La cultura della “circulation” e il diritto di sharing

Il contesto dell’editoria sta cambiando. Pensiamo a come la circolazione di contenuti su Blog e siti di social network stia mutando il principio di diffusione di articoli ed il loro consumo.

La raccomandata che l’Editrice La Stampa invia ad una lettrice che condivide articoli all’interno del suo album su Facebook, come foto di pezzi che le interessano, è indicativa del cambiamento di scenario.

Possiamo copiare, scansionare, fotografare e rendere condivisibili gli articoli di un quotidiano, fare circolare le copie in PDF che riceviamo in abbonamento, e così via. E possiamo sempre più interrogarci sulle ricadute legali dei nostri gesti di sharing online di contenuti e scoprire quanto quotidianamente siamo complici nel far circolare anche contenuti di cui non possediamo i diritti.

Ma il punto è che la circolazione è una caratteristica strutturale del sistema editoriale al tempo del web sociale, un elemento che viene spesso sollecitato e sfruttato ma tollerato solo quando il controllo della circolazione è nelle mani dell’editore.

Allora va benissimo se fai like ad un contenuto che io quotidiano rendo potenzialmente condivisibile su Facebook e lo porti sul tuo profilo dandogli un valore relazionale, quello di segnalazione alla tua rete di friend. Ma se porti online qualcosa che io avevo lasciato offline non mi va molto bene.

Da una parte abbiamo certamente bisogno di sviluppare buone pratiche di riconoscimento dei diritti nella circolazione (basta segnalare la fonte, ad esempio), dall’altra abbiamo necessità che la cultura della circulation diventi parte strutturante delle nostre norme e delle pratiche di impresa.  Anche perché il mercato va sempre di più nella direzione di un engagement del cittadino/consumatore che passa da remixabilità e mashup di contenuti, di sconfinamenti glocal degli stessi e di pratiche di sharing: stiamo progettando sempre più contenuti adatti alla circulation e diffondendone la cultura, salvo, poi, irrigidirci quando questo principio entra nelle pratiche dei consumatori/cittadini al di fuori del nostro stretto controllo.

La raccomandata inviata al cittadino/consumatore magari è solo un inciampo legale all’interno di una testata che è senz’altro sensibile al digitale. Non mi concentrerei quindi in polemica su questo fatto. Lo trovo solo un sintomo di un mutamento in atto che dobbiamo cominciare ad accettare e saper trattare sui due lati: da editori e da lettori.

 

 

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21 pensieri su “La cultura della “circulation” e il diritto di sharing”

  1. E’ anche il sintomo – a mio avviso – di una percezione che separa (ancor oggi) il cosiddetto reale dal virtuale. E’ una contrapposizione analoga a quella tra naturale e artificiale, tra autentico e artefatto, che questo editore non è riuscito a superare. Quasi che il mondo delle cose, il giornale di carta, sia separato da quello delle idee che circolano in Rete. «Il giornalismo scritto è ancora il nucleo duro del giornalismo italiano. La carta, tuttora, conserva un elemento di autorevolezza e credibilità che non si può attribuire a Internet. E’ quello che ci è rimasto e che va conservato con molta attenzione. Forse è l’ultimo bene che ci è rimasto». Parole del 2008 di Giulio Anselmi, giornalista che stimo moltissimo e che è stato anche direttore di quel giornale (che vanta un’ottima versione web grazie ad Anna Masera). Parole che forse devono esser rimaste (ancor oggi) sedimentate nei retropensieri di chi ha disposto si spedisse quella lettera immemore dell’incidente capitato proprio alla stessa testata qualche tempo dopo per aver mischiato il virtuale con il reale, ma in direzione inversa: pubblicò in prima pagina la clamorosa bufala di Sara Palin “modella” sulla copertina di Vogue…

    1. Bellissima considerazione, Edoardo. Credo anche io si tratti di un problema culturale che dobbiamo trattare normativamente e nel rispetto del lavoro dell’editore e del lettore. Sicuramente lo statuto di realtà del contenuto editoriale pesa sul ragionamento.

