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We the Wikipedia

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Nelle ultime settimane abbiamo imparato a guardare Wikipedia in modo rovesciato: da semplici utenti, come spesso siamo, ci siamo confrontati con la possibilità di diventarne autori.

Il progetto complessivo, lo racconta bene Massimo Mantellini che lo ha sostenuto, coinvolge TIM che lo ha promosso, Wikimedia e le Università. Il progetto pilota è toccato a noi, che abbiamo proposto un metodo di lavoro e sei voci che sono centrali per capire la cultura digitale oggi e che nella versione italiana erano da arricchire, perfezionare o addirittura erano assenti. Il “numero zero” di #wikiTIM sarà realizzato oggi con un edit-a-thon all’Università di Urbino Carlo Bo e verrà raccontato dai protagonisti.

La nostra idea è stata quella di partire dagli UGC, quel contenuto generato dagli utenti che è il motore e il senso di una realtà come Wikipedia. Scegliere questa voce è stato un modo di costruire la nostra mise en abîme che tiene assieme contenuto, forma ed il modo di lavorare stesso. Le altre voci sono arrivate via via con naturalezza: intelligenza collettiva, disintermediazione, cultura partecipativa (che non esisteva in italiano), narrazione transmediale (che era “comunicazione transmediale”), social Tv.

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Con un gruppo di post-doc e miei studentesse e studenti delle lauree triennale e magistrale di Scienze della Comunicazione organizzato in tre team (ognuno con due voci attribuite) abbiamo vissuto la formazione dei wikipediani (grazie a Federico Leva e Accurimbono) e ore e ore fuori dall’orario di lezione di confronto nelle aule, in chat, nelle sandbox del progetto e sui documenti condivisi in drive.

Non abbiamo fatto niente di eccezionale. Niente che ognuno di voi non possa fare. Ma…

Ma confrontarsi con un metodo di lavoro su voci non tecniche, con un team di venti persone con competenze ed esperienze molto diverse, con lemmi che erano carenti di fonti e verifiche, spesso abbozzati e poveri, rispettando il lavoro già fatto da altri, confrontandosi con le grammatiche di Wikipedia, i suoi cinque pilastri, il suo nuovo editor e il “modifica wikitesto”, e con in testa l’idea di contribuire con un sapere qualificato perché “noi siamo l’Università” … beh, non è stato per niente semplice.

Si è trattato di affrontare una sfida non indifferente, che ha richiesto di trovare un equilibrio tra una dimensione pedagogica e la libertà di scrittura dei singoli. E di rinunciare ad una vocazione autoriale nella scrittura della voce o ad un’impostazione che vuole dettare un modo “giusto” di affrontare un tema. Wikipedia, come sappiamo, utilizza una logica partecipativa e collaborativa alla costruzione del sapere che non necessariamente si sposa con l’idea di univocità di una voce ma, piuttosto, con quella di neutralità: offrire cioè tutti gli elementi per orientarsi attraverso interpretazioni anche diverse o addirittura contrastanti. Le voci non sono pensate come la chiusura di un sapere dentro i confini di una precisione disciplinare. L’esattezza chirurgica con cui una disciplina affronta un lemma è, piuttosto, una delle versioni da porre al vaglio di una lettura collettiva.

Il senso, in definitiva, è quello di prendersi cura di voci affinché siano migliorate da altri, dove “migliorate” va intesa come la disponibilità ad aprirsi ad altri punti di vista e ad impostazioni differenti. Anche quelle delle diverse persone che ci hanno lavorato, per intenderci.

Quindi: avrei scritto così le voci se le avessi dovute fare io da solo? Ovviamente no. Scrivere una voce su Wikipedia non è come vedersi affidare la cura di una voce per la Treccani, non ha a che fare con te, con le competenze che hai, con il tuo punto di vista e restituire un sapere chiuso nei confini del testo.

