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Guardare il mondo dal Periscope

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Guardare il mondo attraverso Periscope mostra una realtà polarizzata. Da una parte i micro live streaming del quotidiano: la colazione a casa, le passeggiate nel parco, le pause caffé durante il lavoro, le dirette da scuola sbirciando tra i compagni… Dall’altra il macro live streaming dei media : le dirette di Mashable sull’esplosione a Manhattan o l’occupazione del canale con un account da parte dei diversi mainstream media.

In mezzo troviamo tutta la complessità che lega la diretta di tipo televisivo con la dimensione conversazionale della Rete e le dinamiche da (micro) celebrity.

Un paio di esempi VIP tutti italiani per mettere a fuoco.

Da una parte Fiorello che si manda in onda durante un viaggio in auto, inquadrando l’autostrada sotto la pioggia,  commentando le musiche che passano alla radio per un flusso in entrata di 100 spettatori che hanno apprezzato producendo 3.735 cuori.

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Dall’altra Rudy Zerbi che invece costruisce una diretta “Riflessioni su Periscope” per discutere con il pubblico del suo stream (34 spettatori), salutando chi entra, leggendo i commenti fatti durante la diretta, facendo domande, proponendo usi in comune, come l’ascolto serale di nuovi brani musicali attraverso una sua diretta da commentare assieme (1.180 cuori).

Da una parte la messa in onda di se stessi attraverso un canale che crea una diretta istantanea e che si lascia guardare dal pubblico. Dall’altra una diretta che è social TV in sé, che si costruisce attraverso una conversazione con chi commenta e che guarda il pubblico mettendolo in connessione (la chat che non si limita a commentare quanto visto ma che serve per costruire risposte tra chi commenta).

Ora: provate ad applicare queste due dinamiche alle realtà di micro-celebrity così presenti in Rete ed avrete un mix esplosivo tra messa in narrazione di sé e sovraesposizione, logiche puramente spettatoriali e creazione di comunità. Il tutto nella direzione di una creazione di format che costruiranno (ed è questa la vera novità che Periscope introduce) un palinsesto delle nostre vite connesse, fatto di appuntamenti lungo la giornata e la settimana con i micro broadcaster che sapranno fare di noi una comunità di visione.

Social television: non è Twitter, è la TV

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Il consumo dei prodotti televisivi e il modo di pensarli sta cambiando, come sappiamo, in modo significativo con l’affermazione sociale di piattaforme digitali – con Facebook, Twitter, Youtube in modi estremamente evidenti ormai. Le audience partecipative diventano così un soggetto centrale per molte produzioni e nelle analisi sui pubblici. E sono osservabili in modi nuovi, attraverso la possibilità di raccogliere un’enorme quantità di contenuti complessi e dispersi, di mettere in rapporto reti di relazioni, comunicazioni ed interessi ego-centrati.
A livello accademico, ciò si è tradotto in un crescente interesse scientifico orientato allo studio sia delle pratiche di online engagement che, più in dettaglio, di specifici prodotti comunicativi e forme espressive messi in campo durante la fruizione di programmi televisivi. Nonostante lo scenario ricco di casi empirici, sono praticamente assenti studi cross-genere che mettano a confronto format televisivi diversi e le corrispondenti pratiche di “social TV”. In quest’ottica, con Fabio Giglietto, Laura Gemini e Mario Orefice, abbiamo deciso di confrontare le pratiche di fruizione partecipativa su Twitter attivate da un programma di intrattenimento (X Factor) ed uno di approfondimento politico (Servizio Pubblico).
L’analisi completa potete leggerla nel draft Testi, Consumi Mediali E Pubblici Produttivi in Italia. Analisi Delle Pratiche Di Social TV Da #Xf6 a #Serviziopubblico.. Si tratta di una prima parte della ricerca che abbiamo presentato al convegno Cultural Studies e sapere sociologico.