  2. Mia mamma mi raccontava che quando era giovane ritagliava gli articoli che le interessavano per farli leggere a mio papa’. Certo, mio papa’ era uno solo. Ma nessun editore gli ha mai scritto una riga

  3. C’è da dire che la signora in questione non si è preoccupata di riportare il nome della testata o i giornalisti autori degli articoli postati. Se, probabilmente, avesse inserito questi elementi non credo che ci sarebbe stato nulla da obiettare.
    E comunque più che di un abbaglio, credo che ci troviamo davanti ad una contrapposizione: La Stampa accoglie giornalisti che guardano al digitale, abbracciano le sfide del digitale come a un qualcosa di piacevolmente inevitabile. Questa mail denota, a mio avviso, un atteggiamento contraddittorio nei confronti della linea editoriale del giornale

    1. Ho visto gli articoli di altre testate che restano nella sua galleria immagini (quelli de La Stampa sono stati cancellati) e direi che praticamente sempre c’è titolo testata con data, il nome del giornalista si desume dall’articolo stesso (è in testa o calce). Il resto, come dici tu, è forse la contraddizione di una realtà editoriale che, da una parte, si apre al digitale e pezzi del suo corpo, dall’altra, che resistono alla mutazione.

    2. Caro Giovanni, quanto leggo suscita in me l’esigenza di un commento su una questione, quella dei diritti, che per quanto può essere percepita come una scocciatura dai cybernaviganti, mi pare meriti maggior considerazione critica.

      Io credo, come te, che la cultura della circulation sia in parte una caratteristica di ogni sistema di comunicazione, anche se, appunto, i social network, e la Rete più in generale, dispongano di una potenza di fuoco che non ha nulla a che vedere con qualsiasi altro mezzo precedente. Anche citare in una conversazione o in un saggio parte di un contenuto di un articolo è pratica di sharing. Anche mettere un ritaglio di giornale dietro il bancone di un bar è pratica di condivisione pubblica. E d’altronde la pirateria è vecchia quanto gli incunaboli.
      Ma se, ad esempio, diffondo musica all’interno di un locale pubblico, lo faccio anche per rendere la permanenza in quel locale – almeno nelle intenzioni di chi lo fa – un’esperienza più piacevole per il consumatore, con lo scopo, per l’esercente, di avere un maggior ritorno economico; e qui si apre un discorso diverso che implica non solo il diritto d’autore, ma anche quello dei diritti connessi, ovvero relativi ai produttori e agli editori.

      Ora, non credo intanto ci sia molto da aggiungere sulla brutta, veramente brutta consuetudine – non so se praticata o meno nella fattispecie dalla lettrice di cui parli – di non nominare le fonti nell’atto di una citazione, in qualsiasi contesto. Vorrei però porre la questione aggiungendo alcune riflessioni e alcuni dati di fatto. Intanto sulla cosiddetta industria culturale, che fornisce al momento la maggiorparte dei contenuti più “popolari” che circolano in internet. Una ricerca sui contenuti immessi nella rete di Youtube di qualche anno metteva intanto in evidenza qualcosa di importante, che spesso sfugge nella retorica libertaria che troppe volte accompagna i discorsi sui nuovi media. Se prendiamo un campione molto vasto di contenuti immessi, scopriamo che la maggiorparte di questi sono autoprodotti; ma se poi contiamo quelli più “visti”, ri-postati su altri piattaforme, i più condivisi e quindi anche i più popolari, allora il primato quantitativo dell’autoproduzione cede il passo a quella professionale. Il video del gattino che suona il piano è solo l’eccezione che conferma la regola.

      Dati alla mano, insomma, la nostra reputation in Rete – che spesso non costituisce solo un valore sociale, ma in alcuni casi si tramuta in valore economico – si costruisce in parte sul lavoro degli altri, i quali a volte sono persone che “liberamente” spendono il loro tempo a produrre gratuitamente, diciamo per il solo gusto di farlo, nuovi contenuti. Ovviamente in tal caso non c’è problema e, anzi, la duplicazione gioca a loro favore, alimentando la loro stessa popolarità. Nel caso invece di artisti, giornalisti, scrittori di professione, questo discorso vale solo in parte. Nella fattispecie la giornalista autrice dell’articolo sarà stata certamente lusingata per la scelta da parte della lettrice di postare il suo articolo e, potremmo aggiungere, non quello di altri. D’altra parte l’editore, che comunque mette a disposizione gratuitamente una versione gratuita delle news su internet, ha tutti i diritti di tutelare il suo lavoro su supporto cartaceo, più pesante e più costoso.