Noi le voci le abbiamo discusse, abbiamo letto e studiato, cercato fonti e citazioni, abbiamo abbozzato parti, ce le siamo modificate e corrette a vicenda, le abbiamo scritte e riscritte e alla fine il prodotto è quello di una intelligenza collettiva che costruisce forse una realtà sub-ottima ma che si presenta come aperta, pronta alla vostra modifica e che dall’invito ad essere modificata trae il suo senso.

Abbiamo capito che il modo giusto per rapportarsi a Wikipedia non è quello da semplice lettore, non è affidarsi alla sua attendibilità ma affrontare ogni voce come un’opportunità di miglioramento. Ma per farlo sono sufficienti molte volte le tue competenze di lettore: leggi una frase che fa affermazioni che non contengono una fonte? La segnali. Una voce ti sembra povera ed imprecisa? Lo segnali. Chi arriverà dopo di te avrà strumenti in più per capire e, se ha le competenze, modificare.

Non abbiamo fatto niente di eccezionale. Niente che ognuno di voi non possa fare. Ma rovesciare la prospettiva di approccio a quella grande risorsa condivisa del sapere ci ha messo di fronte ad un modo diverso di pensarci, anche come Università, nelle costruzione partecipativa di conoscenza. Un modo che possiamo riassumere in quattro principi che ho raccontato in Stati di connessione e che abbiamo vissuto come pratica:

  1. principio del problem solving probabilistico: le soluzioni condivise hanno a che fare con traiettorie non predeterminate in cui i partecipanti si attivano secondo un principio di auto-selezione che si fonda sulle competenze e le passioni secondo logiche in parallelo che mettono in gioco contemporaneamente approcci anche diversi. Le condizioni strutturali della connessione consentite dalla Rete e dalle applicazioni di supporto disponibili online producono così risultati emergenti dai pubblici partecipanti;
  2. principio di equipotenza: non esistono filtri particolari di accesso alle competenze o alle linee di sviluppo di soluzioni. È la possibilità e la volontà di accesso alla cooperazione ed una valutazione connessa dei risultati e non una qualche gerarchia a definire le soglie di partecipazione. La natura eterarchica e distribuita della Rete si accoppia alle proprietà di mentorship informale delle culture partecipative proponendo una logica che non si fonda su una qualche autorità;
  3. principio molecolare: abbiamo a che fare con progetti collettivi che suddividono in moduli e compiti distinti le attività che richiedono quindi competenze ed abilità più limitate e tempi di svolgimento minori e più flessibili. I contributi dei singoli quindi contano a partire dalle capacità messe in gioco (secondo il principio di equipoteza) e l’auto-selezione partecipativa (principio probabilistico) rinviando la dimensione gestionale a modalità snelle ed auto-governate dai principi partecipativi e reputazionali e dalle caratteristiche strutturali delle piattaforme utilizzate;
  4. principio di condivisione non proprietario: la collaborazione si bassa su trasparenza e possibilità di condivisione. Le informazioni devono essere accessibili e distribuite e i contenuti prodotti devono sfruttare le possibilità di distribuzione (sharing) secondo una capacità di condividere il e partecipare al flusso.

Il futuro del progetto #wikiTIM è aperto, rappresenta uno stimolo concreto per far diventare quella bella risorsa in rete che è Wikipedia un luogo dove il sapere libero che costruiamo nelle nostre Università diventi un dono accessibile costruito secondo logiche peer tra lettori e scrittori.

Network pragmatism ed ecosistema dell’informazione

Luca De Biase ha scritto un importante post per mettere a fuoco alcune mutazioni e rischi del sistema dell’informazione al tempo dei civic media. Anche in contrappunto ad alcune riflessioni di Gianni Riotta.
Trovo però che il limite di molti dei ragionamenti che facciamo attorno al contesto attuale sia che cerchino di trasporre le caratteristiche moderne dell’informazione, il modo di produrre-distribuire-consumare nato con i mass media, all’interno di un ambiente in cui la forma dell’informazione impatta e collide con le dinamiche relazionali che avvengono nello stesso luogo: cioè il fatto che la relazione fra forme di comunicazione interpersonale e di massa si è riarticolato attraverso forme di accoppiamento nuove.