La sintesi di una prima analisi dei dati raccolti (rimando alle slide per descrizione dei dataset e metodologia) evidenzia una funzione egemonica della realtà televisiva su quella di Twitter: la televisione svolge il ruolo di un vero e proprio medium modellizzante nei confronti di Twitter. Esiste un rapporto di dipendenza puntuale tra contenuti televisivi e comportamenti comunicativi assunti dai pubblici connessi su Twitter. Come scriviamo nel paper, un rapporto fondato:
a. sulla capacità della Tv di imporre i macro-temi di discussione su cui, in un secondo momento, si innestano i vari contenuti prodotti e condivisi online dai pubblici partecipativi e
b. sulla sincronizzazione istantanea delle risposte di questi pubblici al flusso degli eventi televisivi.

Sembra di trovarsi davanti quindi all’esistenza di un potere modellizzante dei contenuti veicolati dal piccolo schermo sulla struttura delle conversazioni dei pubblici connessi online. Questi elementi, in particolare, sono: a) la presenza di routine chiaramente definita ed oggettivata in scalette strutturate in modo altamente strategico, capaci di suscitare reazioni nelle audience partecipative ; b) l’introduzione ad hoc di personaggi, eventi ed elementi allo scopo di produrre picchi di interesse (e di conversazioni) da parte del pubblico (online e offline); c) l’elaborazione, da parte dei produttori degli show, di schemi narrativi basati sull’imprevisto inteso come effetto emergente a partire dalla combinazione pre-stabilita tra gli elementi relativi ai punti a) e b).

D’altra parte, le osservazioni di stampo quantitativo svolte fin qui non ci consentono ancora di comprendere al meglio quanto invasiva sia l’azione modelizzante dei contenuti televisivi, ovvero, se e in che modo si costituisce online uno spazio (abitato da chi?) in cui i pubblici partecipativi producono contenuti a partire dalla condivisione di una semantica sganciata dalla routine di un programma. Né è possibile descrivere chiaramente il rapporto di dominio discorsivo della televisione rispetto alle dinamiche presenti su Twitter (ad esempio se esistano forme di “resistenza” e di che tipo; in che modo gli account ufficiali mettano a tema e in che tempi il flusso tv e quali risposte – ad esempio retweet – vengano dati dai pubblici; ecc.). Ciò, in ultima istanza, sembra suggerire la necessità di considerare il lavoro fin qui svolto sia come un punto d’approdo denso di risultati di natura quantitativa che come uno step propedeutico allo svolgimento di ulteriori osservazioni analitiche. Queste ultime, in particolare, verranno condotte mediante l’adozione di strumenti di tipo qualitativo, tentando di triangolare Big data e Deep data, allo scopo di evidenziare natura e determinanti dei cosiddetti “pubblici partecipativi” nonchè gli stili espressivi e le pratiche discorsive elaborati dagli individui intesi come “fruitori connessi” di programmi Tv.

Il blocco di Twitter in Turchia: tra doppia morale ed effetti perversi

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Non sappiamo abbastanza sull’impatto relativo dei social media sui movimenti tanto da poterci fare un’idea definitiva sul tipo di mutamento che stanno creando nei modi in cui si svolgono azioni collettive come quelle di protesta.

Possiamo però continuare ad osservarne l’evoluzione, calandoci nel fenomeno vivo, quello che riguarda cittadini, istituzioni, movimenti e media nei diversi Paesi laddove emerga con evidenza.

Come ci sta mostrando di nuovo la Turchia in questi giorni. In Turchia abbiamo già potuto osservare nei giorni di #occupygezi come su Twitter 3 milioni e mezzo di cittadini abbiano parlato al paese (la maggior parte dei tweet era in lingua turca), si siano auto organizzati e abbiano dato visibilità al dissenso anche a livello internazionale (con tweet in inglese, immagini reportage, ecc.).