      Ho buone ragioni per credere che i prodotti dell’industria culturale, per quanto possiamo bistrattarli, criticarli, sono comunque la parte migliore – nella maggiorparte dei casi – della nostra cultura di massa. E lo sono perché implicano un know-how enorme, difficilmente riproducibile con gli strumenti di desk a nostra disposizione, che non si limita solo alla resa tecnica – qualità dell’immagine, del suono, della messa in forma di una notizia, ecc… – ma che è il risultato di un processo di selezione, elaborazione, promozione, distribuzione dei contenuti. Nel caso del giornale l’esempio postato qui della bufala su Sarah Pallin dimostra proprio uno sconfinamento della faciloneria indotta dai nuovi media di prendere per buono qualsiasi contenuto fatto circolare on line. E quindi paghiamo le notizie non tanto nei contenuti, ma per il lavoro di selezione e di verifica delle fonti, motivo per il quale, per quanto concerne il mio lavoro, guardo prima il nome di chi ha detto cosa, prima di citarlo. L’istituzione garantisce l’attendibilità della notizia, e il direttore ne paga in prima persona qualora questa si riveli falsa o lacunosa o tendenziosa. Peraltro basterebbe sottolineare, anche se può sembrare banale e scontato, che se non ci fosse l’industria culturale con l’apparato pesante di mezzi e di persone pagate per tutta una serie di mansioni – nel caso del giornale vanno compresi i tipografi, i grafici, ma anche i semplici passacarte – non avremmo di che “mashare” e far “circulare”, se non gattini che suonano i piani, scherzi idioti riprodotti con l’iphone e simili. Il che, vorrei sottolineare a scanso di equivoci, non significa che le produzioni dal basso facciano tutte schifo, ma è certo che stiamo parlando di una parte infinitesimale dell’autoproduzione di massa.

      Insomma il discorso è molto complesso, mi rendo conto. Si potrebbe obiettare molto su quanto ho scritto. Io per primo mi interrogo molto su questi fenomeni. Potrei citare ad esempio molte ricerche che sostengono come le persone che scaricano di più illegalmente contenuti attraverso peer to peer e simili spesso e volentieri sono le stesse che spendono di più per l’acquisto di musica, libri e film. Nel caso della lettrice di cui parliamo voglio immaginare che abbia lei stessa comprato il numero della Stampa da cui ha estratto l’articolo. E, tuttavia, nella fattispecie, dura lex sed lex. Non si fanno eccezioni. Si può contribuire però al dibattito su questi temi come stiamo facendo qui per cambiare le regole, nel rispetto e nel riconoscimento del lavoro di soggetti, come gli editori, che spesso fanno la parte dei cattivi, ma a cui dobbiamo moltissimo della nostra formazione culturale ed identitaria.

      Un caro saluto a tutti

      1. Caro Nicola, commento molto interessante. Il punto credo sia che ci troviamo di fronte ad una trasformazione della produzione culturale che vede intrecciarsi in modo complesso logiche della Rete e quelle dell’industria culturale. Vale quindi la pena osservare, come fai, entrambi i lati che possono rendere qualitativamente rilevante i prodotti culturali. Certo è che le logiche di circolazione hanno subito potenti accelerazioni spesso ristrutturando meccanismi noti o mettendoli in discussione o forzandoli illegalmente. Continuiamo a ragionarne ma, nella prassi, dobbiamo capire come si relaziona questa volontaria presenza online di strutture editoriali e la loro ritrosia (supposta) alla (neo?) circolazione.

  4. Ma siamo sicuri sia così diverso dall’articolo appeso al bar per festeggiare una vincita speciale, dalla copia consultabile in biblioteca, dal ritaglio nella bacheca del barbiere e da tutte quelle altre occasioni “reali” in cui da un acquirente si generavano diversi, molti, ok, forse non così tanti, lettori? Forse l’unica differenza è che non c’era la tracciabilitá del gesto e dunque non si aveva l’indirizzo (digitale) a cui girare una raccomandata….

