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We the Wikipedia

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Nelle ultime settimane abbiamo imparato a guardare Wikipedia in modo rovesciato: da semplici utenti, come spesso siamo, ci siamo confrontati con la possibilità di diventarne autori.

Il progetto complessivo, lo racconta bene Massimo Mantellini che lo ha sostenuto, coinvolge TIM che lo ha promosso, Wikimedia e le Università. Il progetto pilota è toccato a noi, che abbiamo proposto un metodo di lavoro e sei voci che sono centrali per capire la cultura digitale oggi e che nella versione italiana erano da arricchire, perfezionare o addirittura erano assenti. Il “numero zero” di #wikiTIM sarà realizzato oggi con un edit-a-thon all’Università di Urbino Carlo Bo e verrà raccontato dai protagonisti.

La nostra idea è stata quella di partire dagli UGC, quel contenuto generato dagli utenti che è il motore e il senso di una realtà come Wikipedia. Scegliere questa voce è stato un modo di costruire la nostra mise en abîme che tiene assieme contenuto, forma ed il modo di lavorare stesso. Le altre voci sono arrivate via via con naturalezza: intelligenza collettiva, disintermediazione, cultura partecipativa (che non esisteva in italiano), narrazione transmediale (che era “comunicazione transmediale”), social Tv.

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Con un gruppo di post-doc e miei studentesse e studenti delle lauree triennale e magistrale di Scienze della Comunicazione organizzato in tre team (ognuno con due voci attribuite) abbiamo vissuto la formazione dei wikipediani (grazie a Federico Leva e Accurimbono) e ore e ore fuori dall’orario di lezione di confronto nelle aule, in chat, nelle sandbox del progetto e sui documenti condivisi in drive.

Non abbiamo fatto niente di eccezionale. Niente che ognuno di voi non possa fare. Ma…

Ma confrontarsi con un metodo di lavoro su voci non tecniche, con un team di venti persone con competenze ed esperienze molto diverse, con lemmi che erano carenti di fonti e verifiche, spesso abbozzati e poveri, rispettando il lavoro già fatto da altri, confrontandosi con le grammatiche di Wikipedia, i suoi cinque pilastri, il suo nuovo editor e il “modifica wikitesto”, e con in testa l’idea di contribuire con un sapere qualificato perché “noi siamo l’Università” … beh, non è stato per niente semplice.

Si è trattato di affrontare una sfida non indifferente, che ha richiesto di trovare un equilibrio tra una dimensione pedagogica e la libertà di scrittura dei singoli. E di rinunciare ad una vocazione autoriale nella scrittura della voce o ad un’impostazione che vuole dettare un modo “giusto” di affrontare un tema. Wikipedia, come sappiamo, utilizza una logica partecipativa e collaborativa alla costruzione del sapere che non necessariamente si sposa con l’idea di univocità di una voce ma, piuttosto, con quella di neutralità: offrire cioè tutti gli elementi per orientarsi attraverso interpretazioni anche diverse o addirittura contrastanti. Le voci non sono pensate come la chiusura di un sapere dentro i confini di una precisione disciplinare. L’esattezza chirurgica con cui una disciplina affronta un lemma è, piuttosto, una delle versioni da porre al vaglio di una lettura collettiva.

Il senso, in definitiva, è quello di prendersi cura di voci affinché siano migliorate da altri, dove “migliorate” va intesa come la disponibilità ad aprirsi ad altri punti di vista e ad impostazioni differenti. Anche quelle delle diverse persone che ci hanno lavorato, per intenderci.

Quindi: avrei scritto così le voci se le avessi dovute fare io da solo? Ovviamente no. Scrivere una voce su Wikipedia non è come vedersi affidare la cura di una voce per la Treccani, non ha a che fare con te, con le competenze che hai, con il tuo punto di vista e restituire un sapere chiuso nei confini del testo.

Noi le voci le abbiamo discusse, abbiamo letto e studiato, cercato fonti e citazioni, abbiamo abbozzato parti, ce le siamo modificate e corrette a vicenda, le abbiamo scritte e riscritte e alla fine il prodotto è quello di una intelligenza collettiva che costruisce forse una realtà sub-ottima ma che si presenta come aperta, pronta alla vostra modifica e che dall’invito ad essere modificata trae il suo senso.