Giovedì 20 marzo durante un comizio elettorale il premier turco Erdoğan ha detto: “Estirperemo Twitter e gli altri, non mi interessa cosa dice la comunità internazionale”. E il 21 marzo molti account sono diventati irraggiungibili spegnendo, di fatto, Twitter in parti via via crescenti del paese. Opera dell’autorità per le tecnologie dell’informazione e della comunicazione turca (BTK) che ha esercitato il suo potere di oblio dei contenuti a partire dal potere conferitogli da una “legge bavaglio” su Internet osteggiata dall’opposizione.

La reazione è stata immediata: hanno cominciato a circolare online e offline le informazione di come cambiare i nomi di dominio (DNS) su cellulari, tablet e computer, i consigli per usare VPN e utilizzare Tor per violare il blocco .

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L’urgenza comunicativa della politica in un tweet

Dario Franceschini è il nuovo Ministro dei beni, delle attività culturali e del turismo del governo Renzi. L’abbiamo letto da subito sulla sua short bio di Twitter. Da subito, ancora prima che giurasse nelle mani del Presidente della Repubblica.

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La tempestività è una forma efficace dell’essere presenti sui social network, una best practice cui il politico online deve attenersi. É la documentazione del valore di un rapporto diretto, disintermediato con i propri elettori e con i cittadini, tanto più per un Ministro.

Peccato però che questa tempestività l’ex Ministro dei rapporti con il parlamento del governo Letta non l’abbia mostrata nella gestione dei contenuti del suo account Twitter @dariofrance.

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Occupy Gezi: quando Twitter è al servizio di un’informazione sul territorio.

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[Immagine di Gianluca Costantini via Political Comics]

Le informazioni sulla protesta dentro la Turchia si alimentano attraverso i media occidentali e un live-tweeting costante da parte dei manifestanti che passa dagli smarthphone, con testi e video che accompagnano le sommosse e le azioni della polizia. Questa l’analisi di Pablo Barberá e Megan Metzger (PhD student aL Politics Department della New York University) che hanno raccolto e analizzato oltre 2 milioni di tweet (contro il milione totale delle rivolte egiziane, per capirci) con gli hashtags legati alla protesta: #direngezipark? (950.000 tweets), #occupygezi (170.000 tweets), #geziparki (50.000 tweet).

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Si tratta di una quantità di dati che mostra come ci si trovi di fronte ad un uso principalmente locale (a differenza di quanto avvenuto per l’Iran): quasi il 90% dei tweet geolocalizzati proviene dall’interno della Turchia e il 50% per cento da Istanbul (erano il 30% quelli in lingua egiziana durante #Jan25).

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La prevalenza dei tweet in lingua turca mostra la centralità di uno scambio informativo locale, anche se notiamo come nel tempo ci siano picchi in lingua inglese che ci fanno immaginare – oltre all’adesione di una comunità internazionale più allargata – un tentativo di portare le issue al di fuori del proprio Paese per sollecitare l’attenzione dei media internazionali.

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Quello che si sta costruendo è un racconto dal basso, informazione crowdsourced, che nasce come risposta al vuoto di copertura da parte dei media nazionali e che aggira l’abbattimento delle reti 3G in molte zone grazie all’apertura della connessione wifi che hanno operato i negozi.

Pubblico/privato nei social network: appuntamento al MIT8

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Media in Transition è una conferenza biennale organizzata dal Comparative Media Studies – MIT di Boston che racconta la trasformazione in atto attraverso lo sguardo su tecnologie e forme sociali da oltre dieci anni.

Il tema di quest’anno al MIT8 è la distinzione e il racconto della relazione public media/private media, in un’epoca in cui gli stati di connessione ridefiniscono e sfumano il confine.

Noi presentiamo un panel a partire dalla ricerca PRIN in corso su Social Network Studies Italia dal titolo “Public / Private in Transition: SNSs in National Contexts” in cui abbiamo coinvolto diversi colleghi per capire come diverse comunità nazionali ridefiniscano il confine tra pubblico e privato nei siti di social network. Si tratta infatti di spazi online che sfumano l’opposizione dicotomica tra pubblico e privato, ed aprono la strada ad una nuova semantica che si fonda sulle concrete pratiche degli utenti che costruiscono e ricostruiscono il confine a partire dalle possibilità che le piattaforme mettono a disposizione e dalle forme culturali che creano.