Si tratta, inoltre, di un contesto in cui troviamo anche la presenza di quei media di massa che fanno informazione. Social curator e redazioni stazionano assieme su Twitter, giornalisti e amici che segnalano news li abbiamo, magari, tra i nostri friend. E anche i contesti informativi che creiamo, come i quotidiani online, generano la realtà da cui, nel dibattito, vorremmo allontanarci. Ad esempio scrive Riotta:

Sui primi due giornali italiani, Repubblica e Corriere, i video più visti online questo sabato comprendono la ragazza che si tuffa nel lago e sbatte il sedere perché è gelato, la scema che fa la capriola e cade dal letto, il fusto che solleva 150 chili e sviene, il reporter sfiorato da un aereo e la cliente infuriata che devasta il locale perché il panino non le piace troppo.

Possiamo concentrarci sulla gente che sceglie l’intrattenimento dentro un contesto informativo o su chi (la testata) inserisce in un contesto informativo video come questi. Una circolarità da cui difficilmente usciremmo.

La realtà è che molte delle critiche che si stanno producendo echeggiano ancora le posizioni di Andrew Keen presentate nel suo saggio “The Cult of the Amateur” – tradotto in “Dilettanti.com” – dove viene denunciata la “grande seduzione” che sta generando un punto di vista superficiale sul mondo prodotto da

un puro e semplice rumore generato dalle centinaia di milioni di blogger [ma aggiungete pure persone sui social network] simultaneamente impegnati a parlare di sé stessi.

Si tratta di una tagliente critica generalizzata che colpisce la generazione UGC, così come le pratiche di citizen journalism, la realtà della wikinomics, ecc.
E qui veniamo ad un primo punto. Internet rischia di generare differenze senza valore per cui sulla crisi asiatica il Nobel Amartya Sen è sullo stesso piano del suo anonimo aguzzino via blog. Occorrerebbe allora, sostiene Riotta, “riportare gerarchia di valori (il bene migliore del male), autorevolezza di tesi (il Nobel Amartya Sen la sa più lunga sulla crisi asiatica del suo anonimo aguzzino via blog), limpidezza di discussione”
Il “pragmatismo digitale” punta il dito sulla dittatura del dilettante, dell’anonimo, che si impone su quella dell’esperto e dietro alle apparenze di una disintermediazione capace di democratizzare i processi conoscitivi e produttivi nasconde un’ideologia, quella del web 2.0, che in realtà propone una forma di appiattimento del mondo e di svaporamento dei valori che tengono insieme processi educativi, conoscitivi e produttivi. Si tratterebbe di una miscela di tecno-illuminismo e principi libertari, quelli propri delle ideologie che stanno alla base di molta vulgata sullo sviluppo di Internet, che tende a valorizzare l’esistenza dei mercati di nicchia eliminando la fondamentale funzione degli intermediari culturali – ad esempio i giornalisti professionisti, gli editori, le case discografiche  – a favore di una big conversation su ogni argomento, quando in realtà abbiamo a che fare con, come scrive Keen, “milioni e milioni di scimmie esuberanti […] che stanno dando vita a una foresta infinita di mediocrità”.

Al di là di tutto, la polemica culturale su questi temi tiene sveglia l’attenzione critica rispetto ad atteggiamenti di esaltazione delle virtù salvifiche del web partecipativo. Eppure la logica di fondo che contrappone il valore dei media tradizionali e delle figure professionali istituzionalizzate ad un disvalore deterministicamente prodotto dall’amatorialità diffusa di massa nel web, non mi convince fino in fondo.