  5. beh, non serve tracciabilità in questo caso. Il titolare del locale è diretto responsabile e il funzionario siae, o chi per lui, può tranquillamente intervenire senza avere indirizzi a cui scrivere per inoltrare raccomandate. Insomma, non credo possiamo ancora permetterci di disquisire sulla contrapposizione reale vs virtuale, che peraltro è già figlia del pregiudizio che il virtuale delle reti sia qualcosa di diverso dal virtuale della stampa o dell’iscrizione su una colonna o un arco di trionfo e, potremmo aggiungere, dello stesso racconto orale. Non facciamo filosofie. Credo il problema sia piuttosto nell’audience potenziale e nella facilità con cui tutto ciò che è digitalizzato può essere copiato e diffuso, caratteristiche tipiche del mezzo Internet e del web. Ovviamente, poi, qualsiasi cosa messa in Rete è virtualmente rintracciabile da ogni punto di accesso e con la stessa facilità e rapidità sanzionabile.

  6. Gentile Pier Luca,
    ho letto il suo articolo, che trovo interessante e ricco di link informativi, ma credo entri solo in parte nel merito di questa discussione e ho ragione di credere che lo scopo della pubblicazione qui di un suo stralcio vada oltre l’intento di una partecipazione al dibattito. Tuttavia, dato che ho “dovuto leggerlo”, riporto qui alcune considerazioni che mi vengono di getto.
    1) Nell’articolo parla di Google News, che aggrega notizie liberamente messe dagli editori sul web, il cui introito peraltro è dato dalle pubblicità (cosa che la dice lunga, ma è un altro discorso, sulle “nuovissime” tecniche di marketing che oggi produce il web, assieme… ah, dimenticavo, agli abbonamenti… e vabbè). Su questo non penso ci siano agganci alla vicenda che ci ha riportato Giovanni;
    2) Un piccolo commento sull’operazione in sè. Lei crea qui un link per il suo blog, di cui non metto in discussione l’interesse. È un’operazione che oggettivamente le giova sia perché le fa pubblicità, sia perché aumenta il “page rank” – magari di poco, non so calcolarlo – del suo sito, essendo il numero dei link in entrata uno dei fattori più importanti calcolati dall’algoritmo di Google.
    3) L’algoritmo di Google, parliamone. Il modo perverso in cui funziona questo motore di ricerca è stato sdoganato da anni. La “qualità” è calcolata sulla base di fattori di notorietà che rispondono alla cosiddetta legge di potenza, un principio statistico che rende “il ricco sempre più ricco e il povero sempre più povero” (alla faccia della democrazia delle reti). Su questo vale la pena leggere “Link” di Barabási.
    4) Sul fatto che le motivazioni degli editori siano anacronistiche ci posso stare. Ma l’argomentazione la trovo un po’ debole, perché il fatto che esista una “cultura della circulation” non legittima l’appropriazione di contenuti da parte di un soggetto economico, Google, senza che si stabiliscano degli accordi con i soggetti economici, gli editori, che sono titolari dei contenuti. Peraltro dire che una cosa è anacronistica perché esiste un certo tipo di cultura mi pare proprio un’argomentazione capziosa. Chioso con delle piccole provocazioni: è anacronistico pensare di debellare la mafia in certi territori perché è ormai diffusa da decenni la “cultura dell’omertà”; è anacronistico pensare di farsi pagare i diritti sui brani musicali perché è diffusa ormai la “cultura della pirateria”, ecc… Il che ci porterebbe ad altri seimila punti in elenco, di cui però vi risparmio la lettura salvo:
    5) I motori di ricerca sono beni preziosi per orientarci nel mare magnum del web. Però non capisco perché Google faccia sempre la parte del buono, del garante della libertà e di altri valori bellissimi. Nella fattispecie sarei più tranquillo se i miei diritti fossero garantiti dallo stato o da istituzioni pubbliche sovranazionali, il cui interesse, almeno nella teoria, dovrebbe essere quello dei cittadini – Google, come ogni altra azienda privata si fa gli affari propri e peraltro, aggiungerei, lo fa sfruttando per sua natura i contenuti degli altri. Nella fattispecie se c’è una legge che non funziona, perché è passata la cultura che duplicare e diffondere contenuti (non parliamo di quelli messi gratuitamente on line dai legittimi titolari) sia lecito, forse è il caso di battersi per cambiare quella legge, nel rispetto degli interessi “legittimi” degli editori (che, parliamoci chiaro, non sono il bene quanto non lo è Google), e dei consumatori.
    6) Quanto è gratuito quello che fa Google, o Facebook? Qui si apre un dibattito enorme. Il tema è stato affrontato da moltissimi studiosi, in Italia mi viene in mente Formenti, ad esempio. Aggiungo solo un commento: siamo sicuri che questa cultura del “tutto gratis” sia così benefica? Siamo sicuri che gran parte dei problemi che oggi affrontano interi settori dell’industria culturale, e in primo luogo di chi ci lavora, non siano proprio il prodotto di questa cultura?