Gli utenti usano strategicamente la distinzione pubblico/privato nei social network per modellare una narrazione pubblica di sé e cercheremo di capire in che modo i diversi contesti socio-culturali incidano.

 

Di seguito gli abstract che discuteremo:

Facebook and Intimacy in the Facebook Italian Users, Giovanni Boccia Artieri, Manolo Farci, Fabio Giglietto, Luca Rossi
In Italy, social media have already reached 28 millions of users, 51.2% of the population, with an increase of the 5.1% over the last year. This paper investigates how the practices of friendship on Facebook offers new meanings to the notion of intimacy – overlapping the boundaries between family, love, colleagues or peer group – and reshape the distinction between private and public community (Lange 2007, boyd Ellison 2007, boyd 2008). The research project employs a mixed method that combines an integrated quali-quantitative analysis. The qualitative phase – the first at this scale in Italy – is based on more than 120 in-depth interviews made in the Italian national territory. The quantitative phase is based on an ad hoc developed software tool aimed at collecting social information from a SNS and storing them into a large social database. This approach enables researchers to merge a large amount of data extracted from the database with the qualitative hypothesis obtained from the interviews.

From Networks of Affiliation to Ad Hoc Publics: Mapping the Australian Twittersphere, Jean Burgess and Axel Bruns
This paper maps networks of affiliation and interest in the Australian Twittersphere and explores their structural relationships to a range of issues-based ad hoc publics (Bruns, Burgess 2011). Using custom network crawling technology, we have conducted a snowball crawl of Twitter accounts operated by Australian users to identify more than one million users and their follower / followee relationships, and have mapped their interconnections. In itself, the map provides an overview of the major clusters of densely interlinked users, largely cenetred on shared topics of interest (from politics through parenting to arts and sport) and/or socio-demographic factors (geographic origins, age groups). Our map of the Twittersphere is the first of its kind for the Australian part of the global Twitter network, and also provides a first independent and scholarly estimation of the size of the total Australian Twitter population. In combination with our investigation of participation patterns in specific thematic hashtags, the map also enables us to examine which areas of the underlying follower / followee network are activated in the discussion of specific current topics – allowing new insights into the extent to which particular topics and issues are of interest to specialized niches or to the Australian public more broadly. Finally, we investigate the circulation of links to the articles published by a number of major Australian news organizations across the network.

Tweets in the Limelight: Contested Publicness around the Use of Twitter in South Korea, Yenn Lee
What is happening on Twitter has been significantly reported in South Korean mass media. In the course of year 2012 alone, 49,257 news articles contained the word “Twitter” and 1,696 out of them were headlined with the word. Based on an analysis of those 1,696 articles, the present study discusses what kind of tweets have been picked up by the mass media in the country and what kind of culture-specific discourses have been constructed and promoted around them. This discussion is carried out through the theoretical framework of “newsworthiness,” first put forward by Galtung and Ruge (1965) and subsequently revisited by many other media scholars such as Harcup and O’Neill (2001). By examining in what process an individual tweet becomes “news,” with a focus on three most high-profile cases (i.e. a celebrity authoress’ rants, alleged bullying within a girl group, and leak of a teenage girl singer’s dating photo), this study aims to shed light on the specific media context where global social networking services such as Twitter are placed and intersect with local mass media.