Abbiamo capito che il modo giusto per rapportarsi a Wikipedia non è quello da semplice lettore, non è affidarsi alla sua attendibilità ma affrontare ogni voce come un’opportunità di miglioramento. Ma per farlo sono sufficienti molte volte le tue competenze di lettore: leggi una frase che fa affermazioni che non contengono una fonte? La segnali. Una voce ti sembra povera ed imprecisa? Lo segnali. Chi arriverà dopo di te avrà strumenti in più per capire e, se ha le competenze, modificare.

Non abbiamo fatto niente di eccezionale. Niente che ognuno di voi non possa fare. Ma rovesciare la prospettiva di approccio a quella grande risorsa condivisa del sapere ci ha messo di fronte ad un modo diverso di pensarci, anche come Università, nelle costruzione partecipativa di conoscenza. Un modo che possiamo riassumere in quattro principi che ho raccontato in Stati di connessione e che abbiamo vissuto come pratica:

  1. principio del problem solving probabilistico: le soluzioni condivise hanno a che fare con traiettorie non predeterminate in cui i partecipanti si attivano secondo un principio di auto-selezione che si fonda sulle competenze e le passioni secondo logiche in parallelo che mettono in gioco contemporaneamente approcci anche diversi. Le condizioni strutturali della connessione consentite dalla Rete e dalle applicazioni di supporto disponibili online producono così risultati emergenti dai pubblici partecipanti;
  2. principio di equipotenza: non esistono filtri particolari di accesso alle competenze o alle linee di sviluppo di soluzioni. È la possibilità e la volontà di accesso alla cooperazione ed una valutazione connessa dei risultati e non una qualche gerarchia a definire le soglie di partecipazione. La natura eterarchica e distribuita della Rete si accoppia alle proprietà di mentorship informale delle culture partecipative proponendo una logica che non si fonda su una qualche autorità;
  3. principio molecolare: abbiamo a che fare con progetti collettivi che suddividono in moduli e compiti distinti le attività che richiedono quindi competenze ed abilità più limitate e tempi di svolgimento minori e più flessibili. I contributi dei singoli quindi contano a partire dalle capacità messe in gioco (secondo il principio di equipoteza) e l’auto-selezione partecipativa (principio probabilistico) rinviando la dimensione gestionale a modalità snelle ed auto-governate dai principi partecipativi e reputazionali e dalle caratteristiche strutturali delle piattaforme utilizzate;
  4. principio di condivisione non proprietario: la collaborazione si bassa su trasparenza e possibilità di condivisione. Le informazioni devono essere accessibili e distribuite e i contenuti prodotti devono sfruttare le possibilità di distribuzione (sharing) secondo una capacità di condividere il e partecipare al flusso.

Il futuro del progetto #wikiTIM è aperto, rappresenta uno stimolo concreto per far diventare quella bella risorsa in rete che è Wikipedia un luogo dove il sapere libero che costruiamo nelle nostre Università diventi un dono accessibile costruito secondo logiche peer tra lettori e scrittori.

Per un uso ecologico di Twitter

Twitter in Italia è cambiato molto nell’ultimo anno. La sua massificazione, promossa dalla notorietà del mezzo sospinta a livello mondiale dai media (tanto che risulta essere più popolare di Facebook) e dall’ingresso delle “celebrity” ha modificato il “senso” dello stare in questo ambiente. Visto “da dentro” il punto non è tanto rammaricarsi del fatto che “le cose non sono più come prima” ma considerare che l’afflusso di massa forza alcuni elementi dell’ambiente.

Da una parte la coppia visibilità/contatto ha creato dinamiche di following che si collocano lungo un continuum che va dalla modalità groupie allo stalking. Dall’altro il rapporto superficie/profondità, giocato in un ambiente massificato, ha amplificato modalità discorsive di confronto/scontro, spesso sfocianti in flame, che sono pratiche poco adatte ad una piattaforma che per sua natura è poco conversazionale. Questa “forzatura” che amplifica la comunicazione interna all’ambiente ha certamente influenzato le modifiche strutturali che oggi ci permettono aprendo un tweet di vedere le attività correlate, dai re-tweet alla catena conversazionale. Il limite sta, come sappiamo, nella scarsità argomentativa consentita dai 140 caratteri e – anche se siete folgoranti nel creare aforismi come Oscar Wilde – nel produrre contenuti che necessitano di un contesto interpretativo per non restare ambigui. Spesso non conosciamo a sufficienza il pensiero pregresso di chi produce un tweet, cosa ha portato a produrlo, se si inserisce in un “non detto” che una cerchia di pubblico per cui è stato pensato conosce (i follower più ristretti che si segue con assiduità, ad esempio) ma che un pubblico più “generalista” cui arriva (tramite retweet, ad esempio) non conosce. Capita così che attorno alla naturale ambiguità di una comunicazione contratta, senza possibilità di metacomunicazione, si scatenino discussioni “distorte” che finiscono nel flame. Insomma: Twitter è un ambiente che mal si presta alla realtà conversazionale e all’approfondimento del pensiero.

