Per questo ad una tendenza alla critica dell’economia politica di Internet preferisco una critica dell’economia simbolica della Rete, più utile, mi sembra, per capire la qualità del mutamento in atto.