  7. Nicola: Già il fatto che mi venga dato del LEI è indicativo. Io NON ho bisogno di farmi pubblicità, si informi, direbbe Totò. Mi aggancio a quanto scritto da Giovanni poichè mi pare pertinente con il ragionamento che faccio in qs occasione, garantisco. Nessuno dice che debba essere tutto gratis, evidentemente LEI non ha letto con sufficiente attenzione.Si dice che la richiesta degli editori a Google è anacronistica e inconsistente. Premesso che l’azienda di Mountain View NON mi paga delle provvigioni, o altro. Google persegue i suoi interessi, come tutti, nel farlo cerca [e trova?] vie di collaborazione, a cominciare, ad esempio, da Google Survey per quanto riguarda la sostenibilità dell’informazione online. Gli editori spesso, ma NON sempre, ragionano con schemi mentali vecchi, inadeguati allo status quo ed alle sue probabili evoluzioni. Nulla è gratuito e ciò che è gratuito “puzza” di fuffa o di marchetta, ed infatti confermo che NON vi sia una cultura del tutto gratis in quanto da me scitto. Rilegga con maggiore attenzione, cortesemente. LA saluto distintamente. Pier Luca Santoro
    PS: Esistono dati, ricerche, NON opiniopni che dimostarno che coloro che scaricano gratis – come LEI cita – musica gratis siano quelli che, altrettanto, scaricano il maggior numero di brani a pagamento…se vuoLE li metto a SUA disposizione

    1. “Nicola: Già il fatto che mi venga dato del LEI è indicativo. Io NON ho bisogno di farmi pubblicità, si informi, direbbe Totò”.
      Io, francamente, non la conosco. Mi vergogno per la mia ignoranza, ma tra le mie letture lei non c’è, punto. Le davo del lei perché è nelle regole delle buone maniere esprimersi con riguardo rispetto a persone sconosciute. Per quello che mi riguarda tra un tu e un vaffanculo (non rivolto a lei, si fa per dire) ci vuole poco, e quindi preferisco darle del lei e apprezzo che lei faccia lo stesso con me.

      Mi dispiace l’abbia presa sul personale. E, ad ogni modo, credo che le MAIUSCOLE e il “lei non sa chi sono io” siano un buon esempio del clima reale che si respira in Rete. E in realtà, a ben vedere, è solo la libertà che ci concede il titolare e il responsabile di questo spazio, che non manco di ringraziare. Al di là del fatto che Giovanni – scusami se ti tiro in ballo – non può fare molto dopo che ho cliccato su “invia commento”. E, quindi, che si tratti di un pingback – non sapevo si chiamasse così, perdoni l’ignoranza – o di un commento, cambia poco, dato che si lega anche topologicamente al mio commento e naturalmente lo leggo come una risposta a ciò che ho scritto.

      Allora, io sono un ricercatore di fatto, non di titolo, per cui è lecito che lei non sappia chi sono io. Non me ne vergogno e non gliene faccio una colpa. Che non sia un cazzo di nessuno va da sé, l’ho sempre saputo. Mi dispiace molto per il qui pro quo. Se vuole saperlo io sono proprio uno di quei trent…enni che per quanto “choosy” campa con lavoretti da neolareati, facendo ripetizioni, il barista, o anche il manovale, proprio perché questo paese va avanti per regole che non hanno nulla a che vedere con il merito, né con il titolo. Se ne avessi uno sarei io a dirle “si informi”. E, tuttavia, si informi lei sul contesto in cui viviamo e sia coerente con l’ideologia che esprime nei suoi interventi in Rete. Io non ho né il tempo né la voglia di fare un blog, ma di cose ne avrei da dire, ed è quello che sto facendo. Il fatto che lei non sappia chi sono io non mi cruccia affatto. Insomma, stanotte dormirò tranquillo.