Like, Share, Comment: Facework and Facebook in Brazil, Raquel Recuero
With more than 60 million users, Brazilians are now the second largest population on Facebook. Because Facebook is now part of the everyday life of hundreds of thousand Brazilians, it is creating new challenges for people in the management of their discursive identities and faces among their different social circles. In this context, this paper focuses on how Brazilian are appropriating Facebook tools for face work (Goffman, 1967), to convey their roles in different social networks (such as family, friends, co-workers and etc.) (Goffman, 1974) and create and share social capital (Lin, 2001). We also discuss how users shape their discourses in order to adequate their identities to each online
group’s expectations and how aggressive discourse and collapsed contexts (boyd, 2008; Davies, 2011) play a role in their choices. Through a qualitative approach we bring data from observation, 40 interviews and a survey with 500 people to point and discuss these strategies, we particularly focus on four Facebook tools: profile, comments, likes and shares. Our main findings focus on the different uses of each tool for face work, the creation of different profiles for different publics, the implications of collapsed context and aggressive discourses in user’s choices of participation and the shift in privacy perceptions. We also discuss how the perception of different types of social capital play a key role in Facebook’s appropriation and adoption in the country.

Being Aware of One’s Imagined Audience: Privacy Strategies of Estonian Teens, Andra Siibak and Egle Oolo
Previous studies (Siibak & Murumaa 2011; Jensen 2010) indicate that young people are not only often unaware of the omnopticon of social media, but many of the teens have not yet grasped the idea that our interactions on online platforms tend to be public-by-default and private-through-effort (boyd & Marwick 2011). Nevertheless, only a small number of studies so far (Oolo & Siibak, forthcoming 2013; Davis & James 2012; boyd & Marwick 2011; Siibak & Murumaa 2011) have aimed to gather knowledge about more complex strategies, e.g. social steganography, teens implement to protect their privacy.
The presentation will give an overview of the perceptions the 13-16 year old Estonian teens (N=15) have about the imagined audience in networked publics. Based on the findings of semi-structured interviews with the young we also highlight the main privacy strategies Estonian teens implement in order to manage their extended audience. Our results challenge widespread assumptions that the young do not care about privacy and are not engaged in navigating privacy in social media. Although several of our interviewees confessed that they only kept the members of the “ideal audience” (Marwick & boyd 2010), i.e. close friends and schoolmates, in mind while publishing posts, others claimed implement strategic information sharing, self-censorship and social steganography when performing for one’s imagined audience. The latter technique was practiced especially on the public sections of social media where with the help of inside jokes, keywords and citations from movies, games, songs, or poems or a secret message was compiled.

 

Twitter non sceglie il Quirinale. La generazione dei neo-eletti e la vigilanza civica

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Twitter non sceglie il Quirinale, tanto vale dirlo subito.
Ma c’è una bella discussione in queste ore su quanto la realtà della Rete abbia a che fare con gli orientamenti degli eletti. È nata dopo un’evidenza sul web di un mood anti Marini che ha trovato conferma in un dissidio pubblico (e pubblicato in post, tweet e Facebook) di deputati e Senatori PD e l’annullamento di fatto di questa candidatura. Fatti avvenuti con sincronia ma che nessuno può dimostrare siano correlati.
Ne fa un buon riassunto Giuseppe raccontando come ci siano tesi contro questa relazione eletti/influenza della Rete e una (forse) a favore.
E c’è come al solito una narrazione che circola nell’informazione e che, seguendo una vulgata costruita sull’hype di Twitter nell’ultima tornata elettorale, persevera nel raccontare il potere del web, come titola Repubblica a proposito della candidatura Rodotà “scelta dal web” (sic!).

Eppure mi sembra che ci troviamo di fronte ad un fatto nuovo, ambientale, che provo a spiegare.

Abbiamo a che fare con la messa in visibilità di una sfera pubblica effimera (così pensa Habermas le conversazioni sparse in semi nicchie come i caffé, volatili e non sedimentate) che non viene rappresentata dai media né si sente rappresentata da questi. Effimera sì ma che prende consistenza e visibilità in uno di quei luoghi dell’abitare contemporaneo che molti degli eletti del PD – la massa di neo eletti in particolare, quelli che vengono dalle esperienze territoriali- frequentano quotidianamente: il web.
Bastava leggere in questi giorni le timeline, le pseudo-conversazioni che si aggregavano attorno agli #hastag sul Quirinale, i commenti sulle pagine Facebook di molti degli eletti del PD, per tacere  di quelli che hanno sommerso come una grandinata primaverile la pagina Facebook di PDNetwork, ecc. per vedere prendere consistenza una realtà fatta di voci diverse che è però diversa dal clamore di folla, dai fischi di uno stadio o dal racconto di un quotidiano circa le opinioni della gente.
Una sfera pubblica effimera ma molto connessa al vissuto del neo-eletto.