Ad esempio gli obiettivi di un regista e la macchina industriale di massa che sta alle sue spalle e quelli di un teenager che carica un video su YouTube con l’intento di intrattenere gli amici sono, ovviamente, diversi e non in competizione. Quando però ci troviamo di fronte ad un servizio con contenuto giornalistico prodotto dal basso, con riprese, ad esempio, da una zona di guerra o con la messa online del video “Morti collaterali” da parte di Wikileaks, denuncia anonimizzata rispetto alle fonti, in cui si vede l’uccisione da parte dei militari USA di una dozzina di civili – compresi due membri di Reuters – in Iraq, allora la realtà che stiamo valutando si fa un po’ più complessa. Oppure se pensiamo alla distribuzione di contenuti su blog e Twitter della rivoluzione Verde in Iran non possiamo pensare di liquidare in modo semplicistico gli UGC. Logiche relazionali e forme dell’informazioni si connettono in modi complessi.

E anche quando si pensa alla realtà dei contenuti online come ad una melassa indifferenziata di mediocrità, con la difficoltà di selezionare non avendo più efficaci intermediari culturali e, quindi, ad una conseguenza deterministica sulla cultura nei termini di un appiattimento, forse si generalizzano meccanismi che in realtà funzionano diversamente.

Un secondo punto ha quindi a che fare con la capacità di selezione ed il rischio di omofilia, per cui tendiamo ad incontrare contenuti incapaci di produrre differenze rispetto al nostro modo di pensare, meccanismo dovuto sia a come operiamo personalmente che attraverso motori di ricerca come Google – come scrive Eli Pareser “dal 2009 vediamo i risultati che secondo il PageRank sono più adatti a noi, mentre altre persone vedono cose completamente diverse. In poche parole, Google non è più uguale per tutti”.
Quello che è certo è che la strada aperta dall’interconnessione tra contenuti e relazioni sociali è da considerare un punto di non ritorno e anche una delle forze del web sociale. Il fatto che questo si traduca in un principio generalizzato di selezione per cui «posso incontrare solo ciò che possono incontrare e non posso incontrare ciò che non posso incontrare» è, invece, qualcosa che non necessariamente dobbiamo accettare.
Sul lato della selezione una prima risposta può provenire dalle nuove forme di intermediazione collaborativa tra professionisti ed amatori che, non dissolvendo il processo di mediazione, in realtà mostrano nuove e complesse forme di collaborazione e di co-dipendenza. Saper costruire una rete efficace in cui la sintesi e il trattamento dell’informazione è prodotto da un mix fra diversi “curatori” più vicini e distanti da noi in termini di friendship, miscelando così dimensione emotiva e conoscitiva dell’informazione, diventerà una necessità.

Sul lato dell’omofilia dobbiamo imparare a non accettare il fatto che «non sappiamo che non possiamo incontrare ciò che non possiamo incontrare» in termini informativi. Spesso alcuni comportamenti di ricerca di informazione aprono alle differenze rispetto ad altri: pensiamo a quello che emerge quando seguiamo il flusso di un #hashtag. Dobbiamo ripensare la rete in modo consapevole come un luogo in cui dobbiamo preservare la serendipità, riconoscerla, sperimentarla e pretenderla, ad esempio nella progettazione di interfacce – che oggi tendono a segnalare ciò che è “simile a te”.

Per questo alla fine concordo con De Biase che “I commons culturali hanno bisogno di comunità consapevoli. Attive. Colte.”. E con Riotta che occorre “Riportare sulla rete quei canoni di serenità, autorevolezza, vivacità, impegno, buona volontà, dibattito, critica che sono da sempre trade mark della libertà, dell’onestà, della ragione. Senza perderne la ricchezza, la spontaneità, l’uguaglianza”.

Ma per farlo dobbiamo cominciare a pensare la Rete attraverso parametri culturali diversi da quelli che hanno caratterizzato il ‘900 che siano in grado di tenere conto del fatto che la relazione fra forme di comunicazione interpersonale e forme di comunicazione di massa si è riarticolata ed ha assunto nuove possibilità di raccordo dopo che per lungo tempo ci siamo abituati a pensarle e ad osservarle come ambiti distinti e inaccoppiabili. Ecco credo che molto del lavoro che abbiamo da fare e delle cose che dobbiamo capire stiano su questo versante, in un’ottica di network pragmatism.