Mi sembra che lo spieghino bene i Wu Ming in un bel post in cui esplicitano come abbiano deciso di modificare il loro modo di stare su Twitter:

Non è un forum. Non è una chat. Non è «Ballarò».
Se sempre più gente lo userà come forum, come chat e come surrogato di «Ballarò», presto l’aria qui dentro sarà irrespirabile. […]

In attesa di trovare nuove prassi (se mai sarà possibile), intendiamo ricalibrare la nostra presenza su questo mezzo.
– Non cercheremo più di produrre contenuto qui dentro, ma rinvieremo sempre ad altri spazi (non soltanto nostri). Insomma, linkeremo contenuti esterni.
– Ritwitteremo solo messaggi altrui che a loro volta linkino contenuti esterni.
– In presenza di domande che richiedano risposte complesse, laddove possibile le scriveremo altrove e linkeremo la risposta.

Il punto, quindi, è di ritrovare un equilibrio nell’ecosistema delle relazioni sociali rapportate alle esigenze informative, di confronto ed intrattenimento.

La logica superficie/profondità mi spingerebbe a dire che nel 2012 rivedremo crescere i blog come luoghi di conversazione su contenuti segnalati e “curati” su Twitter. Ovviamente si tratta di una lettura che tiene poco conto dell’effetto pop della massificazione che rende complessa una relazione fra produzione di contenuti/diffusione/commento: il contenuto spesso non diventa altro che “un succoso pezzo di carne con il quale un ladro cerchi di distrarre il cane da guardia dello spirito”, come direbbe McLuhan. Quello che conta è che il contenuto diventa un pretesto per affermare un legame, per rendersi visibile, per farsi re-tweettare, per innescare un flame che aumenti il nostro ranking, eccetera. Trovare un equilibrio nell’ecosistema del web rappresenta quindi la sfida della trasformazione in atto.

Update

Contrappunto di Massimo Mantellini dal titolo Risorgimento blog? da leggere in pendant.

Farsi Cyborg

Scrivere l’introduzione per il libro di Thierry Crouzet La strategia del cyborg”edito da 40K mi ha portato a conoscere l’autore francese e ad intrattenere con lui una lunga chiacchierata sui temi del suo saggio attraverso uno scambio di mail per alcuni giorni. Un estratto è anche comparso su La Stampa.

Qui pubblico la versione integrale togliendo le digressioni, le chiacchiere serali via mail dalle nostre scrivanie tra una domanda e una risposta, i chiarimenti sulle rispettive posizioni… Quello che resta è un approfondimento sulle implicazioni antropo-filosofiche del suo pensiero e alcune acute osservazione sul rapporto tra produzione e consumo di conoscenza e fra le forme collettive e gli stati di connessione contemporanei.

GBA : Thierry, la visione che hai del cyborg mi sembra un tentativo di superare una certa metafora culturale nata negli anni ’90, penso a Donna Haraway, per esempio, che esaltava l’ibridazione uomo/macchina e che è stata la base per lo sviluppo di molta letteratura scientifica e fiction, così come di una parte del cinema che rifletteva sul futuro del rapporto tra il corpo e la tecnologia. Il tuo cyborg è invece frutto di una visione più ecologica e attenta all’atto creativo, una vera e propria simbiosi tra network di individui e tecnologie di connessione con finalità di produzione di opere che mi sembra andare oltre il problema corpo/tecnologia e da un’altra parte. Cosa significa per te quindi oggi essere “cyborg”?.

TC : Un giorno ho scoperto di essere un cyborg. Dopo aver scritto il saggio Le cinquième pouvoir usando il mio blog come un laboratorio aperto, ho voluto lavorare su un nuovo libro da solo, alla vecchia maniera. Ma qualcosa non funzionava. Mi sentivo meno intelligente. È stato in questo modo che ho scoperto che il mio blog, e soprattutto i miei commentatori, avevano, in un certo modo, aumentato le mie capacità cognitive. Ero diventato un umano esteso e tornare alla mia vecchia umanità mi produceva uno strano stato di insoddisfazione. Mi sentivo letteralmente stupido.