      Approfitto di questi spazi nel poco tempo che mi rimane tra un lavoretto e un altro per partecipare a un dibattito su cui credo – senza alcuna modestia – di poter aggiungere qualcosa di più che non sia la solita retorica della rete che vuole che tutto quel che di nuovo viaggi tra/nei i bit sia buono in opposizione al vecchio che, non si sa perchè, è sempre sbagliato a prescindere. Dalle mie parti quando si è tutti d’accordo si smette di discutere perché è ritenuto inutile “parlarsi addosso”. Io non credo sia come la mette lei, e perdoni il dissenso. Magari, anzi, sicuramente sbaglierò, ma mi dia quantomeno il merito di certe affermazioni. Si rilegga lei i miei interventi, che mi pare entrino nei meriti di cose molto specifiche.
      Rispetto a quello che lei scrive dopo, infatti – che non riporto per non appesantire la risposta – ritengo stia ripetendo quanto ho già esposto precedentemente. Infatti, le ripeto, ci sono fior fior di ricerche che dimostrano che i grandi smanettoni-scariconi di internet sono anche coloro che spendono di più nell’acquisto di beni culturali, ma non credo sia questo il problema. Insomma, mi pare, di nuovo, che sia lei che non legge con attenzione quello che gli altri scrivono.

      Per il resto ho ragione di pensare che il suo articolo prenda palesemente posizione nei confronti di Google. Non voglio dire con quesro che lei sia pagato da Google. Chiunque lei sia non credo che la società di Mountain View abbia bisogno di un blogger che scrive in una lingua compresa a malapena dallo 0,8% della popolazione mondiale per difendersi. Ne ho letti altri di suoi articoli e mi pare di capire perfettamente di che parrocchia lei sia, ma forse mi sbaglio. Le ripeto, mi dispiace molto per quanto è seguito al mio commento che non aveva nulla di personale. Ad ogni modo le chiedo ancora scusa se quanto ho espresso può averla urtata a livello personale. Ma, ripeto, ne facevo un discorso generale, di critica al clima che spesso accompagna i discorsi sulla rete.

      Suo Nicola Pentecoste

  8. PPS: Ah, per sua informazione, Io NON ho pubblicato NULLA nei commenti, si chiama pingback quando una linka un articolo su WP. Ovviamente può essere approvato o meno, se Giovanni l’ha fatto evidentemente è poarso pertinenete e interessante NON SPAM promozionale. Prego.

  9. Nicola, la ricerca, di qualunque natura si tratti, e’ un mestiere più che onorevole. Complimenti per la sua professionalità di qualunque natura essa sia e per quanto mal retribuita essa sia; cosa che rammarica ma non stupisce visti i tempi.
    Non si tratta di “non sa chi sono io”, retorica che credo davvero di poter dire non mi appartenga, ma di puntualizzazioni doverose sulla supposta, insita promozionalita’ del commento che, come assodato, non era tale. Non c’è bisogno di riconoscere il fatto che lei abbia il diritto di non conoscermi, come avviene altrettanto nei suoi confronti. Credo, se posso, che qs abbia ben poco a che fare con “il clima che si respira in Rete”, poiché il clima non e’ meteorologico ma determinato da chi si segue e da ciò che interessa. Parziale per definizione.
    L’articolo non prende posizione a favore di Google, che non ha bisogno del mio supporto, ma constata quanto antiquate siano le rivendicazioni di chi non ha una visione d’assieme di quanto in corso, documentando le affermazioni con evidenze che, spero, vanno al di la’ delle opinioni,per rispettabili, o meno, che siano.
    Dormirò tranquillo anche io o forse no, ma sicuramente non a causa di qs confronto per quanto aspro possa apparire.
    Avrò cura di informarmi come mia abitudine. Nella mia, modesta, esperienza gli amici divengono tali spesso dopo dei contrasti. Spero sia qs il caso.
    Buona serata.
    Pier Luca

    1. Metto un metto “Ilike” chirografico per la sportività, questa sì che mi piace. D’altronde è bello parlare di queste cose con persone competenti, in qualsiasi luogo, che sia in rete o in osteria davanti un bicchiere di vino (ovviamente preferisco la seconda ipotesi).

      Amici di Giovanni, amici miei :)

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