Lovink the Alien

Oggi Geert Lovink, direttore dell’Institute of Network Cultures dell’Università di Amsterdam, discute a Bologna il suo ultimo libro “Ossessioni collettive. Critica dei social media”. E’ un primo tassello nella costruzione di un approccio critico alla Rete che non sia demonizzante o teso alla medicalizzazione. Di seguito alcune delle cose che condivido sulla condizione di stati di connessione vista da Lovink e che ho scritto in preparazione dell’incontro a Meet the Media Guru.

Una graffiante analisi controcorrente quella di Geert Lovink in Ossessioni collettive. Critica dei social media. Una critica della cultura digitale che spazza via le posizioni alla Nicholas Carr del perché Google ci rende stupidi, alla dittatura del dilettante di Andrew Keen o alla versione “dissidente” di Jaron Lanier che recupera un neo-umanesimo contro l’evoluzione Internet. La questione è seria perché occorre affrontare in modo maturo e competente questo momento particolare di transizione in cui le culture degli stati di connessione ci hanno portato, quella transizione invisibile dell’uso di Internet intesa da Lovink come strumento deputato “alla creazione di «culture degli utenti» diffuse e collaborative che iniziano a evidenziare caratteristiche tutte proprie, infondendo così la vita all’interno del mondo tecnologico”. Non è possibile continuare in un percorso di moralizzazione dei discorsi sulla Rete, né ricercare terapie di recupero, per questo la visione di Lovink si concentra sulla natura politica ed estetica delle architetture del web, su un pensiero critico che si concentra sulle pratiche culturali e sulle logiche che investono il quotidiano, più che orientarsi al confronto con un panorama mediale passato, come se la mutazione non avesse una natura ecologica

È in tal senso che dobbiamo abbandonare le teorie di un Io molteplice, di una virtualità della vita che nasconde dietro alla finzione quella reale: siamo di fronte ad una crescita di disponibilità alla comunicazione dentro una perenne connessione tecnologica che ci costringe ad essere noi stessi dentro i profili di Facebook e Linkedin, disponibili alla comunicazione delle emozioni e degli affetti o dei percorsi produttivi. Di qui il nostro stato di sovra esposizione: “i nostri profili online appaiono freddi e incompleti se non mettiamo in mostra almeno qualcosa della nostra vita privata. Altrimenti siamo dei robot, membri anonimi della cultura di massa del XX secolo in estinzione”. Le teorie sul narcisismo digitale – che spesso sentiamo vagheggiare nella stampa scientifica e nei media mainstream – sono poco utili a chiarire i confini di questa modalità dell’Io che in Rete si stabilizza in una cultura dell’auto-rivelazione. L’iper esposizione di sé è piuttosto frutto di un intreccio tra orientamento pubblico contro l’anonimato e bisogno di auto-promozione, che è la forma che assume la pressione all’auto-realizzazione che la modernità ha prodotto.

Lovink individua una via politico-poetica di contrasto nel recupero dell’anonimato come via di affermazione e non di fuga. In questo senso basta che guardiamo nel nostro passato digitale recente pensando alla guerra degli utenti contro Google+ e la sua policy di cancellazione di profili con nickname o nomi irreali, guerra che va sotto il nome di Nymwars (contrazione di “pseudonym wars”) e che ha generato un dibattito pubblico che ha fatto della policy una cartina di tornasole del rapporto tra vita online e logiche di mercato, tra identità ed esperienza. L’anonimato online ha a che fare indubbiamente con le forme dell’identità che gli individui assumono ma è un tema che va oltre la dimensione personale. Non è solo una diffrazione del sé ma un principio culturale che, da subito, si connette alla libertà di residenza digitale e di propagazione dell’informazione.

Il valore della “trasparenza assoluta” – sintomo di democraticità e condivisione pubblica dei dati – rischia di trasformarsi in predisposizione ad un controllo generalizzato, di bloccare dietro la tracciabilità di un profilo il dissenso legittimo. Anche la cultura Anonymous, con tutte le contraddizioni che può comportare, diventa una pratica che inietta disfunzionalità in quel meccanismo di trasparenza cui ci siamo assuefatti.

Per questo Lovink arriva a dire che “l’anonimato come esercizio ludico potrebbe rivelarsi una delusione necessaria che ci salva dall’idea del vero io, sostenuto da Facebook come l’unica opzione a nostra disposizione”. In fondo anche il proliferare dei profili fake di politici, brand e personaggi famosi sui social network va in questa direzione, rovesciando il problema dell’assoluta visibilità dell’identità online in chiave poetico-politica. I sistemi consolidati di potere e dell’intrattenimento così come quelli della produzione e del consumo, tentano infatti sempre più di fare convergere le logiche e i linguaggi digitali in modo funzionale alla propria stabilità, riportandoli dentro i meccanismi del marketing e della comunicazione novecenteschi che si rivolgono a pubblici, cittadini e consumatori come oggetti della comunicazione. L’orizzontalità del web 2.0 diventa così un’ennesima strategia da integrare nelle campagne di comunicazione e pubblicità tradizionali per allargare i contatti con le masse. La costruzione di soggettività fittizie che si inseriscono nel flusso delle timeline o nelle conversazioni online portando iniezioni di banalità e quotidianità (quando un sindaco si inserisce commentando il tempo o la cucina, quando un ministro twitta una proposta surreale, ecc.) squarciano il velo dell’esposizione dell’identità reale come stato naturale, obbligando ad una visione critica rispetto ai contenuti che incontriamo online e ad un’attitudine alla curation dei flussi, anche in chiave collettiva e condivisa. In pratica vale la pena di seguire più da vicino le pratiche che emergono online e nel web sociale, stando nelle cose e non criticandole da fuori, e così cogliere la poetica dell’anonimato come via di affermazione e non di fuga.

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