E’ così che ho immaginato che diventiamo dei cyborg, dei nodi di un’immensa rete di interdipendenze, con i nostri amici, le nostre relazioni virtuali, con gli oggetti e, in qualche modo, con tutto ciò che esiste nella biosfera.

Non si tratta certo di un fenomeno nuovo ma ritengo che la sua potenza sia oggi moltiplicata. Talvolta ho l’impressione che i miei neuroni si estendano lontano dal mio cervello. Con questa estensione noi stiamo, probabilmente, umanizzando tutto ciò che ci circonda, stiamo facendo saltare il dualismo che vede l’uomo separato dal resto del mondo (e dagli altri uomini). Il cyborg è un’entità sociale.

Donna Haraway usa la metafora del cyborg per farci uscire dalle vecchie classificazioni, come quelle di genere. Io estendo questa idea, tranne che, per me, il cyborg non è una metafora ma uno stato che ci è diventato accessibile. Ho la certezza che oggi per essere un creatore occorra essere un cyborg. Il tempo dei creatori solitari è andato (ma è mai esistito?).

GBA : Sono d’accordo con te sul fatto che oggi la « connessione » sia più visibile e gestibile e che sia diventata, al di fuori di ogni metafora, uno stato dell’esistenza. Siamo sempre più fisicamente in uno stato di connessione continua e costante gli uni con gli altri e con gli oggetti del mondo (materiale o immateriale) in una maniera che ricombina in modo nuovo immediatezza e mediazione, localizzazione e delocalizzazione.

Ma diventare un cyborg richiede una presa di coscienza che non dipende solamente dall’uso di strumenti di connessione (cellulari, palmari, computer, ecc.). Quello che, secondo me, cambia è il nostro “senso della posizione” nella comunicazione: da oggetto della comunicazione (pubblici, consumatori, cittadini, lettori) diventiamo soggetto della comunicazione. E diventiamo consapevoli di questa nuova centralità nelle forme di produzione. Con il nostro blog, ad esempio. Eppure, come hai scritto nel libro La strategia del cyborg: “bloggare, scrivere sui blog, può forse essere necessario alla cyborghizzazione, ma in nessun caso sufficiente”. E inoltre: “La probabilità che delle opere collettive vengano create in maniera totalmente consapevole [come Wikipedia] è debole”. Qual è allora il rapporto fra queste forme di creazione e la natura cyborg? E le differenti forme di UGC (User Generated Content), cioè le opportunità di crescita di produzione e distribuzione di opere prodotte, per così dire, dal basso (ovviamente nel continuum tra amatorialità e professionalità) che ruolo hanno nella strategia del cyborg?

TC: Da un lato non credo alla possibilità di creatori solitari; dall’altro non credo alle creazioni collettive. Ad ogni modo non ci credo per quel che riguarda opere d’arte o anche delle teorie filosofiche o scientifiche. Questo potrà sembrare ambiguo. Il creatore deve aumentare se stesso con l’aiuto degli altri secondo la strategia del cyborg, ma gli altri senza la presenza del creatore non possono creare delle opere. Il creatore è una sorta di catalizzatore. Rimane indispensabile, il suo nome è importante. Non torneremo al Medio Evo quando gli artigiani non firmavano le loro opere.

Gli UGC senza un catalizzatore restano contenuti incoerenti, privi di bellezza … informazioni brute, materia da polverizzare che non è stata ancora trattata. È quello che fanno spesso i giornalisti. Non amano sentirselo dire ma abbiamo bisogno di tutta questa materia per creare. I granelli di sabbia si accumulano per preparare le opere. Il creatore non è più solo nel produrre il mucchio di sabbia ma è ancora colui che gli dà la forma.

E’ qui che interviene la consapevolezza. Senza la consapevolezza della creazione a venire, a volte solo un desiderio, non abbiamo alcun motivo per impastare gli UGC, per produrre. Naturalmente può essere il tempo a produrre l’impasto. È quello che accade nelle città d’arte. Ogni casa è un UGC. La consapevolezza si fa luce a poco a poco, in un tempo troppo lento per noi, un tempo inumano. Se c’è un’opera collettiva è senza consapevolezza, credo. Non conosco nessun esempio di una folla che si sia riunita per creare un’opera. Quale, innanzitutto? Ma se anche avvenisse, l’idea sarebbe nata da qualcuno, no? Pensiamo alle cattedrali, ad esempio.