Sul wall Facebook di un neo deputato che conosco da tempo, da molto prima che lo fosse, i suoi amici di tutti i giorni, i suoi ex colleghi di lavoro della federazione, i cittadini del territorio che ha amministrato, amministratori pubblici gli scrivevano di non votare Marini:

“Non dirmi nulla ma sarei contento se facessi parte di quei novanta [che non voteranno Marini]” oppure “lo sai vero che nel caso contrario [se lo avessi votato] mi avresti trovato ad aspettarti a casa per darti il bentornato!”

Non ha votato Marini, non per il web certo. Ma il suo pensiero politico lì si è dovuto esprimere e confrontare con altri. Se hai aperto un canale non dico con il cittadino ma con le tue cerchie sociali e se in queste collassano anche attivisti ed elettori oggi che sei neo deputato il loro parere è visibile. Non lo vai neanche a cercare ti arriva sul wall, nella timeline, nelle mentions…
E le conversazioni successive attorno al nome di Rodotà – che molti delle sue cerchie online gli hanno chiesto di sostenere – lo hanno obbligato a spiegare le ragioni politiche che lo portavano a votare invece Prodi. Poi il Napolitano bis. E a volte non basta. Per questo mi ha telefonato.

“Quanto sentite la pressione da fuori?” gli ho chiesto. “Molto. Parliamo fra di noi e con gli altri. Ma tutti hanno un cellulare o un iPad e non siamo più da soli qui dentro al parlamento”.

Il senso della connessione è tutta lì. Una nuova generazione di politici che hanno come riferimento un ambiente informativo più complesso fatto non solo di stampa e televisione, un ambiente che non solo e non tanto contempla il web ma le relazioni sociali e le cerchie che lì dentro ci identificano.

Non è tanto la disintermediazione rispetto all’elettore. E qui ha ragione Massimo quando scrive “Siamo sicuri che i politici tengano in conto gli umori del popolo e che lo facciano maggiormente oggi rispetto a ieri perché oggi i cittadini hanno strumenti di espressione più completi?”. Né una nuova fase di tecnoutopismo, – non è che i politici siano come ci ricorda Fabio “tutti tecnoschiavi, da mane a sera con lo smartphone in mano a scorrere i tweet che li riguardano”.

Piuttosto per alcuni eletti non stiamo parlando dell’umore del popolo o della citazione di propri fan o detrattori ma della visibilità di opinione all’interno delle proprie reti sociali connesse. Questo non significa semplicisticamente che ci si faccia influenzare da quello che dice o vuole “la gggente” ma che siamo all’interno di meccanismi meno anonimi e generalizzati, meno distaccati, anche emotivamente.

Una generazione di politici più in sintonia anche con un ambiente contro-democratico. Come spiega Pierre Rosanvallon ne “La politica nell’era della sfiducia”, la controdemocrazia è data dall’insieme di tutte quelle attività che non hanno lo scopo di associare direttamente il cittadino all’esercizio del potere ma che, piuttosto, servono ad organizzare il controllo del cittadino su chi governa: “è’ impossibile che tutti partecipino direttamente alle decisioni politiche, ma tutti possono esprimere opinioni critiche e partecipare alla vigilanza civica nei confronti del potere. Si tratta di modalità più o meno formalmente costituite, i cui attori possono essere le associazioni, la stampa o anche i singoli cittadini su internet”.

Lo stato di vigilanza civica associato alla pressione di appartenere a cerchie sociali connesse attraverso la Rete crea nuove condizione di vita politica degli eletti. Fare il politico ai tempi di Twitter è anche questo.

Update: sarà anche per questo che Bersani ha chiesto ai suoi eletti di spegnere cellulari e iPad per due ore…