Lo statuto professionale (remunerato) o amatoriale (non remunerato) non cambia più di tanto le cose nella cyborghizzazione. I giornalisti disprezzano spesso gli UGC ma essi stessi producono contenuti di questo tipo. È una tappa necessaria, preliminare alla costruzione del mucchio di sabbia … è il terreno di partenza per diventare cyborg.

GBA : In Italia, in realtà, abbiamo, tra gli altri, un esempio di successo di lavoro collettivo nella letteratura con la « band di scrittori » Wu Ming. È un esempio di narrazione prodotta attraverso una tecnica di lavoro che crea “fusione” e “con-fusione” fra gli autori e i loro stili di scrittura, fino a perdere la possibilità di attribuzione di ogni parte del libro e di ogni singola riga. Si tratta di un’opera collettiva “con” consapevolezza, credo.

E, d’altra parte, dalla scrittura in avanti (la stampa non fa che radicalizzare le cose)  non è possibile pensare l’autore come una realtà solitaria, come entità isolata. Oppure: pensiamo al lavoro del copista che in realtà è l’altro autore del testo, colui che lo riscrive.

Qual è dunque la vera mutazione oggi? Né i blogger né i giornalisti, tu dici, sono un esempio di autore che si fa cyborg. Quali sono allora i laboratori dei cyborg?

TC : Quando parlo di collettivo penso sempre a un collettivo decentrato e non gerarchico (ne La strategia del cyborg parlo della differenza fra cyborg e gestalt). Sono un grande difensore del decentramento e dell’auto-organizzazione in politica (mi si tratta da anarchico razionale). Ma ho l’impressione che l’auto-organizzazione non funzioni per la creazione, più precisamente per la produzione letteraria che è il mio campo di sperimentazione.

Non dico che delle persone non possano collettivamente produrre testi. Le cadavre exquis [gioco collettivo inventato dai surrealisti]. Le esperienze de l’Oulipo [OUvroir de LIttérature POtentielle]. O dei WuMing di cui parli. Tutto ciò non è nuovo, web o non web. Ma anche se apprezzo queste esperienze le opere prodotte mi interessano meno. Infatti non ho mai letto opere collettive auto-organizzate che mi abbiano colpito (parlo di opere create con consapevolezza, non della Bibbia o anche dell’Iliade, di tutti i testi aggregati da copisti e studiosi). Sarà perché non so percepirli o non ho mai avuto la fortuna di incrociarli, sarà perché sono difficili da produrre. La verità sta senza dubbio nel mezzo.

Ad ogni modo la strategia del cyborg non è il collettivismo ma l’estensione della nostra potenza creativa attraverso la potenza degli altri ( ed essi stessi attraverso lo stesso processo possono estendersi). Più che partire per una nuova direzione si tratta di allontanarsi di un passo. D’altra parte la strategia del cyborg va di pari in passo con una strategia della gestalt, non vi si oppone.

GBA: Non si tratta quindi di tecnologie che consentono l’estensione quanto, piuttosto, di modalità di estensione che abilitano e forme in cui le usiamo.

TC: Parlo della strategia del cyborg perché l’ho sperimentata. Perché il mio blog è diventato un laboratorio di cyborghizzazione. E questo pone molti problemi ai nuovi lettori perché si immergono in una rete neuronale in cui non capiscono nulla – che non è proprio il modo migliore di promuovere i miei lavori. Le cose si sono fatte così, poco per volta. Non sono molto dotato nel marketing.

Un blogger non è un cyborg. D’altra parte un autore che usa il suo blog come un laboratorio aperto può diventare un cyborg. Ed è quello che ho sperimentato.  Mi sembra che in Francia François Bon sia allo stesso punto. Negli USA, McKenzie Wark ha scritto Gamer Theory come un cyborg. Mi hai fatto ripensare a lui. Avrei dovuto citarlo, consacrargli un aforisma nel mio testo. Fortunatamente è un’opera aperta Potrei aggiungerlo nella post fazione. È questa la strategia del cyborg. Il testo non è mai finito. Si nutre di scambi attraverso il lavoro creativo, ma anche in seguito.

È qui la novità. Nel passatogli autori comunicavano attraverso le lettere, si incontravano nei caffè, poi ricominciavano a lavorare. Oggi posso scrivere stando in un caffè e scrivo simultaneamente a più livelli: il testo e i suoi commenti. Gli altri sono sempre lì presenti, esattamente come la mia memoria, le mie mani, i miei occhi essi mi estendono. Abbiamo stabilito una rete attraverso il cyberspazio, una rete che si deforma senza sosta ma che non si rompe mai.

Può essere difficile capire ciò di cui parlo per chi non ha provato. Quando scrivo, per esempio, non penso ai miei piedi. Allo stesso modo non penso alla mia estensione che mi fa cyborg. Posso restare concentrato come uno scrittore del passato. Talvolta una mosca si posa sulle mie dita dei piedi, allora penso ai piedi e questo può cambiare il filo dei miei pensieri (parlo dei piedi per colpa di una mosca che mi ronza veramente attorno da stamattina). Allo stesso modo la mia estensione neuronale può sollecitarmi oppure posso aver voglia di muovere le mie dita, ad esempio ponendo alla mia estensione una domanda. Credo che anche se alcuni autori hanno potuto sperimentare questa sensazione di estensione nel passato, oggi essa sia molto più potente e soprattutto facile da provocare.

GBA: La strategia del cyborg è dunque una via alla creatività contemporanea che ci insegna come la nostra condizione di connessione – garantita, ad esempio, dalle nostre vite supportate dal web – sia una modalità di potenziamento ed estensione che garantisce l’individualità senza annullarci in una dimensione collettiva, in un superorganismo.

TC: Ripenso alla gestalt. Può essere creativa se l’insieme dei cervelli connessi crea un super cervello o un meta cervello, se gli autori creano un super autore che dispone alla fine di un’identità propria che va al di là delle identità individuali (teoria del superorganismo). Occorre che si produca una transizione verso un meta sistema, che vi sia emergenza…

Il cyborg è al di sotto di questo livello: la strategia del cyborg è meno ambiziosa. Non ha bisogno di “emergenza”, cioè di una rottura che ci conduca verso l’ignoto, ma di una evoluzione.

Per essere onesti, ho lavorato a questa idea del superorganismo prima di rifiutarla. Non la trovo feconda (e ho anche paura di fondermi in un’entità superiore). E se partecipo ad un super organismo non vedo cosa posso dire in quanto singola cellula. Dubito che possa essere consapevole di ciò che fabbrica il superorganismo. Se crea un’opera geniale non lo saprei mai. E dubito che potrei apprezzarla.

Voglio essere più chiaro. Affinché la gestalt diventi creativa deve formare un superorganismo scappare totalmente dall’umanità mentre il cyborg vi resta attaccato.

Fare attenzione allo studente che verrà

L’università a venire. Ne avevo già parlato qui, ma anche qui e qui. E si lega anche a questo.
Vale la pena approfondire, di nuovo. Non allentare l’attenzione verso la mutazione.
Ho appena chiuso il corso di new media con un lavoro a gruppi (di cui parlerò in un altro post) che ha consentito agli studenti di utilizzare le loro conoscenze mediali e la loro capacità “al collettivo” di utilizzare il web come luogo di ricerca. Le presentazioni sono state montate con vocazione mutimediale abbondando di remix e mash-up, di attenzione equilibrata a forme e contenuti, a partire dalle loro abilità e sensibilità miscelate con le cose apprese.
Quest’anno, più di altri, la nuova generazione che usa e frequenta il web, che dispone di connessione, che utilizza più supporti, che sa trattare i contenuti, ecc. è sembrata emergere.
Occorre osservarla e pensare anche a coloro che stanno arrivando. Mi aspetto già critiche al post del tipo: “l’università non deve seguire i suoi studenti ma farli apprendere!”; “l’istituzione deve essere veicolo di cultura e non seguire mode mediali”, e anche cose più intelligenti ma il cui senso è poi questo.
Credo invece occorra riflettere sui dati. Farsi un’idea.
Questo video (segnalato da post-human) è un buon punto di partenza. In parte risponde anche alla domanda: Perchè chi si occupa di media studies dovrebbe sentirsi chiamato più in causa degli altri?

[Youtube=http://www.youtube.com/watch?v=aEFKfXiCbLw]